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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Il giovane Holden: Odissea di un adolescente, ieri e oggi

di Claudia Balottari 

Egon Schiele

“Ma dove vanno a finire le anitre quando gela il lago di Central Park?” si domanda il giovane Holden Caulfield[1], nel suo vagare notturno per la città di New York. Nessuno ha una  risposta per lui.  Incontrerà risposte in una fuga dal mondo che l’ambiente ha prescritto per lui. Sarà un percorso che apparirà come un lungo sogno, raccontato in prima persona. Il percorso gli farà fare “ritorno a casa”,  come Ulisse,  al termine della sua Odissea.

Holden è appena stato espulso, per la quarta volta, da una scuola prestigiosa in cui l’aveva mandato la sua prestigiosa famiglia, lontano dalla città natale. È una rottura con l’istituzione, una rottura “annunciata”: “Una scuola, più costa e più farabutti ci sono – senza scherzi”; è un progressivo disfarsi di tutto ciò che precedeva.

La rottura definitiva avviene quando perde i fioretti per la gara di scherma dei compagni, affidati a lui. E’ la goccia che fa traboccare il vaso del suo sentimento di inettitudine, rivolto in disprezzo verso il proprio contesto di vita. Perversità? Aggressività? O disperato tentativo di sopravvivenza del “vero sé”?

Holden è un giovane in rivolta, pervaso da umori anti-istituzionali, che vuole interrompere con il mondo. Si esprime con un linguaggio gergale e disinibito teso a impressionare: “maledetto” e “dannatissimo” sono parole  usate indifferentemente per oggetti e persone e come ricorrenti interiezioni, così come oggi viene usato “fuck”. E se parla della “vecchia” Phoebe,  non è altri che l’amata sorellina di dieci anni, vecchia in quanto appartenente alla sua “vecchia infanzia”: un linguaggio carico di affettività implicita e indifferenziata.

In Italia, il romanzo uscì nel ’61, procurò critiche persino alla traduttrice, e la generazione del ’68 vi lesse il rifiuto etico-politico, secondo le urgenze ideologiche dell’epoca. In America, il libro uscì nel ’51 e venne adottato come manifesto eversivo; anche la sua sciattezza stilistica fu vista come rifiuto del perbenismo borghese. È l’anticipatore di tutta una generazione “bruciata”, dell’adolescente della società opulenta. Un mito dell’epoca che, nel tempo, è diventato “eponimo”, cioè ha dato un nome a quella sua ribellione: Adolescenza. Come tutti i miti, può mostrare cose diverse da diverse prospettive.

Adolescenza è innanzitutto anelito alla libertà e all’indipendenza. In modo impetuoso, il corpo precede la mente. Ma il bisogno più profondo è quello di sentirsi reali per poter incontrare altra realtà. Reale significa né vero né falso, ma incontrato nella realtà.

Come Ulisse, l’adolescente deve partire; come Edipo, teme di soffrire; come Narciso,  teme di morire.

“Ci si fa un guscio sufficiente a proteggerci – dice Bion – poi ci si deve ribellare contro il guscio perché non solo ci protegge, ma può anche imprigionarci”[2]. È un pensiero che evoca una rottura del guscio, o un suo schiudersi: l’apertura di un involucro corporeo che fa uscire qualcosa, l’apertura di una mente che registri e organizzi e “sappia di esistere”, per poter essere oggetto di se stessa: riflettere su di sé e fare teorie sul proprio funzionamento. Metafore che hanno la risonanza della nascita. Una nuova nascita, con il rischio potenziale della catastrofe originaria, oscillante tra timore di morte e attese di vita, aggrappamento a pretese di potenza e terrore della dissolvenza di sé … mi sentii come stessi svanendo…

Il racconto annuncia subito un’atmosfera di “break” luttuoso. Succede che mentre scappa via Holden si sente svanire, non sa perchè sta correndo, in un panorama gelato: “Ad ogni modo, era dicembre e tutto quanto, e l’aria era fredda come i capezzoli di una strega (…). C’era una gelata del diavolo e per poco non finii per terra. Non so nemmeno perché stessi correndo – vuol dire che mi girava così. Dopo attraversata la strada, mi sentii come se stessi svanendo. Era uno di quei pomeriggi pazzeschi, freddo da morire, senza sole né niente, e ti sentivi come se stessi svanendo ogni volta che attraversavi una strada” (p.6).

