skip to Main Content
Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Genitorialità e nascite: Diventare genitori

© Monica Bomba

Genitorialità e nascite
Diventare genitori

La genitorialità richiama a sé il divenire: si diventa genitori e vi è nel termine una dinamicità intrinseca che rimanda a un cambiamento, a un passaggio da uno stato a un altro. È un passaggio che coinvolge un nucleo costitutivo e profondo dell’identità individuale ed esso coinvolge le categorie fondative dello spazio-tempo in cui l’identità di ciascuno si esprime e si sviluppa.

Diventare genitori implica inserirsi nella traiettoria del tempo introducendo una finitezza (una nuova vita è per definizione finita) e partecipando, nello stesso tempo, di una infinità che si rinnova almeno da qualche milione di anni.

Quando parliamo di genitorialità, quindi, facciamo riferimento a delle funzioni complesse che evidentemente cominciano ad organizzarsi ben prima della nascita del bambino stesso. Il genitore che diviene tale insieme al figlio, è la risultante delle molteplici funzioni di cura che un adulto, sia esso genitore biologico o meno, rivolge a colui di cui si occupa, comprende pertanto più competenze. In primo luogo, la capacità dell’individuo di provvedere a qualcun altro e di individuarne i suoi bisogni in evoluzione, di esplorarne via via le emozioni entrando in risonanza affettiva con lui (senza fondersi e confondersi con l’altro stesso), di garantire protezione e sicurezza attraverso l’accudimento, di garantire regolazione (che è innanzitutto una regolazione di spazi e di ritmi) e di dare dei limiti. Tutto ciò è volto alla crescita e allo sviluppo del bambino in modo che sia garantita una funzione transgenerazionale.

Non mi riferisco evidentemente solo alla genitorialità intesa come insieme di atteggiamenti e comportamenti di cura, peraltro sempre inseriti in un determinato contesto sociale e culturale, ma anche e soprattutto a una dimensione interna simbolica che riguarda i nuclei profondi dell’identità e che si origina a partire dalle proprie esperienze di figli. In tal senso è un assetto che si attiva tutte le volte in cui il soggetto è coinvolto in interazioni di accudimento e cura. Ecco perché possiamo parlare di genitorialità al di là del concepimento, questo ne può essere espressione e presupposto, ma non è condizione necessaria. Essa piuttosto si radica nella comune e umana esperienza dell’essere figli.


Natalità nella pandemia

I recenti dati forniti dall’ISTAT sull’andamento delle nascite nel corso di quest’anno pongono interrogativi molteplici. Già nel tratto terminale dello scorso anno si era evidenziata una caduta di natalità che trova conferma nei dati dei primi mesi del 2021: si parla di una riduzione del 14% dei nati in gennaio e del 5% dei nati in febbraio, le stime sembrerebbero prevedere un ulteriore calo tra il 3 e il 5%, con un totale che scenderebbe sotto i 400.000 nuovi nati.

Il presidente dell’Istat, Gian Carlo Biangiardo, ipotizza al riguardo l’esistenza di un malessere strutturale:

“Potremmo leggere la svolta nella caduta della natalità anche alla luce del legame che si è venuto a creare, a partire dalla fine di febbraio 2020, tra la progressiva diffusione della pandemia, con la percezione dei suoi effetti più drammatici fortemente alimentata dalla cassa di risonanza mediatica, e il clima di paura e incertezza che ha verosimilmente accompagnato la vita e le scelte riproduttive della popolazione in età fertile” (Blangiardo G. C. “Calo di nascite: sintomo di un disturbo occasionale o conferma di malessere strutturale?” 3 maggio 2021 ISTAT).

Sono stata particolarmente colpita da questo dato e mi sono chiesta cosa stia accadendo, quali ipotesi possiamo fare come psicoanalisti. Credo che occorra ripensare a cosa voglia dire diventare genitori, quali funzioni siano in gioco e se qualcosa non stia mutando anche alla luce della recente vicenda pandemica.


Perché spaventa così tanto diventare genitori?

È ai primordi della vita e della storia di ciascuno che si radicano l’interiorizzazione e i vissuti dell’esperienza di cura, in una fase in cui il principale contenitore di cure è il corpo e le sue esperienze sensoriali che hanno luoghi (pelle), spazi, ritmi, umori e odori. Lì, come ben delinea Ogden (Ogden T. H., 1992, Il limite primigenio dell’esperienza. Roma: Astrolabio), si iscrivono le emozioni dell’origine della vita psichica, in un crocevia relazionale ed emozionale pregno che lascia traccia, e che determina un andamento della crescita e dello sviluppo della mente e della soggettività.

