DESPERATE MOTHERS
di Gabriella Mariotti
Il disagio adolescenziale
La grande difficoltà che gli adolescenti stanno attraversando in questo periodo, via via sempre più caotico e violento, sono sotto gli occhi di tutti: vivere le trasformazioni del corpo, fare esperienze per cercare di capire chi si vuole essere “da grandi” è già di per sé un processo complesso e conflittuale. Mancano, infatti, ora più che mai punti di riferimento familiari e sociali rassicuranti contro i quali potersi anche ribellare per sperimentare e misurare sia le proprie forze che la capacità di resistenza del mondo adulto di cui l’adolescente continua ad avere bisogno.

Il ritiro sociale dei figli, la desolazione delle madri
Il ritiro sociale, insieme alla rabbia, la noia, gli agiti autolesionisti e la dipendenza dai social sono alcune manifestazioni di queste difficoltà che ben conosciamo.
Come si elabora la rabbia, la frustrazione, il dolore stesso e la paura, nel ritiro sociale, senza quei confini che solo la relazione umana fisicamente condivisa consente? Cosa accade quando a rappresentare tale relazione sono solo i genitori, e la madre in particolare?
Mi hanno chiesto aiuto recentemente alcune madri, travolte e stravolte dal disagio angoscioso che i loro figli stanno attraversando: sono i Neet, né studio né lavoro, depressi, chiusi, spesso rivendicativi e aggressivi, talvolta anche fisicamente violenti. Ciò che mi ha colpito è stato il fatto che le madri in questione, e i padri, non rientrano nel novero delle famiglie disfunzionali, sono piuttosto persone chiaramente in grado di avere una relazione affettuosa e attenta con i figli, eppure…
Come è potuto accadere, si chiedono, che tutto sia andato a monte? Disperate, queste madri le hanno provate tutte: ascolto, consolazione, disponibilità, proposte educative, sostegno psicoterapeutico al figlio, litigi, regole, scontri, patteggiamenti, imposizione di limiti, fino al ricatto. Le accuse dei figli le colpiscono al cuore, in fondo per le madri una colpa c’è sempre: ho lavorato, non ho lavorato, mi sono separata, non mi sono separata, sono stata troppo dura, sono stata troppo morbida…nel ritiro sociale dei figli sembra che la colpa sia sempre lì, sotto i loro occhi, nel figlio fantasma che si aggira di notte per casa, perché il giorno dorme, nelle tracce di cibo lasciate un po’ dovunque, nei ritorni precipitosi le volte (i periodi) in cui misteriosamente si verifica una uscita con amici, per poi comunque ripiombare nel silenzio relazionale.
“Perché sta succedendo? Noi non saremo stati genitori perfetti, ma siamo normali, io gli ho voluto tanto bene e l’ho seguito sempre… che cosa è successo?” Si chiedono con tono accorato alcune di queste madri, e per quanto io tenda soggettivamente ad accogliere con molta empatia soprattutto il disagio adolescenziale, tuttavia in queste donne davvero disperate colgo l’autenticità della loro angosciata impotenza.
Un filo rosso : Epidemia Covid 19, traumi transgenerazionali, hikikomori
Mi sono chiesta più volte se qualcosa, e che cosa, potesse accomunarle, quale filo rosso si dipanasse nelle loro storie. Mi è parso di coglierlo in una sorta di combinato disposto tra un clima sociale spaventoso (al quale anche i figli hanno risuonato e stanno risuonando) che alimenta il sentimento di impotenza, e contenuti traumatici che vengono riattivati dall’adolescenza dei figli, in un’area transgenerazionale.
Se il quadro generale sembra articolarsi a partire dall’epidemia Covid19, con la caduta delle illusioni di onnipotenza, e dal lockdown seguente, con il protratto isolamento, ciò che balza in primo piano è la claustrofobica dimensione famigliare: l’impossibilità di elaborare in uno spazio-tempo concreto la graduale individuazione dai genitori è, per alcuni adolescenti, uno degli elementi che spingono al ritiro. E’ proprio la gradualità che è mancata, è mancato proprio il sano alternarsi tra emancipazione e regressione, mancanze che hanno privato questi ragazzi di una esperienza del “fuori” più rassicurante perché, appunto, graduale. La cosiddetta comfort zone ha coinciso quindi con un “dentro”, più o meno affollato di rapporti virtuali.