 Holden non sente emozioni, non ci sono pensieri, l’azione li precede. Svanire è il suo modo di accorgersi che sta dissolvendosi, ma è un conosciuto non pensato, perché ha perso concentrazione e unitarietà di sé. Lo sa il corpo. Con il corpo (i compagni gli hanno rubato anche il cappotto caldo!) avverte il freddo della perdita di contenimento, lo slegamento dagli affetti e dalle relazioni dell’infanzia. È un corpo cresciuto di sedici centimetri dall’anno prima, come se lo sviluppo biologico avesse preso la mano alla mente, anticipandola, tradendola nel bisogno di un tempo di transizione supportato da un ambiente capace di trasmettere pazienza, attesa fiduciosa,  prospettiva. In lui non c’è preoccupazione per l’avvenire, perché non c’è il senso del futuro, ma solo l’impulso a fuggire via da qualcosa di troppo angoscioso che suscita impotenza di fronte al mondo adulto che “fa” … e “tanto non lo puoi fermare”.

E’ una condizione insostenibile, che ruba il tempo della trasformazione, dell’attesa paziente: paziente, nel senso etimologico di patire insieme, com-patire, com-passione. Con qualcuno.

L’adolescente Holden sembra più comprensibile se ascoltiamo Winnicott[3]: “L’adolescenza è una scoperta personale durante la quale ogni soggetto è impegnato in un’esperienza, quella di vivere; in un problema, quello di esistere”. Ma ci ricorda che è anche un fatto pulsionale. Si tratta di “integrare le modificazioni della pubertà nello schema della personalità particolare dell’individuo”. Vale a dire esistere nell’esperienza e contemporaneamente sentire di esistere, affinché possa esserci trasformazione e la coscienza di esserne agenti.

Seguiamo un po’ la fuga e il vagare notturno-sognante del nostro adolescente. Vedremo che sta prendendosi un tempo di esitazione, per “far ritorno a casa”: un ritorno a se stesso.

Tutto avviene in un week-end  che precede un Natale, prima di tornare a casa a dare la notizia “ferale” alla famiglia della sua ennesima espulsione dal corso degli studi.

Cominciamo a conoscerlo come un “filosofo” deluso perché non trova un’area di incontro tra le sue teorie sulla vita e quelle degli Altri, quindi o c’è lo scontro o c’è la mortificazione e l’allontanamento mediante indifferenza, o il disprezzo. Holden si ribella e fugge,  procedendo per rotture a cerchi concentrici. Per primo, rompe con l’etica dell’istituzione, luogo di farabutti, di ipocrisia, palloni gonfiati, dove conta soltanto essere dalla parte di chi ha i soldi e il potere (forse ha ragione).

Vuole autenticità, soggettività, ma lo fa in opposizione. Come il bambino, divide le cose tra ciò che piace e ciò che non piace. Non studia e denigra il sapere degli altri, pretendendo il “diritto a esistere” incondizionato  del baby. Si serve del disgusto, assolutizzandolo (tutto non fa schifo, ma è schifo), per tener lontano ciò che è “diverso”, come avesse paura di esserne contagiato. Ma lo fa con intelligenza e ardimento. Come il bambino, si appassiona a ciò che piace; come il lattante in svezzamento, tende la mano ad afferrare il seno. Così Holden vuole eliminare la distanza dall’”oggetto” ideale e appropriarsene: tra “me e non-me”, tra ciò che trovo e ciò che creo non c’è differenza, non deve esserci distanza, né spazio, né tempo.  E c’è delusione quando la realtà così non è. “Quelli che mi lasciano senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. Non succede spesso però” (p.23).

