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Cinema e Psicoanalisi

“Exit 8” di Genki Kawamura. A cura di Dario Contardi

Exit 8
di Genki Kawamura
A cura di Dario Contardi

Exit 8 è un film del regista giapponese Genki Kawamura uscito nel 2026. Uno spazio quotidiano e anonimo come un corridoio della metropolitana si trasforma in un’esperienza straniante e ipnotica. Con pochi elementi e una struttura essenziale, il film costruisce un racconto claustrofobico sulla ripetizione e sul sottile confine tra percezione e smarrimento. Un uomo si trova intrappolato in un corridoio della metropolitana che sembra girare in tondo su sé stesso. Per riuscire a liberarsi deve trovare l’uscita numero 8, attraversando i precedenti sette piani. Ma il percorso non è lineare.

Il corridoio si ripete, apparentemente identico, con piccole variazioni: un dettaglio fuori posto, una presenza che cambia, un elemento che segnala che qualcosa non torna. Per uscire bisogna accorgersene. Se si ignora “l’anomalia”, si viene rimandati indietro, costretti a ricominciare dal piano zero.

Non c’è quasi nessun altro oltre al protagonista e ad alcune figure bizzarre e inquietanti che attraversano il percorso. Dei personaggi sappiamo pochissimo, se non un diffuso senso di smarrimento esistenziale. In apparenza non succede molto, il ritmo è minimale, non ci sono molti dialoghi. Eppure, accade continuamente qualcosa: uno scarto, una discrepanza, un segno che chiede di essere letto.

È proprio qui che Exit 8 diventa interessante anche da un punto di vista psicologico.

Il protagonista non è semplicemente perso nello spazio. È prigioniero di un loop, una forma di ripetizione: un percorso che sembra muoversi ma che in realtà riporta sempre allo stesso punto. Nella vita accade qualcosa di simile quando ci ritroviamo a ripetere situazioni che, a posteriori, riconosciamo come già vissute: relazioni che iniziano e finiscono nello stesso modo, scelte apparentemente diverse che producono esiti familiari, stati emotivi che ritornano nonostante i tentativi di evitarli. Contenuti rimossi che continuano a ripresentarsi sotto sembianze differenti.

Il film mi ha fatto pensare al meccanismo della coazione a ripetere descritto da Freud in Al di là del principio di piacere (1920), dove parla della tendenza del soggetto a riproporre esperienze anche dolorose, come se vi fosse qualcosa che insiste oltre il principio di piacere. Freud mette in luce proprio questo paradosso: non sempre cerchiamo ciò che ci fa stare meglio, ma ciò che, in qualche modo, deve ancora essere psichicamente elaborato.

Come nel corridoio di questa familiare ed inquietante metropolitana, il punto non è tanto uscire, quanto accorgersi di ciò che non torna “all’interno”. In Exit 8 la differenza tra avanzare e restare intrappolati è minima: un dettaglio notato o ignorato, una piccola soglia percettiva. Il protagonista è chiamato a sviluppare uno sguardo diverso, più attento, capace di cogliere le anomalie.

Si potrebbe dire che il film metta in scena proprio questa dinamica: finché ciò che si ripete non viene riconosciuto, resta invisibile. E proprio perché invisibile, destinato a continuare. In questo senso, il loop non è soltanto una prigione, ma anche un tentativo di trasformazione. Forse, un modo della mente di tornare su qualcosa che non è stato ancora compreso o attraversato fino in fondo, per poterlo finalmente lasciare andare. Il corridoio di Exit 8 assume così una connotazione simbolica: uno spazio chiuso, ma non del tutto. Un sistema che si ripete, ma che contiene al suo interno delle differenze. Un luogo da cui non si esce con la forza, ma attraverso uno spostamento dello sguardo. E forse è proprio questo l’aspetto più inquietante del film: non tanto l’idea di essere intrappolati, quanto quella di non accorgersi di esserlo. Perché, come sembra suggerire silenziosamente anche la vita, a volte non serve trovare una nuova via d’uscita. Serve guardare davvero ciò che si ha già davanti agli occhi.