Non dimentichiamo però che in questa dimensione claustrofobica si sono trovati anche i loro genitori, soprattutto quelle madri che vivono la relazione di coppia senza riuscire a sentirla come pienamente condivisa. Ecco che le loro storie, spesso caratterizzate da vicende dolorose e traumatiche, riemergono prepotentemente: nei casi di cui mi sto occupando, queste donne si sentono “sequestrate” dal malessere dei figli in un lockdown senza fine, piene di impotenza e disperazione. Tornano cioè antichi vissuti di “sequestro”, connessi al rigido controllo tipico delle famiglie d’origine, del quale si sentono nuovamente vittime: gli oggetti traumatizzanti (padri violenti, madri malate e precocemente morte, clima di controllo rigido), in qualche modo da riparare, riemergono “incarnati” nei figli.
Si tratta di “fantasmi di ritorno” che sono stati stimolati nel lockdown e sono a rischio di venire calcificati nell’attuale rapporto con i figli hikikomori. E come allora, queste donne non vedono vie d’uscita, non trovano nel “mondo fuori” un aiuto in grado di accogliere almeno operativamente il loro problema (come sappiamo, il sistema sanitario è ahimè ormai in disarmo, soprattutto nell’area dell’assistenza psicologica o psichiatrica).
Nelle situazioni più difficili le mie pazienti sperano nell’intervento di comunità terapeutiche (inesistenti o fuori dalla loro portata economica), oppure, più semplicemente, nell’aiuto magico di psicoterapeuti che possano curare i figli contro la loro stessa volontà. Si ostinano, si arrabbiano, colludono… e con l’adolescente formano una coppia simbiotica di reciproca incarcerazione.
Ecco, il “mondo fuori”, come lo definisce una di queste madri, è un’espressione che rende molto bene l’idea di questa incarcerazione (essere “dentro”, infatti, è una metafora dell’essere in carcere), che risuona specularmente a quella vissuta dai figli.
Una reciproca incarcerazione
Infatti, il mondo interno di queste madri è abitato da esperienze familiari che hanno originariamente generato in loro vissuti claustrofobici di impotenza, ora riattivati dal disagio e dalla sofferenza dei figli. Il loro “fuori” del passato rimanda a una lingua spaventevole di dolore, di malattia e morte, di isolamento e solitudine, e che parla ora una lingua ancora più spaventevole: parla di una società carica di violenza e distruttività senza alcun pudore né cautela.
Tale lingua ben si accorda con la depressione rabbiosa di molti hikikomori e finisce per essere la sola ad essere percepita e condivisa nell’ambito di socialità che i figli ritirati riescono a raggiungere senza interrompere il loro isolamento fisico: il sociale a distanza, quello dei social.
Molto similmente, ben si accorda nelle loro madri con l’impotenza di fronte alla valanga emotiva che le travolge, affettiva e concreta, con lo stupore attonito di fronte alle parole di odio e di guerra delle quali risuona il mondo esterno, parole violente e volgari.
Queste angoscianti consonanze convergono verso paura e impotenza senza via d’uscita, sicché si restringe sempre di più lo spazio vitale, ridotto alla casa, alla camera, alle parole più basiche, al pensiero ossessivo, fino a radicalizzare quella incarcerazione claustrofobica reciproca di cui si è detto più sopra: i figli sempre più asserragliati nel loro spazio e le madri sempre più asserragliate nel pensare e proporre soluzioni inutilmente ripetitive.
Per concludere questa proposta di riflessione, torno al punto centrale: fino a che queste madri non siano messe in condizioni di potersi liberare dal loro persecutorio “dentro”, dal loro “fine pena mai”, c’è un elevato rischio che non riescano a recuperare uno spazio mentale, e non solo, non colonizzato dal problema dei figli, che non riescano a recuperare uno spazio più libero e aperto e dunque rimangano incarcerate insieme all’adolescente ritirato.
E’ l’allarme preconscio indicatore di un tale rischio che ha spinto queste donne a chiedere aiuto, a cercare nella relazione psicoanalitica una dimensione che accolga il loro dolore e spaesamento, passati e presenti, ne riconosca le eventuali tracce traumatiche e contemporaneamente dia loro forma e pensabilità, affinché possano andare oltre l’incarcerazione reciproca che sembra esaurire le possibilità relazionali con i loro figli.