Gli manca “un amico per la pelle”, perché nei suoi compagni respinge e condanna l’ottusità mentale, l’esplosione “rumorosa” e incontrollabile del corpo che soffoca ogni empatia. Anche il “vecchio” Ackley, quel “figlio di puttana” compagno di stanza,  è tenuto lontano dal disgusto: “Le aveva tutte lui, quello là.  Sinusite, foruncoli, denti schifi, alito cattivo, unghie sozze” (p. 47): uno specchio della propria confusione psicocorporea.

E dell’inconsistenza del tempo, una a-temporalità che attira indifferenza,  lui stesso ci dice che a volte ha tre anni in meno, a volte è molto più vecchio, ma “mai che qualcuno se ne accorga. La gente non si accorge mai di niente”. La “gente” non si accorge mai di lui,  avviato a un transito che ci fa presagire la rivoluzione  del sé, come in un tipico breakdown che congela la psiche dell’adolescente, anitra che non trova modo di migrare verso paesi caldi e resta imprigionata nel gelo affettivo.

Ora, se torniamo alla sua domanda sulle anitre, ci viene spontaneo trasformarla nel sogno-incubo di se stesso che non sa dove andare, un’anitra imprevedibilmente sorpresa dal gelo. È l’adolescente di fronte all’ignoto, che non sa ancora fare la domanda giusta: chi sono, chi voglio essere, dove sto andando, cosa sto facendo? E non sa che la risposta si radica nella domanda: da dove vengo?

Occorre dire qualcosa della sua famiglia. Holden ci avverte subito, prime parole, che non gli interessano le origini e la scena primaria: “Cosa facevano i miei genitori prima di me son tutte baggianate”. Non può dire “cose personali sul loro conto, e tutto quanto,  perchè gli verrebbero un paio di infarti, sono molto suscettibili. Soprattutto mio padre” (p. 3). Ma sono “carini”. Sapremo alla fine che il padre è un avvocato che fa tanti soldi ma, si chiede Holden, ha interesse per i clienti? Vale a dire: qual è il mio vero valore di figlio?

Holden non sopporta che gli si dica che i “suoi vecchi” sono eccezionali: in gamba sì, ma non eccezionali. Non più, ora che li sta vedendo nell’alone di quella realtà disgustosa che gli si apre agli occhi, commista di corporeità che lo infastidisce per evocazione di ambigue vicinanze e commistioni.

Ha un fratello trentenne, che lo va a trovare al college. Ma è un fratello che “fa i soldi a Hollywood con il cinema”, e il cinema non gli piace. Invidia, rivalità?  Possibile. Però Holden ci fa capire la difficoltà di distinguere tra vero e falso, tra finzione e realtà, poiché lo stile di vita del fratello gli appare come falsa copia dei film che produce.  Ambiguità tra copia e autenticità.

Sappiamo già della sorella Phoebe. Ora dobbiamo sapere di un lutto reale: tre anni prima il fratello più piccolo, Allie, è morto di leucemia. Di lui conserva l’unica cosa di cui non si può privare nella sua stanza al college, il guantone da baseball sulla cui “pelle” sono incise le sue poesie, condivise in vita.  Allie è  sempre dentro ai suoi occhi, a fargli compagnia in un lutto confuso con quello della madre, verso la quale si vuole pensare  “indifferente”. Troppa paura di dover prendere il posto di Allie, in funzione di oggetto consolatore, terapeutico? Troppa colpa di essere il figlio sopravvissuto? In uno stato di dolorosa confusione, l’ancor più giovane Holden se ne assunse un vago sentimento di colpevole impotenza, come si addice al trauma di un fratello sopravvivente, nella disperazione di una realtà irreparabile che diffonde dolore e rende immeritevoli di essere vivi. Il giorno dopo la morte di Allie, Holden si rovinò una mano distruggendo a pugni le vetrate della serra di famiglia.

