Genitori e figli: un luogo di libertà e responsabilità
di Daniela Calandrino
Una mamma è preoccupata perché il suo bambino di quasi 4 anni trattiene testardamente e dolorosamente le feci. Il piccolo, nel timore di sentire dolore, finisce col rendersi “sordo” ai suoi stati e ai suoi bisogni.

acquarello di Daniela Calandrino
Un’altra mamma porta i suoi timori in relazione al ritiro della sua bambina che, dopo un inizio felice, non vuole andare alla scuola materna, è inappetente e fatica a dormire.
Sempre più frequentemente giungono alla nostra osservazione genitori smarriti, interdetti nella possibilità di sentirsi genitori competenti.
Una buona dose della sofferenza che i genitori portano, come si evince nei due brevissimi esempi, sembra sia costituita dal sentirsi esautorati dalle loro funzioni, talvolta tiranneggiati dai propri figli e dai loro bisogni da soddisfare, pena la perdita di senso del proprio ruolo. Se vi è un qualche tipo di inceppamento nella crescita, questo diviene il fulcro attorno al quale possono strutturarsi equilibri disfunzionali, che possono divenire patologici nel tempo. Ecco perché è importante intervenire precocemente.
Nello sviluppo psichico, un bambino ha bisogno di essere “investito” positivamente dalla propria mamma e dal proprio papà. Questa è la base affinché il piccolo possa ritrovare dentro di sé l’amore per se stesso. In tal senso, le proiezioni genitoriali sul figlio (fantasie, aspettative), evidentemente non sono di per sé improprie, sono inevitabili e utili anche alla trasmissione valoriale intergenerazionale.
L’ECCESSO DELLE PROIEZIONI DI SÉ TRA GENITORE E FIGLIO
La quota di saturazione di ciò che i genitori mettono di sé nella relazione con il figlio è un elemento cruciale. Tuttavia, se è comunque possibile cogliere e accogliere le “risposte” comportamentali ed emozionali del bambino senza esserne sopraffatti e angosciati, questo consente di mobilitare la crescita. Talvolta però vi è una sorta di inversione quando il genitore proietta delle emozioni e dei vissuti propri sul bambino, attribuendo così un significato improprio e generando uno scambio alterato.
Questo ci riporta alla dimensione della responsabilità come esercizio di una differenza: certo che è fondamentale la possibilità di immedesimarsi in quello che il proprio bambino vive e soffre, ma è altrettanto importante che il genitore possa costituirsi come contenitore che più e meglio è in grado di metabolizzare emotivamente la realtà. E se lì si annidano le fragilità degli adulti è proprio lì che occorre lavorare.
LA RESPONSABILITA’ DELLE DIFFERENZE: INGREDIENTE DELLA COMPETENZA GENITORIALE
La crescita emotiva e psichica di un bambino non può procedere se non attraverso la possibilità di un adulto di costituirsi come luogo di ascolto, di trasformazione e di generazione di senso.
Se l’idealizzazione del bambino può essere in parte utile a promuovere un buon nutrimento narcisistico del bambino stesso, potrebbe essere che nell’attualità “Sua maestà il bambino” sia divenuta l’espressione di una resa ad una impossibile assunzione della responsabilità della differenza, tra adulto e bambino?
È sempre più facile cedere alla tentazione di una deriva tecnicistica e razionale che vede il senso di questa differenza nell’accesso ad una maggiore conoscenza e vi è il falso mito che lo sviluppo e la crescita possano passare attraverso l’acquisizione di “informazioni”. Quante volte sento genitori esasperati per le intemperanze dei loro bambini che dicono “Ma glielo avevo spiegato! non è che gli dico solo di no, gli spiego anche perché…!” Il fatto è che questo non basta a lenire il dolore della frustrazione, ed è quel dolore che un bambino a volte considera semplicemente insopportabile, ed è lì che ha bisogno di aiuto affinché il dolore sia “sostenibile”, cioè trovi un significato nell’esperienza in sé e nella convivenza con altri.