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Il fatto scelto

“I Disturbi del Comportamento Alimentare. Oltre ciò che appare” di Noemi Lucrezia Pepe

“I Disturbi del Comportamento Alimentare. Oltre ciò che appare”
di Noemi Lucrezia Pepe

I Disturbi del Comportamento Alimentare sotto le mentite spoglie del corpo, del cibo, delle calorie, ci parlano in realtà di molto altro: di scambi relazionali tossici, di emozioni indigeste, di proiezioni da cui difendersi, di ricerca identitaria, di difficoltà a regolare le emozioni.

Da qualche anno, dopo il COVID, abbiamo assistito ad un aumento dei Disturbi del Comportamento Alimentare tra i giovanissimi. La nostra percezione, come professionisti che si occupano di adolescenti, di assistere ad un incremento di richieste di aiuto a causa di DCA in esordio o conclamati, è stata confermata dalle statistiche. Sembra, infatti, che tra il 2019 e il 2021, sia stato registrato un notevole aumento negli accessi ospedalieri per disturbi alimentari in Italia, pari al 59,71%, sia nella fascia d’età 15-19 che in quella più giovane tra i 10 e i 14 anni. Esordi sempre più precoci e per la maggior parte riguardanti disturbi di carattere restrittivo. I dati più recenti, raccolti nell’ambito di un progetto finanziato dal Ministero della Salute che si è concluso a febbraio 2021, hanno mostrato un aumento di quasi il 40% rispetto al 2019 e un esordio sempre più precoce, a partire dagli 8-9 anni.

La pandemia, con i lockdown e le restrizioni della socialità, sembra aver avuto un ruolo di detonatore per un malessere in realtà già presente. Può essere che la vulnerabilità di fronte a cui ci ha messo il COVID abbia irrigidito alcuni funzionamenti e assetti difensivi già presenti ma non così evidenti.

Nella solitudine delle loro camere, amplificata dall’isolamento sociale, molte ragazze hanno sviluppato i primi sintomi o consolidato sintomi già presenti sotto traccia.

Sta di fatto che i DCA sono sempre più frequenti tra gli adolescenti, espressione estrema di un malessere che spesso fino a quel momento era passato inosservato.

Feuerbach ci dice che l’uomo è ciò che mangia e metabolizza. Bion usa l’attività nutritivo-digestiva-deiettiva come paradigma per la formazione del pensiero: oggetti indigesti (emozioni), digeriti in un processo interpersonale, mamma o analista che sia a farsene carico, diventano buoni e nutrienti e fondano la possibilità di digerire in proprio.

La psicoanalisi ha riconosciuto nel primo rivolgersi del neonato al seno non solo la competenza necessaria per sopravvivere, ma l’incipit della vita psichica, anche se negli ultimi decenni, studi derivanti dall’Infant Research, dall’Infant Observation e dalle neuroscienze parlano di uno sviluppo del cervello e della mente che ha inizio nella fase intrauterina.

La psicopatologia infantile colloca i disturbi della sfera alimentare in segnali di un difficile inizio della relazione madre-bambino; la psicoanalisi parla di un fallimento di adattamento tra madre-bambino; biologicamente si è studiato come una vulnerabilità alle condotte alimentari può passare di madre in figlio già in utero.

Riprendendo Feuerbach, potremmo dire che il modo di alimentarci parla di come si è stati alimentati (non solo con il cibo) fin dalle origini e di cosa si sia scambiato nei rapporti con l’altro e con l’esterno.

Con lo sviluppo puberale, sempre più anticipatosi negli ultimi anni, il corpo diventa perturbante e fonte di tormentosi interrogativi identitari; nel giro di poco tempo assume caratteristiche completamente nuove e le fattezze fisiche diventano spesso l’unica unità di misura valida, sostanziale, per interpretare il valore di sé in relazione agli altri.

Molto spesso le trasformazioni puberali e corporee dell’adolescenza spiazzano i caregivers tanto quanto le ragazze stesse e le reazioni, più o meno consapevoli, possono generare irrigidimenti di alcuni funzionamenti, assetti difensivi.

Alcuni autori sostengono che i sintomi dei DCA possono essere considerati come dei comportamenti finalizzati alla ricerca di vicinanza con le figure affettive di riferimento. Diversi studi presenti in letteratura hanno esaminato il rapporto tra le esperienze relazionali precoci e la comparsa di disturbi alimentari, ed è emerso che stili di attaccamento insicuro giocano un ruolo fondamentale non solo nell’insorgenza del disturbo, ma anche nel mantenimento (Palmer, Oppernheimer, Marhall, 1988; Kenny e Hart, 1992).

Spesso, esperienze infantili di intrusività, prevaricazione, violenza, minano le sensazioni di vitalità del Sè e la fiducia nel mondo esterno: il rapporto con l’altro è fonte di rabbia, passività e impotenza. L’eccessiva permeabilità mentale, tipica del processo di soggettivazione adolescenziale, viene tamponata con l’impermeabilità del corpo, che diventa un filtro, una barriera rispetto all’esterno e su cui si può agire in prima persona. I legami con gli altri sono tossici e bisogna proteggersi; trarre nutrimento dagli alimenti rinforza il sentimento di essere intossicati e induce un’immediata necessità di espellere tramite il vomito o il ritiro.