È confuso anche con Allie, che “gli piace anche da morto”, perché lui stesso si sente “morente” e capace di “far morire la madre”.

C’è la colpa edipica, con tutto il corollario? Il nostro Holden sta incamminandosi verso il famoso crocicchio in cui incontrare il padre senza voler conoscere l’origine, presagendo le conseguenze tragiche che sappiamo?[4] Se è Edipo, non è quello del crocicchio, ma un Edipo non adottato, che non sa ancora adottare se stesso. Un Edipo in stato di abbandono e “disperso”.  Non può muoversi nella transizione verso il riconoscimento di sé; l’adolescente Holden ha bisogno di essere nuovamente adottato e ha bisogno di fare prima un’altra domanda: “Mi riconoscete?” Per poter sciogliere il dubbio di un’altra domanda, ancora più originaria: “Essere o non Essere?” È in una situazione paradossale, in sospeso tra la realtà di genitori (e mondo adulto in genere), che sono  non solo non-eccezionali, ma disgustosamente potenti nella capacità di impressionarlo, nel corpo prima ancora che nella mente, e la sua limitata capacità di elaborare quelle impressioni. La mente è piena di stimoli confusi tra sogno, fantasia, realtà.

È la crudezza delle proiezioni pre-verbali, corporee, delle persone e dell’ambiente, ciò che lo colpisce e lo impressiona.  L’ipocrisia, disgustosa quanto temuta nel suo potere assoggettante, sta nello scarto tra ciò che si dice e ciò che si pensa, nella falsità delle relazioni che fanno intuire pre-giudizi. Ma è anche presente in una comunicazione pre-verbale che diffonde una ambiguità implicita tra riconoscimento formale e disconoscimento. Il bisogno di “appartenenza” ha il suo prezzo in fatto di adattamento, e la misura è difficile da regolare, resta in bilico tra rigetto emarginante e succube conformismo.

Quando va a trovare il professore che, mentre gli parla, si mette le dita nel naso, il messaggio che riceve è: “mi metto le dita nel naso, perchè è come se tu non ci fossi”. Una corporeità disgustosa e decadente impregna l’atmosfera esterna e si incontra con una situazione interna luttuosa. Ogni impressione sensoriale è introiettata nel registro della umiliazione mortificante, in un aggregato indifferenziato di rifiuto e assunzione di colpa di esistere.

Il passaggio dall’infanzia all’età adulta rende Holden realmente anitra con le zampe incagliate. Non sa emigrare, perchè è impreparato: il gelo lo ha imprevedibilmente sorpreso in un clima di morte che anticipa il lutto fisiologico dell’adolescente, lutto dell’illusione della verità assoluta, eccezionale, speciale – etica ed estetica – lasciandolo senza il sogno di un altrove alternativo.

Holden è Edipo dai piedi ancora bucati e aperti, regredito all’esposizione mortificante, che colpisce in lui anche il “pensatore”, colpendo la pulsione a  conoscere. Prima ancora di affrontare il padre per la ferale notizia delle sue dimissioni dalla “vita precedente”, vita assegnata e accettata da bambino a cui, come tutti i bambini, ha aderito, adattandosi, compiacendo trascinato dal bisogno di appartenenza e riconoscimento, (quel bisogno che chiamiamo amore), Holden sembra preso in una identificazione all’aggressore[5], automortificante e tirannica.

Chi incontra, Holden, nei suoi tre giorni prenatalizi  peregrinanti? Ci accorgiamo che l’itinerario seguito è un itinerario anche interno alla sua mente, una mappa che incontra  nodi di ambiguità, o tracce traumatiche dissociate… disseminazioni.

Come prima tappa,  sceglie di incontrare un vecchio amico del fratello, che non lo ritiene all’altezza della conversazione che stanno facendo: re-incontra così l’umiliante condizione dell’essere piccolo rispetto al grande, dell’ignoranza rispetto al sapere.

Poi sceglie la vecchia amica Sally, che si mostra interessata a una relazione amorosa, ma lui è distratto e infastidito dal suo chiacchiericcio superficiale; è deluso dalla mancanza di empatia.