L’attesa e la nascita di un figlio costituiscono dunque vicende che mobilitano sul piano emotivo perché occorre potersi identificare con i propri genitori ed elaborare la perdita dello statuto esclusivo di figli.

Questo evidentemente rimette in circolo conflitti irrisolti e lutti che, se non elaborati precedentemente, possono confluire nella relazione con il bambino e nella possibilità di transitare dal bambino immaginato al bambino reale. Il corpo, dunque, inizialmente ospita e registra l’esperienza di cura che ciascuno ha fatto e, successivamente, in tutte le fasi e i cicli di vita degli individui, ognuno può avere modo di attingere a quella primaria esperienza interiorizzata esprimendola a propria volta.

La recente pandemia ha però rappresentato una minaccia all’integrità corporea, ha traumaticamente reintrodotto l’idea della morte che la nostra civiltà occidentale soprattutto sembrava avere scotomizzato e ha profondamente minato il senso di continuità del tempo e del sé dell’individuo.

Tutto questo potrebbe avere avuto delle ripercussioni anche sulla possibilità per le coppie di dare realizzazione al proprio desiderio di mettere al mondo un bambino? Forse la psicoanalisi può fornirci delle chiavi per decodificare o almeno formulare delle ipotesi sui grezzi dati statistici.

L’origine della parola desiderio è quanto mai interessante: nel vocabolario online di Treccani troviamo che essa deriva dal prefisso latino de-, e dal termine sidus, cioè stella. “Letteralmente vuol dire cessare di contemplare le stelle a scopo augurale, nel senso di trarne gli auspici e quindi bramare”. Desiderare significa quindi sentire la mancanza delle stelle, intesa come percezione dei buoni auspici: per estensione, il termine allude al sentimento di mancanza che diviene senso e motore di ricerca appassionata.

Il desiderio di per sé rimanda più alla distanza tra il soggetto e l’oggetto di desiderio, e al moto dell’animo che li lega, che alla natura dell’oggetto stesso. Esso quindi ha a che fare con la mancanza, con quella tensione che induce ad “uscire fuori da sé” verso qualcosa d’altro e verso l’altro.

Thanopulos, nell’Enciclopedia della Psicoanalisi di SpiPedia (Thanopulos S., “Desiderio” in Enciclopedia della Psicoanalisi di SpiPedia), distingue il desiderio dal bisogno. Mentre quest’ultimo implica sempre un appagamento con la conseguente assenza di tensione derivante, “…il desiderio crea una destabilizzazione, sbilanciamento della struttura psicocorporea, produce una sua trasformazione. (…). Diffida del calcolo, della prevedibilità e della stabilità, che producono assuefazione, non disdegna l’incertezza e il rischio, tiene conto della possibilità di un suo fallimento. Dischiude la materia della soggettività alla realtà, crea l’interesse per il mondo.”

Il desiderio, dunque, risiede in quel vuoto di conoscenza in cui può comparire la pre-concezione di un genitore senza figlio e un figlio senza genitore che “stanno aspettandosi” nell’immaginario di un incontro, nella cornice in cui è compresa la consapevolezza del limite, del decadimento e della morte, ma con la presenza sicura di protezione: come nel quadro “La Tempesta” di Giorgione, in cui una figura maschile sembra porsi a tutela della madre-con-bambino.

Il desiderio di un figlio è un “fatto privato”, nel senso che proviene dalla più profonda “intimità di sé”, ma è anche un fatto pubblico nella misura in cui si iscrive entro un patto di coppia e sociale.

Il desiderio di un figlio contiene sempre quindi un desiderio attivo di ri-nascita di sé all’interno di una comunità: un appoggio come quello del neonato al corpo della madre, che richiede la protezione e il sostegno della comunità stessa (sostegno affettivo, culturale e politico). Una comunità, potremmo dire, inizia dal numero tre.

E allora bisogna tornare a prendersi cura anche di un senso di comunità che è stato esasperato e distorto: per certi aspetti, infatti, è stato amplificato (basti pensare al fatto che mai come in questo ultimo anno e mezzo abbiamo sperimentato quanto le distanze nello spazio siano nulle) e per altri appare infragilito poiché l’altro, per definizione, è stato considerato un nemico, un possibile untore portatore di malattia e di morte.

Abbiamo, dunque, bisogno di tornare a sperimentare il senso di comunità prendendoci cura dei legami per tornare a protenderci verso ciò che non si conosce (estraneo), verso il vuoto in cui si può sentire la mancanza, senza cadervi dentro. Abbiamo bisogno di tornare a desiderare la vita.

Milano 2.07.2021
Daniela Calandrino

Back To Top