“Ex Libris”
di Gabriella Mariotti
FERITE AVVENUTE TROPPO PRESTO
“Schiudere i silenzi degli alberi, la loro ritmica, mi è meno ostico che interpretare le parole umane. E’ il limite incancellabile di ferite avvenute troppo presto, quando ancora le parole non facevano mappa, quando il male lasciava in uno stupore privo di giudizio, quando invece il giudizio sarebbe stato un bene preziosissimo, una bussola contro lo smarrimento dell’impossibilità di pensare il male come parte della vita.”
Chandra Candiani, Questo immenso non sapere

Cosa era accaduto?
Molti anni fa, una giovane paziente mi sussurrò di quando, da bambina, il padre uccise il suo gattino scaraventandolo contro un muro. Io, che da sempre amo e sto in compagnia di un qualche gatto, mi ritrovai lì, in quella scena, vedendo quella bambina uccisa contro il muro: il sé piccolo e infantile ucciso in quel gattino. Restai ammutolita. Non c’erano parole per dirlo. Forse le parole stavano dentro quel silenzio, stavano nelle lacrime della paziente. Era possibile dire cosa era accaduto? Perché e che senso avesse? Come può una bambina così piccola formare nella propria mente pensiero intorno a tutto ciò? Contava soltanto, in quel momento della seduta, ciò che entrambe stavamo provando: orrore. Non potendo dare forma all’atto traumatico, resta l’emozione di chi ha subito quell’atto e forse la possibilità di condividerla, sentendosi così meno soli e inermi.
Non a caso, praticamente dalla sua nascita, la psicoanalisi si è interrogata sul trauma: realtà o fantasie del paziente? Fornisce l’accesso al mondo interno o è solo un concretismo di copertura? E’ immedicabile, sanabile o almeno gestibile? Esistono parole per dirlo o la sua precocità può renderlo indicibile?
Molti psicoanalisti, soprattutto coloro che si sono occupati di infanzia, hanno descritto le difficoltà di affrontare un bimbo traumatizzato, hanno cercato parole da prestargli per dare senso a ciò che lo ha ferito in modo brutale … eppure, raramente ho trovato parole più limpide e dolenti di quelle di Candiani, poetessa…
“Pensare il male come parte della vita”.
“Quando ancora le parole non facevano mappa”, quando cioè le parole non potevano orientare e tracciare un percorso, quando ancora era impossibile “pensare il male come parte della vita”. Francamente, mi riesce difficile trovare parole più giuste per trasmettere l’orrore di un dolore che arriva senza che vi sia un apparato per pensarlo, addirittura per poterlo ammettere. Quando manca la bussola, oltre alla mappa.
Penso ai bambini di Gaza, penso ai bambini rapiti in Ucraina dai russi o in Israele da Hamas, penso ai bambini vittime del commercio sessuale…Penso cioè a chi sopravvive e dovrà fare i conti per tutta la vita con l’orrore, la paura, l’angoscia…
Se mancano le parole, cosa resta? Parole anche silenziose, parole dentro di sé, magari parole in cerca d’autore, ma parole che diano corpo e forma, che possano tracciare una strada, che fungano da contenitore al dilagare di una persecuzione che toglie fiducia al futuro. E a noi resta la condivisione di quell’emozione, resta essere lì e cercare insieme la strada per andare oltre.