Casualmente, incontra altre vecchie amicizie del fratello, si mischia con loro ubriacandosi “fradicio”. Ma fa anche un gioco con loro, una finzione per dire una verità: finge una ferita mortale al petto, tenendosi la mano sotto la giacca per non far vedere il sangue. Lo credono pazzo, ma è un attore in cerca d’autore e spettatori.

Tornando in albergo, l’albergatore gli propone un altro incontro, stavolta è una prostituta. Accetta, ma nell’attesa che arrivi, l’eccitamento cade smontandosi come una pellicola di copertura. Il protettore della ragazza però lo truffa, chiedendogli altri soldi. Con un po’ di rimorso, ritorna da Sally per tentare una riparazione, ma lei non accetta. Rappresaglia dell’oggetto?

Nel parco, sorpreso dalla pioggia che lo infradicia, comincia a sentire di essere esposto, vulnerabile. L’idea della propria morte richiama il lutto per la morte di Allie: “Pensavo che mi sarei buscato una polmonite, con tutti quei pezzetti di ghiaccio nei capelli… mi dispiaceva enormemente per mio padre e mia madre… continuavo a raffigurarmela che non sapeva cosa farne dei miei vestiti…”. (p.181). E lui, non sa cosa farsene della sua identità, se pensa di ridursi alle proprie spoglie, per sè e per la madre.

Eppure, come Odisseo, “vuole morire tanto desidera vedere almeno il fumo che si innalza dalla sua terra” (Odissea, libro I, vv. 57-59).

Holden, anitra presa nel ghiaccio, comincia a sentire e ricordare. Ritrova così un nebuloso senso delle cure, attraverso la preoccupazione proiettata nei genitori.

Concern, lo chiama Winnicott[6], ed è presente nel bambino fin da lattante, nella sua tensione ad cercare l’ambiente, dove si avviano i prodromi della capacità di prendersi cura, della morale, della capacità di tenere in mente sé e l’altro, introiettando lo stile delle cure, l’atmosfera affettiva insieme alla conoscenza. Apprendere dall’esperienza, lo chiama Bion. Ma la preoccupazione richiama anche colpa e terrore di aver distrutto, terrori di rappresaglie.

Holden trova finalmente dentro di sé un “oggetto intermedio”, la vecchia Phoebe, che “starebbe male se lui morisse … voglio dire, mi vuole molto bene. Sul serio”. È uno spostamento transferale che gli rende possibile ritrovare legami con un ambiente interno non “rovinato”. Gli rende possibile accostare il dolore.

Decide allora di andare dalla sorella, ma entrerà in casa da clandestino, come Ulisse che nasconde la sua identità. Ora il guscio è un manto che lo rende Nessuno. I genitori sono fuori, Holden ha un tempo e uno spazio per ritrovare qualcosa che ha perduto. Lo vediamo accostarsi alle stanze di casa, luogo fisico dell’infanzia, pieno di oggetti transizionali, depositari di esperienze affettivamente significative che rendono i luoghi del passato malinconicamente rimpianti, se non troviamo il modo di trasferirli altrove, diffondendoli, ritrovandoli, ricercandoli in oggetti e situazioni, ricreandoli nelle passioni che ricreano. Che siano queste la cucina in cui cuciniamo, il giardino che coltiviamo o il campo da tennis, o il campo culturale e relazionale, è lì che ritroviamo l’ambiente delle originarie esperienze in cui abbiamo appreso riconoscimento di esistenza nell’interezza e abbiamo appreso di essere capiti e quindi di poter capire l’Altro. Holden incontra questo ancor prima di incontrare Phoebe,  ne è sorpreso,  e grazie alla reale esistenza di Phoebe,  ritrovata preservata nella propria mente,  ritrova un “oggetto affidabile”.

