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Dimentica il mio nome Zerocalcare Bao Publishing – 2014. A cura di Caterina Meotti

Dimentica il mio nome
Zerocalcare
Bao Publishing – 2014

A cura di Caterina Meotti

Il lutto come esperienza di conoscenza

In prospettiva psicoanalitica il lutto non coincide semplicemente con l’accettazione di una realtà: è un lavoro psichico, un processo attraverso il quale la perdita modifica la relazione con l’oggetto amato e, insieme, la relazione del soggetto con se stesso.

La morte interrompe la presenza dell’altro, ma non la sua esistenza psichica. Chi è morto continua ad abitare i ricordi, le identificazioni, i gesti e le parole di chi rimane. Eppure, proprio quando la presenza concreta viene meno, l’immagine dell’altro può rivelarsi insufficiente, parziale, persino estranea.

È ciò che accade al protagonista di questa graphic novel che intreccia esperienza autobiografica e invenzione narrativa: la perdita della nonna non suscita solo sofferenza e nostalgia, ma inaugura una ricerca. Il dolore diventa una spinta a sapere, a ricomporre i frammenti di una storia che precede la propria esistenza e che, tuttavia, contribuisce a determinarla nel presente.

La domanda su chi fosse davvero la nonna si intreccia inevitabilmente con quella sulle proprie origini. Conoscere la sua storia significa scoprire che la persona amata non coincide interamente con la figura che ha occupato il nostro immaginario infantile. Esiste un altrove dell’altro, una parte della sua vita che non ci appartiene e che non possiamo ricondurre completamente alla relazione che abbiamo intrattenuto con lui.

In questo senso, il lutto introduce una forma particolare di conoscenza: ci obbliga a riconoscere l’alterità di chi abbiamo amato.

La famiglia e il lavoro del non detto

Ogni famiglia costruisce una propria narrazione. Alcuni eventi vengono ricordati, altri consegnati al silenzio; alcune figure vengono idealizzate, altre rimangono avvolte da un alone di ambiguità. La memoria familiare non è mai una semplice trasmissione di fatti: è anche una selezione, un’organizzazione affettiva del passato.

In Dimentica il mio nome il passato emerge progressivamente, incrinando la rappresentazione familiare che il protagonista ha ereditato. Ciò che sembrava conosciuto si rivela incompleto; ciò che appariva marginale acquista un nuovo significato. È proprio nello scarto tra la storia raccontata e quella che riaffiora che si apre uno spazio di elaborazione. Il segreto, il silenzio e la rimozione concorrono nel ricordarci quanto una storia familiare sia fatta anche di ciò che non ha trovato parole.

Le generazioni precedenti ci consegnano molto più di un patrimonio di ricordi. Ci trasmettono modi di amare, di affrontare il dolore, di abitare le relazioni; talvolta anche conflitti irrisolti, paure e forme di sofferenza di cui ignoriamo l’origine.

Ricostruire la storia della nonna significa allora interrogare questa eredità, sottrarla almeno in parte all’opacità e riconoscere che la propria identità affonda le radici in vicende che non si sono vissute direttamente.

L’altro oltre le nostre proiezioni

L’aspetto più interessante che emerge dalla lettura del racconto di Zerocalcare riguarda la possibilità di incontrare nuovamente una persona amata, questa volta al di là dell’immagine che ne avevamo costruito.

L’infanzia tende a collocare le figure familiari in posizioni relativamente stabili: presenze che appartengono al nostro mondo e che, almeno inizialmente, fatichiamo a immaginare come soggetti dotati di una vita autonoma, di desideri, di conflitti e di segreti che precedono e oltrepassano la relazione con noi.

La scoperta della storia della nonna di Zero introduce una discontinuità in questa rappresentazione. La donna conosciuta attraverso il legame affettivo si rivela anche una persona che ha avuto un’esistenza propria, attraversata da esperienze che non possono essere interamente comprese attraverso il ruolo familiare.

È un passaggio che richiama una questione centrale della psicoanalisi: la difficoltà di riconoscere l’altro come soggetto separato, non interamente riducibile alle nostre aspettative e ai nostri bisogni.

Amare qualcuno significa inevitabilmente costruirne un’immagine interna. Ma il legame può trasformarsi quando quell’immagine si lascia modificare, quando accettiamo che l’altro sia stato anche qualcosa di diverso da ciò che abbiamo conosciuto.

