Il gioco interiore del musicista
Domenico Piccichè
Ed. ASAP 2026
A cura di Caterina Meotti
Che cosa accade realmente quando un musicista suona? La risposta più immediata riguarda ciò che è visibile: la tecnica, l’interpretazione, la prestazione. Ma è proprio sotto la superficie dell’evento musicale che Domenico Piccichè, nel Il gioco interiore del musicista, invita il lettore a volgere lo sguardo. Esiste infatti un altro gioco, meno evidente ma decisivo: quello che si svolge dentro chi suona.
Il libro prende avvio da un’intuizione semplice quanto feconda: accanto al “gioco esteriore”, fatto di studio, tecnica, esami e concerti, esiste un “gioco interiore” nel quale il musicista si confronta con ciò che accade nella propria mente. Ansia, paura dell’errore, vuoti di memoria, dispersione dell’attenzione, dialogo interno e autocritica non costituiscono elementi accessori dell’esecuzione, ma ne influenzano profondamente l’esito.

La qualità della performance, sostiene Piccichè, dipende non solo dal potenziale del musicista, ma anche dalla quantità di interferenze che ne ostacolano l’espressione.
Uno dei meriti maggiori del libro consiste nel non affrontare queste interferenze come un problema da risolvere attraverso un ulteriore irrigidimento del controllo. Al contrario, l’autore propone una diversa qualità della presenza mentale: un’attenzione capace di rimanere nell’esperienza senza essere continuamente catturata dal giudizio o dall’anticipazione dell’errore. L’obiettivo non è dominare le proprie emozioni, ma conoscerle, dialogare e modificare il rapporto con esse.
Questa prospettiva attraversa tutto il volume e trova una particolare efficacia nelle pagine dedicate agli stati di flow, quei momenti nei quali azione e consapevolezza sembrano fondersi e la musica torna a fluire con naturalezza in uno stato simile all’abbandono. Il musicista non appare più impegnato a sorvegliarsi incessantemente, ma riesce finalmente ad abitare ciò che sta facendo.
Anche la riflessione sull’apprendimento si colloca nella stessa direzione. Piccichè, da musicista e docente esperto, insiste sul fatto che la crescita musicale non coincida con il semplice accumulo di competenze tecniche. L’apprendimento è indispensabile, ma non sufficiente. L’interpretazione nasce dall’incontro tra il musicista e il brano; richiede che ciò che è stato appreso possa trasformarsi in esperienza vissuta.
Solo a questo punto il titolo del libro rivela la sua ricchezza. È difficile, infatti, arrivare fin qui senza pensare a Donald Winnicott. Il “gioco” evocato da Piccichè sembra trovare nel pensiero dello psicoanalista inglese un interlocutore privilegiato.
Per Winnicott il gioco non è semplicemente un’attività infantile. È lo spazio potenziale nel quale realtà interna e realtà esterna possono incontrarsi creativamente, dando origine all’esperienza culturale, artistica e simbolica. È nel gioco — scrive Winnicott — che l’individuo può essere creativo e utilizzare integralmente la propria personalità. La creatività, in questa prospettiva, non coincide con il talento artistico, ma con una modalità di stare al mondo caratterizzata da vitalità, spontaneità e senso di autenticità.
Letto attraverso questa lente, Il gioco interiore del musicista sembra parlare di qualcosa che va oltre la gestione della performance. Le interferenze descritte da Piccichè ricordano quelle configurazioni interne che la psicoanalisi conosce bene: istanze severamente giudicanti, modalità di auto-osservazione che finiscono per paralizzare il gesto spontaneo. La musica smette allora di essere uno spazio di esplorazione e diventa un territorio sorvegliato. Non si suona più per incontrare il brano, ma per evitare l’errore.
Da questo punto di vista, il “gioco interiore” potrebbe essere letto come il tentativo di preservare la possibilità stessa di giocare. Non di eliminare il conflitto interno, ma di impedire che il giudizio occupi interamente la scena psichica, sottraendo spazio alla creatività. Gli stati di concentrazione partecipata ma libera descritti da Piccichè assumono così un significato ulteriore: rappresentano quei momenti nei quali il musicista riesce nuovamente ad abitare lo spazio del gioco, sospendendo temporaneamente la sorveglianza del proprio osservatore interno.
Anche le pagine dedicate all’insegnamento acquistano, in questa prospettiva, una particolare profondità. Il docente non è soltanto colui che trasmette competenze, ma chi sa creare le condizioni affinché l’allievo possa sviluppare una relazione personale con la musica, rispettando tempi, risorse e fragilità di ciascuno. È difficile non riconoscere, anche qui, qualcosa della funzione facilitante descritta da Winnicott: offrire un ambiente sufficientemente sicuro perché la creatività possa emergere senza essere soffocata dalla paura del giudizio.
Pur affrontando questioni molto concrete della pratica musicale — dalla respirazione all’uso del peso corporeo, fino agli aspetti interpretativi e storico-stilistici — il libro mantiene costantemente aperta una riflessione più ampia sulla qualità dell’esperienza umana.
Forse è proprio qui che risiede il suo interesse maggiore. Letto attraverso Winnicott, Il gioco interiore del musicista appare meno come un manuale sulla prestazione musicale e più come una riflessione sulla possibilità di restare creativi anche quando siamo chiamati a performare. La domanda che attraversa il libro riguarda allora non solo il musicista, ma ciascuno di noi: come continuare a creare, a imparare e a esprimerci senza che il timore del giudizio soffochi quella spontaneità da cui ogni gesto autenticamente creativo prende origine?
È una domanda alla quale Piccichè non offre risposte definitive. Ma il suo merito consiste forse proprio nell’indicare che la qualità della nostra esperienza — nella musica come nella vita — dipende meno dalla ricerca della perfezione che dalla capacità di preservare, anche nelle situazioni più esposte al giudizio, quello spazio interiore in cui è ancora possibile giocare.