“Ex Libris”
di Gabriella Mariotti
Nelle pagine di un libro, nei dialoghi di un film, nella vita di tutti i giorni, può capitare di cogliere una frase particolarmente evocativa e intensa: come in un lampo, improvviso e illuminante, in quelle parole prendono corpo armoniosamente sensazioni, pensieri, associazioni. In Ex libris proporremo qualcuna di questa frasi, commentandone brevemente il senso alla luce di una lettura psicoanalitica.
“Trattieni con mano ferma sulla riva il bambino che vuole gettarsi in acqua per raccogliere un fiore variopinto. Rispetta la sua disperazione per non aver ottenuto ciò che desiderava”
Irene Nemirovsky, Suite francese
Regole contenitive e condivisione della frustrazione
Irene Nemirosky riesce a rendere evidente il delicato equilibrio tra l’applicazione di una regola contenitiva, necessaria e salvifica (non ci si butta nel fiume!) e la condivisione del dolore e della frustrazione che ne possono conseguire. Ciò ovviamente vale per il rapporto con un bambino, al quale è necessario insegnare che non tutto si può avere, ma è altrettanto necessario comprenderne la desolazione e la rabbia.

Le reazioni infantili alle frustrazioni possono essere davvero furibonde, e sembrare assurde a un adulto, ma fatte le debite proporzioni il fiore variopinto di cui parla Nemirovskj è nel microcosmo infantile importante quanto una festa per l’adolescente o un sospirato successo per l’adulto. Porre un limite all’orario di rientro da una serata è una frustrazione notevole per l’adolescente, intorno alla quale si attivano discussioni, contrattazioni e patteggiamenti vari (peraltro non sempre con esiti positivi). La frustrazione dell’adulto che vede svanire il suo personale fiore variopinto, è altrettanto dolorosa e talvolta attivatrice di reazioni furiose quanto quelle infantili.
Accettare i NO e dire NO non è facile!
Per intenderci, accettare un NO non è facile, e neppure dirlo, come si evidenzia in modo drammaticamente chiaro nella relazione tra i generi, laddove molte donne hanno difficoltà a dire no perché dominate da secoli di inibizione a deludere l’altro, e alcuni uomini, come ahimè ricorre nella cronaca di stupri e femminicidi, sono incapaci di tollerare un rifiuto, una delusione, un abbandono.
Anche uscendo da questi contesti estremi di violenza e paura, troviamo quanto siano frequenti le reazioni di frustrazione per un NO, ma troviamo altresì la capacità di mitigarne il vissuto doloroso e le conseguenti espressioni reattive grazie alla comprensione e al rispetto per i sentimenti di chi riceve quel no, come raccomanda Irene Nemirovsky.
I NO difficili da dire
Ed è proprio qui che casca l’asino: quanto siamo capaci di far fronte alle reazioni della persona alla quale abbiamo inflitto una frustrazione? Pensiamo ai genitori che non riescono a tollerare che il proprio bambino si arrabbi con loro, che li consideri “cattivi”, che li odi perfino. Il bisogno narcisistico di vedersi rispecchiati negli occhi del figlio come buoni, bravi, amati, li spinge a ritrarsi dalla reciprocità delle dinamiche del NO: al NO del genitore corrisponde, infatti, il NO del bambino (no, non ti voglio più bene, no, non sei bravo papà o brava mamma).
Questo può evidenziarsi anche nel corso di una psicoterapia psicoanalitica, quando un paziente vorrebbe l’analista tutta per sé, disponibile sempre a rispondere ed accogliere.
Quando la vorrebbe concorde e talvolta schierata, quando cerca approvazione e consenso tout court. Il NO della/del terapeuta, talvolta rappresentato dal solo silenzio, talvolta accennato, talvolta chiaramente affermato anche con una interpretazione, ha il senso di entrare nel merito delle ferite, ancora dolenti, di un sentimento di inadeguatezza feroce e bruciante. Di quel NO, poi, il paziente si potrà sentire grato. “Ho capito che non ero così grave come pensavo!”, “mi sono arrabbiato ma poi ce l’ho fatta da solo! bello!”, “ho cominciato a dire dei NO anch’io! … e senza sentirmi in colpa… ”.
Certo, anche per il terapeuta non è facile sentirsi investito dalla delusione del paziente, dalla sua rabbia e dalla disperazione per una illusoria riparazione che, come il fiore variopinto nel fiume, pare perduta per sempre. Tuttavia, basta talvolta un “capisco…”, un commento che ricuce la delusione attuale con quella antica, un silenzio partecipe e al contempo contenitivo, per ritrovare l’intensità positiva della relazione. In definitiva, ciò che conta è come sempre la capacità di rimanere in contatto con le emozioni, senza farsene travolgere e senza negarle.