Depositaria della saggezza spontanea dell’infantile, e di un femminile materno curante,  la sorella intuisce il misfatto: “Papà ti ammazza” gli dice nascondendosi anche lei dietro il cuscino, con un gesto che fa apparire echi di lotte e di morte, ma finalmente condivisibili.

Phoebe sa ascoltare: “La vecchia Phoebe non disse niente, ma stava a sentire…e il buffo è che il più delle volte capisce di che diavolo state parlando. Sul serio”. “Stare seduto qui con te a fare due chiacchiere… E’ una vera cosa, eccome!” (p. 200).

Competente psicoanalista che tutti vorremmo sperimentare, una Phoebe  compagna di chiacchiere, [7]lo trascina in una elaborazione della morte di Allie. E in Allie c’è anche quel sé medesimo che sta scomparendo e che può essere scongelato dal calore delle chiacchiere. Phoebe gli chiede cosa vuole essere in futuro, rimettendolo in una prospettiva temporale di costruzione di sé.  Veniamo così a sapere che per tutto il tempo, Holden aveva in mente una filastrocca, un non-sense, che recita così: “Se scendi tra i campi di segale, e ti prende al volo qualcuno…”. Phoebe lo corregge “…e ti viene incontro qualcuno. “Ad ogni modo, mi viene in mente tutti questi ragazzini… e intorno non c’è nessun altro…solo io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo far altro che acchiappare al volo… Sarei l’acchiappatore nella segale… so che è una pazzia ma è l’unica cosa che mi piacerebbe fare” (p. 201). E’ una prospettiva di salvataggio, ma ancora Holden deve stare nascosto, preso nell’incertezza del riconoscimento. Da sotto il manto di un Ulisse-Nessuno sta a  guardare la madre che arriva a casa  in anticipo e lo trova impreparato all’incontro.  Non può farsi guardare, non sa ancora cosa prova, è troppo confuso con il dolore della madre.  Dal suo nascondiglio, mentre ci fa sapere che la madre “non si è ripresa dalla morte di Allie e che ha sempre il mal di testa”, la osserva entrare e parlare con Phoebe. L’acchiappa con gli occhi, da “Catcher in the ry”, “Cacciatore nella segale”, che è anche “acchiappatore” nel campo da baseball, dove sta con la corazza, in attesa, pronto a battere e respingere la palla.

“Catcher in the ry” è  il titolo originale del libro, intraducibile. Intraducibile, forse ora lo intuiamo, perché è un condensatore e un condensato di elementi complessi, tanto più se ricordiamo che nella filastrocca la traduzione tradisce l’originario, il quale letteralmente suona “se un corpo incontra un corpo attraverso la segale, può un corpo baciare un corpo, senza piangere?” Sotto la corazza del cacciatore, guscio protettivo, ci sono emozioni e bisogni impastati, contraddittori, ambigui, c’è una ferita che ha bisogno di cure, e c’è la paura di essere respinto.

Vedere, non visto,  la madre che parla con Phoebe, è per Holden  un momento di disgelo del dolore;  la corazza si scioglie e tutt’a un tratto “mi misi a piangere… non riuscii a smettere per un bel pezzo”.

Ma non può ancora fermarsi. Ancora estraneo, lascia di nuovo la casa, verso un altro incontro necessario: ha pescato nel ricordo un antico “padre” ideale, un vecchio professore che lo ospiterà nell’ultima notte prima di Natale.

Qui Holden trova nel professore l’intelletto che dà sapienza, ma è una  sapienza narcisisticamente ripiegata su di sè, senza sguardo per vedere chi sta di fronte, nella sua realtà. E’ una sapienza offuscata dal proprio personale interesse mistificante,  ai limiti ambigui dell’abuso.

