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Ex libris

“Ex Libris” di Gabriella Mariotti

“Ex Libris”
di Gabriella Mariotti

 

Un Maestro di musica, evidentemente solitario e consuetudinario, si veste per uscire, un pò tristemente impeccabile nel suo abito intero e cravatta. Intanto, ripercorre a memoria una delle più intense poesie di Kavafis:

E se non puoi la vita che vorresti,
Cerca almeno questo
Per quanto puoi: non la svilire
nei troppi contatti con la gente,
Con traffici e discorsi.
Non la svilire portandola
troppo in giro, esponendola
Alla quotidiana insipienza
Dei rapporti e degli incontri,
Fino a farne una fastidiosa estranea.

E’ la scena di apertura del “Bambino nascosto”, un bellissimo film di Roberto Andò, e il professore è Silvio Orlando. Quest’uomo solitario, che non può la vita che vorrebbe (è omosessuale in una famiglia e in un ambiente decisamente ostili), certamente non la svilisce in troppi contatti, benché sui traffici di quotidiana insipienza qualche dubbio si possa avanzare. Eppure appassisce, vivendo nella sua pacata indifferenza, nella regolarità di giornate estranee alla vita stessa. Fino a che un vero e proprio scugnizzo, oggi si direbbe un “maranza”, si infila in casa sua per fuggire alla propria famiglia camorrista che lo sta mettendo a rischio.

Il ragazzino vivace e provocatorio chiede rifugio, il Maestro diffidente glielo concede. Ecco il bambino nascosto, che non è, evidentemente, soltanto questa presenza apparentemente inopportuna: è l’anima stessa del Maestro, che Orlando rivela, appunto nascostamente, con pochi sorrisi luminosi e improvvisi. I due giocano, apprendono reciprocamente, intessono un rapporto affettuoso, sperimentano fiducia e rispetto reciproco, il tutto superando ciascuno, a fatica e non senza ferite, i propri pregiudizi e stereotipi, e alla fine si salvano insieme.

E in effetti, soltanto insieme possono salvarsi. Il Maestro può salvarsi dall’appassire soltanto accogliendo e proteggendo il proprio maranza segreto, correndo il rischio di morire, amandolo invece di limitarsi a nasconderlo. E il ragazzino? Solo, in balìa degli stereotipi violenti della camorra non potrebbe salvarsi: ha bisogno della musica, ha bisogno di sentire che l’altro è disposto a condividere con lui una vita diversa, anche pericolosa, ma certamente non svilita, quanto piuttosto arricchita di stupore e meraviglia.

Entrambi non possono la vita che vorrebbero, ma grazie al loro incontro (ri)scoprono la capacità di non renderla fastidiosamente estranea, non si accontentano di scandirla in una quotidiana insipienza.

Traffici, discorsi, troppi contatti, rapporti, incontri… Kavafis trova le parole perfette per descrivere la vita di molti dei nostri pazienti, quelli più vicini all’immagine del criceto nella ruota: impegni professionali che occupano troppo spazio, magari inconsciamente attivati per non sentire e non pensare, e una vita sociale compulsiva per illudersi di esserci e avere una qualche forma di risonanza nella mente dell’altro. O meglio, degli altri, massa informe utile a coprire la propria angoscia di fallimento e solitudine.

Ma d’altro canto anche silenziare il proprio maranza interiore nascondendolo nelle abitudini quotidiane, sistema opposto a quello del criceto, non pare conseguire risultati migliori, se non un graduale, triste, appassimento.

Rimane un’unica via: fare i conti con il maranza, confrontarsi con lui, non farsi travolgere dalla sua immaturità e insieme non averne paura. Ciò che non si è fatto nel passato, può essere fatto ora, proprio nell’incontro analitico, laddove, prima ancora di riuscire a ricomporre il proprio mondo interno, la partita si gioca con l’analista. A volte, siamo proprio noi, analisti, a introdurci e disordinare la vita dei nostri pazienti, siamo noi quel maranza che provoca e invita a giocare, fino a condividere il piacere-coraggio di rompere ogni quotidiana insipienza.