Il pensiero della psicoanalista Polacco Williams[1] va proprio in questa direzione, postulando la

“Sindrome Vietato l’Accesso” e la conseguente (o antecedente) inversione della funzione alfa.

Come ci ricorda Bion non si nasce con uno stomaco mentale ed emotivo, che si sviluppa a partire dall’esperienza con l’altro; un altro che idealmente sappia dare significato emotivo alle esperienze del bambino. Quando il bambino incontra un altro che non è in grado di significare le sue esperienze emotive origina quello che Bion chiama “terrore senza nome”. Ma una situazione ancora più grave si verifica quando l’oggetto non solo non riceve le proiezioni ma “è come una teiera”, dice P. Williams: “è impervio ma ha anche un becco da cui escono proiezioni, per cui il bambino non solo non è contenuto ma in realtà riceve delle proiezioni anziché veder accolte le proprie.”

Il bambino diventa così un “ricettacolo di proiezioni”, di materiale indigesto e indigeribile, internalizzando una funzione che è disorganizzante. Il bambino, o il paziente, di conseguenza percepisce, giustamente, che le proiezioni sono tossiche e si chiude a volte fino a non far entrare più nulla che arrivi dall’esterno (cibo, aiuto, interpretazioni): da qui il termine Sindrome vietato l’accesso, “una difesa da un’esperienza di proiezioni intense” (P. Williams).

Quando incontriamo queste pazienti ci troviamo di fronte ad una imponente e a volte assoluta centralità del corpo e concretezza dei sintomi, tanto che alcuni autori parlano di “Mente incarnata” (embodied mind).

La funzione simbolica è assunta dal corpo che ha ruolo di intermediario nel rapporto col mondo esterno e col mondo/mente dell’altro, divenendo, campo di espressione e campo di relazione.

 

I DCA, sotto le mentite spoglie del problema alimentare, nascondano una patologia dell’identità, una fragilità del Sé, una difficoltà a risolvere i legami di dipendenza, con un’alta tendenza alla cronicizzazione (Berlincioni, 2014). Talvolta però il sintomo viene ricondotto, soprattutto dalle pazienti e dalle figure che le circondano, ad un generico non accettarsi a livello fisico, piuttosto che ad un senso di Sé negativo e al contesto emotivo ed interpersonale in cui esso si realizza.

È stato ampiamente concettualizzato come i DCA siano da considerarsi come disturbi dell’autoregolazione; sempre maggiori evidenze cliniche ed empiriche evidenziano, nelle pazienti affette da tali patologie, da un lato gravi difficoltà nella comprensione degli stati mentali propri ed altrui, dall’altro la messa in atto di strategie adatte a gestire e regolare stati e rappresentazioni mentali di fronte alla sofferenza soggettiva (difficoltà di mentalizzazione).

L’incapacità di regolare questi stati conduce, tanto nella bulimia quanto nell’anoressia, a comportamenti tesi ad evitare il contatto con le proprie esperienze emotive, mantenendo uno stato di inconsapevolezza emotiva o soprattutto a scaricare stati affettivi esperiti come negativi su una dimensione concretamente più gestibile nell’immediato: il corpo.

Portare queste pazienti altrove, rispetto all’orizzonte ristretto in cui sono intrappolate, fatto di conteggio delle calorie ingerite e consumate, numero di passi, calcolo dell’attività fisica, a formulare altri pensieri, non è semplice e richiede un lavoro paziente e misurato nella presenza e nelle interpretazioni: si tratta di partecipare in maniera delicata, per garantire alle pazienti la presenza di un analista vivo e vitale ma non ingombrante; di offrire interpretazioni digeribili, piccoli bocconi, rispettando la capacità digestiva delle pazienti; di proporre una frequenza di sedute inizialmente “q.b.” per poi aumentare gradualmente man mano che la paziente ha modo di sperimentare con l’analista una relazione di fiducia, non intossicante.

All’inizio si tratta spesso di sopravvivere alla noia della concretezza e dei pensieri ossessivi che accompagnano queste pazienti, e di usare questa sensazione controtransferalmente per comprendere la sofferenza che accompagna le loro posizioni apparentemente stoiche ma che comportano il sentirsi ingabbiate dai loro stessi pensieri.

C’è un momento magico nel lavoro con queste pazienti che è quello in cui si sente entrare nuovamente la vita nella stanza d’analisi: vederle improvvisamente tornare a sorridere, a trasgredire col pensiero, a riassaggiare qualcosa a lungo proibito, a pensare e sognare il futuro.

Mi colpì un giorno una madre di una paziente anoressica che mi disse “Maria ha bisogno di un’analista dura, severa, altrimenti se la mangia viva”. Ecco, a volte si tratta di farsi mangiare vivi, o meglio, di poter offrire in pasto a questi pazienti pezzetti della propria vitalità affinchè ricomincino a gustarla per poi ripoterla fare propria. Si tratta di essere per loro quel filo con la vita che li aiuti a liberarsi dalle parti ossessive e devitalizzanti e riportare alla luce il desiderio di vivere.

 

[1] Paesaggi interni e corpi estranei. Disordini alimentari e altre patologie. Gianna Williams Polacco, Bruno Mondadori, 2007.