La morte rende questo incontro paradossale: non possiamo più rivolgerci alla persona per interrogarla, contraddirla o ascoltare direttamente la sua voce. Possiamo soltanto confrontarci con le tracce che ha lasciato. E proprio questa impossibilità rende la ricerca insieme dolorosa e necessaria.


Dimenticare il nome, ritrovare una storia

Il titolo del libro contiene una tensione significativa. Dimenticare il nome può evocare la cancellazione, la perdita di un’identità, il rischio che una persona scompaia non soltanto dal mondo dei vivi, ma anche dalla memoria di chi verrà dopo.

Eppure, il nome non coincide con la persona. È una traccia che la designa, un segno attraverso il quale viene riconosciuta e collocata in una genealogia. Dietro quel segno si dispiega una storia singolare, fatta di esperienze, scelte, rinunce e desideri.

Il lavoro di Zerocalcare sembra muoversi proprio in questa direzione: non tanto impedire l’oblio attraverso la conservazione di un’immagine immutabile, quanto restituire complessità a una vita che rischierebbe di essere ricordata soltanto attraverso il suo posto nella famiglia.

La memoria, in questa prospettiva, non è un archivio da preservare intatto. È un processo che trasforma il passato ogni volta che lo si riattraversa. Ricordare significa anche reinterpretare, accettare nuove verità, modificare il significato di ciò che credevamo di sapere.

La storia della nonna diventa così una storia che riguarda il protagonista, ma che non gli appartiene interamente. Egli può raccoglierla, raccontarla, lasciarsene trasformare; non può però appropriarsene fino in fondo.

È forse proprio questa impossibilità a rendere autentico il legame tra le generazioni: ricevere una storia senza pretendere di esserne i proprietari.


La fragilità come forma del racconto

La cifra narrativa di Zerocalcare, con il suo linguaggio colloquiale, l’ironia e la capacità di alternare registri emotivi differenti, accompagna il lettore in un territorio nel quale il dolore non viene mai isolato dalla vita quotidiana.

Il comico non annulla il tragico. Piuttosto, gli si accosta, ne interrompe momentaneamente la pressione, permette di avvicinarlo senza esserne sopraffatti. È una modalità narrativa che restituisce qualcosa della complessità dell’esperienza affettiva, nella quale emozioni apparentemente inconciliabili possono coesistere.

Anche il disegno contribuisce a questo movimento. La rappresentazione grafica rende immediatamente riconoscibili i personaggi e le loro dinamiche, mentre il racconto ne incrina progressivamente la familiarità. La semplicità apparente delle figure contrasta con la complessità delle vicende che esse incarnano.

Il lettore viene così accompagnato in un percorso che non procede attraverso una spiegazione astratta del dolore, ma attraverso situazioni, ricordi e relazioni. La dimensione emotiva si costruisce nel tempo, seguendo il movimento della ricerca.

L’ironia, inoltre, protegge il racconto da ogni tentazione di solennità. La morte e la memoria non vengono trasformate in occasioni per pronunciare verità definitive: rimangono esperienze contraddittorie, attraversate da imbarazzo, tenerezza, rabbia e smarrimento.


La memoria come tensione vitale e trasformativa

Dimentica il mio nome è un libro sul lutto, ma anche sulla necessità di riconoscere che le persone amate non coincidono mai interamente con il posto che occupano nella nostra vita.

La perdita della nonna apre una domanda sulle origini e sull’identità, mostrando come la storia individuale sia sempre intrecciata a una trama di esistenze precedenti. Ciò che siamo non deriva soltanto da ciò che abbiamo vissuto, ma anche dalle storie che ci hanno preceduto, dalle parole che abbiamo ricevuto e dai silenzi nei quali siamo cresciuti.

La ricerca di Zerocalcare non restituisce semplicemente una persona alla memoria: restituisce alla memoria la sua complessità. E, attraverso questa complessità, rende possibile un rapporto diverso con il passato.

Forse elaborare un lutto significa anche questo: rinunciare all’illusione di aver conosciuto interamente chi abbiamo amato, senza per questo rinunciare al legame. Accettare che una persona possa continuare a vivere dentro di noi non come un’immagine definitiva, ma come una presenza che cambia, che ci interroga e che contribuisce a trasformarci.

Non si tratta di impedire che il nome venga dimenticato. Si tratta di fare in modo che, anche quando il tempo ne attenuerà il suono, qualcosa di quella vita continui a essere pensabile.

E che la memoria non sia soltanto il luogo in cui conserviamo chi abbiamo perduto, ma anche quello in cui possiamo incontrarlo, finalmente, nella sua irriducibile alterità.