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Il bisogno di parlarsi – a teatro filodrammatici fino al 26 maggio

Il bisogno di parlarsi – a teatro filodrammatici fino al 26 maggio
di Monica Bomba

 

“Dobbiamo parlare” sono le parole quasi sussurrate della protagonista del primo atto dello spettacolo A CASA ALLO ZOO (di Edward Albee, regia di Bruni Fornasari). Il Teatro Filodrammatici di Milano mette in scena l’isolamento: quello dell’uomo dalla natura, quello che infiltra la rassicurante convivenza di una coppia oramai inaridita, quello rappresentato dallo zoo, metafora dell’illusione tutta umana di essere in grado di tenere ingabbiato-sotto controllo ciò che di noi stessi ci spaventa.

Crediti fotografici: Laila Pozzo

L’idea che circola in questa opera del 1959, ma ancora attuale, è che vi sono esperienze di isolamento che possono spingere ad uno scollamento dalla realtà, e quindi alla morte della relazione. Così ad esempio l’illusione di condivisione e di comunicazione all’interno di una  coppia: dobbiamo parlare, dice la protagonista – (sottinteso) “perché non lo abbiamo fatto mai” – di isolamenti che spingono ad evitare le emozioni e di comunicarsi verità affettive, bisogni e desideri. Il primo atto mostra bene la collusione tra lui e lei: quando  finalmente e con fatica e dolore i due si riescono a parlare di quanto tutto tra loro sia fermo=morto, interviene la sordità psichica, l’assenza di ascolto, il ritorno al non parlare. La protagonista torna a “preparare gli spinaci”e un cambio di scenario sconcerta. Inizia il secondo atto e una storia apparentemente scollata, appunto. “Allo zoo” entrano in scena gli stati d’animo che si generano in una condizione di intrappolamento psichico.  Disarmanti atmosfere di anime avvizzite  che il regista contrappone al bisogno di contatto sociale, in una lotta all’ultimo sangue. Anche nel secondo atto entra così in scena l’isolamento nell’impossibilità di narrare e trasmettere, tra i  personaggi e tra palco e pubblico, i vissuti di devitalizzazione che prendono il via dalla perdita di contatto dalla realtà affettiva;  sembra che questi abbiano un ingrediente repellente al loro interno per cui restano muti, incomunicabili, isolati appunto. Lo spettatore è invitato a lasciarsi contagiare, a farsi emozionare da un tale problema esistenziale, a preoccuparsene, a sentire “dal vivo” che la cura dell’isolamento è la relazione.