Il professore, accogliente ma sempre più ubriaco di whisky, (che si ottiene dalla segale!) ha le parole per dirgli che sta facendo un capitombolo orribile: “A chi precipita non è permesso di accorgersi nè di sentirsi quando tocca il fondo. Continua soltanto a precipitare giù. Questa bella combinazione è destinata agli uomini che, in un momento o nell’altro nella loro vita, hanno cercato qualcosa che il loro ambiente non poteva dargli o che loro pensavano che il loro ambiente non potesse dargli. Sicché hanno smesso di cercare”(p. 251 e segg.). Holden mette pure in tasca un biglietto del professore con la massima: “Ciò che distingue l’uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l’uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa”. Parole che Holden sente quasi di capire, ma “…non mi sentivo di concentrarmi, ragazzi, tutt’a un tratto mi sentivo così maledettamente stanco” (p. 219). Il giovane Holden è “estraneo” a un linguaggio che ancora una volta, privo di riconoscimento del suo  stato reale, fallisce l’incontro. Belle parole, ma mentre le dice, il professore agisce come l’ambiente di cui parla. Senza empatia, le parole confermano la frattura tra linguaggio  e consustanzialità, e confermano proprio ciò che Holden teme: che l’ambiente non gli possa dare quello che gli serve. Ora gli servirebbe una funzione che lo vedesse per intero, che raccogliesse la dispersione dell’Io, lo sfinimento, il precipizio. Ora lui è solo Io corporeo, un neonato che ha avuto coliche tormentose e chiede di lasciarsi andare tra braccia sicure per non essere  un guscio vuoto. Ha cercato il professore perché non può cercare il padre,  è con lui che ha bisogno di incontrarsi.  Ma dov’è il padre?

Nella notte, Holden si sveglia d’improvviso, il professore è vicino a lui, lo sta “accarezzando o coccolando sulla stramaledetta testa”. Che fa il professore? Niente, era in ammirazione, spiega il professore.  Fantasia proiettiva di Holden che lo pensa pederasta? Verità? Ambiguità? In ogni caso, qui è ancora Narciso che propone rispecchiamenti senza distanza e risonanza. Ed è l’uomo maturo, l’ambiente, che non deve perdere la testa. “Sei proprio strano Holden, molto strano”,  gli rimanda il professore.

Non è strano che Holden fugga di nuovo per chissà dove, ma prima vuole rivedere Phoebe per dirle addio, l’aspetterà al Central Park, il luogo delle anitre. Ormai sappiamo che nella “vecchia” Phoebe c’è qualcosa di antico che lo tiene unito a se stesso e alla casa delle origini, un infantile-femminile che lo lega alla casa-madre, e che non vuole perdere.

Mentre attende Phoebe, precipita in un vero e proprio attacco di panico. Ha la sensazione di non poter “arrivare dall’altra parte della strada”, invoca il fratello morto perchè non lo faccia scomparire, e ogni volta gli dice grazie. Grazie di essere sopravvissuto, grazie di essere vivo: un sentimento di gratitudine che lo riallaccia alla memoria del fratello nella continuità di sé.

Sarà di nuovo l’incontro con la sorella a farlo decidere di tornare a casa. E’ un incontro concitato, a rischio di collasso.

Phoebe arriva con la valigia, determinata a partire con lui, se lui non tornerà a casa; se non si fermerà anche lui a vedere la sua recita di Natale, lei stessa vi rinuncerà. Holden è confuso tra rabbia, dispiacere, desiderio di proteggerla da questa rinuncia: “La odiavo. Quasi. Credo che la odiavo soprattutto perché se veniva via con me non avrebbe più fatto quella recita.” (p. 240). Vede nella sorella un eccesso di simmetria con se stesso, un doppio di sé in fuga disposto a perdere cose importanti della vita, e acchiappa entrambi sull’orlo del precipizio, con un movimento che recupera un rapporto duale rispecchiante ma insieme differenziante: tra sé e la “vecchia” Phoebe e tra sé e sé.

Mentre guarda  la sorella sulla  giostra del parco,  osserva il movimento circolare ripetitivo con partecipazione, ma  se ne discosta.  Con lo spazio in mezzo, da fermo, ritrova echi di tenerezza per Phoebe e per se stesso bambino,  riconosce la differenza tra sé e Phoebe, tra  grande e piccolo e il proprio essere in un’area intermedia fra bambino e adulto. Vede il valore del loro legame, riconosciuto come vero; è un legame che li radica reciprocamente a un’origine condivisa, a un bene comune che risveglia accudimento e protezione. Decide di restare e affrontare il “ferale” Natale  : “Sì, – dissi. E lo pensavo davvero. Non le stavo dicendo una bugia. Andai a casa davvero, dopo”. (p. 245).

Fratello e sorella, con grandezze diverse, trovano tra loro aiuto e intesa, come se si dessero la mano per svincolare una promessa vitale da imbrogli del passato. Holden sceglie la speranza nella continuità di sé, e sceglie la solidarietà generazionale, ingrediente che dà all’amicizia tra pari il potenziale di una vera esperienza  reciprocamente trasformativa.

Ragazzo arrabbiato e ribelle per il mito di libertà della sua epoca, oggi Holden appare come un adolescente che osserviamo in un tentativo di svincolamento dal falso sé familiare e culturale, con una fuga a strappo, una  caduta  in una sorta di breakdown. La rottura ha aperto aree di esplorazione,  sviluppando una tensione vitale della condizione di crisis. L’itinerario di Holden, esperienza di emozioni e fatti, dissociazioni e disseminazioni, è un percorso quale si può vivere in una terapia baciata dalla fortuna, capace  di produrre buone risonanze e di far emergere transferalmente “ombre dell’oggetto”, antiche eppur nuove, sul filo sottile tra verità e bugia. Come può anche accadere all’adolescente cui siano riservati  buoni incontri nella vita, in un ambiente che sia disposto a modificarsi e a sospendere la verità delle proprie diagnosi e valutazioni.

Viene un momento in cui la rabbia e la ribellione sono forse per l’adolescente, come per il bambino, come per ogni individuo, l’unica speranza di avere una vita più autentica e giusta. La speranza e la fiducia nell’oggetto ritrovato “come nuovo” avvia un’esplorazione in sospeso tra verità e invenzione e può diventare un processo che riconnette e riconcilia parti disconnesse o confuse, suscitando incontri in transito, riorganizzando soggettive costruzioni per trovare una “verità tra sé e l’altro” in movimento vitale, contro la distruttività e l’inconsapevolezza dell’agire.

L’esplorazione non è finita per Holden, il quale ritiene “stupida” la domanda del suo psicoanalista, che suona più o  meno come “cosa farai domani?” “Voglio dire, come fate a sapere quello che farete,  finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete. Credo di sì, ma come faccio a saperlo?” (XXVI).

Eppure, Holden qualcosa ora sa: “(…) So soltanto che sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato”. Perfino del “vecchio” schifoso Ackley, perché “Come facevi a non compatirlo un po’, quello svitato figlio di puttana”.

Claudia Balottari  Via Monte Cervino 3, Milano.  Settembre 2019

 

[1] SALINGER, J.D., Il giovane Holden, Torino, Einaudi, 2008.  Il libro è dedicato dall’autore “. E’ disponibile ora una nuova edizione, per l’editore Einaudi-SuperET,  a cura del traduttore Matteo Colombo, che si propone di aggiornare il linguaggio gergale adolescenziale che l’autore usa nell’opera.

[2] BION, W.R., Il cambiamento catastrofico, 1981, Loescher ed.

[3] WINNICOTT, D.W., “L’adolescence”, 1962, in PÉDIATRIE ET PSYCHANALYSE, Paris, P.B.P., 1969.

[4] Per una esauriente esplorazione del tema edipico, si può vedere DE SIMONE GABURRI, G. Le famiglie di Edipo, 2002, Borla, Roma

[5] FERENCZI, S., “Fasi evolutive del senso di realtà”, 1913 d in Opere,Vol. 2, Milano, Cortina, 1990

[6] WINNICOTT, D.W., Sviluppo affettivo e ambiente, Roma, Armando, 2005.

[7] Questa parola compare una dozzina di volte, in tre-quattro pagine!

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