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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Il rientro a scuola visto dalla stanza d’analisi

Autore: Francesca Bonfanti, studentessa del Liceo Artistico Giacomo e Pio Manzù di Bergamo

M., un sedicenne in terapia, nella sua seduta da remoto parla del recente rientro a scuola molto faticoso e racconta che vorrebbe togliere dalla sua camera un armadio dove la madre tiene alcuni suoi vestiti e mettere lì una sbarra per le trazioni, in modo da potersi allenare. Sembra esprimere, così, il suo sentirsi ingombro forse dai lunghi mesi di forzato ritiro domestico, il bisogno profondo di ri-allenarsi al legame, di farsi i muscoli per riprendere le corse e la competizione con i pari e di volersi preparare da solo per arrivare già ‘pronto’ all’incontro con i compagni. Forse, teme di farsi vedere “giù di tono”? Forse crede che gli altri siano belli e felici come erano un tempo?

M. al contrario, si sente  “incriccato”, teme di aver perso l’abitudine a stare insieme, a fare con gli altri. Come un astronauta che dopo un lungo isolamento sulla stazione spaziale torna sulla terra con i muscoli atrofizzati per non essersi mosso, esercitato, per la mancanza di interazioni, per non avere e non essere stato ‘toccato’. “Le relazioni virtuali” commenta “sono come fluttuazioni nello spazio”. “Già!” aggiunge l’analista “una bella esperienza ma essere deprivati dalle sollecitazioni, alla lunga, indebolisce e tornare al reale, alla ‘gravità’ delle relazioni, spaventa”.

G. è una ragazza sedicenne: “È un anno che non mi interrogano in classe e questa settimana ho avuto tutti i giorni un’interrogazione o una verifica, a volte anche un’interrogazione e una verifica. Non ce la posso fare ad arrivare in fondo con questi ritmi. Sono andate anche bene, ma non come prima quando ero … accidenti! Ero in seconda l’ultima volta che è stato tutto normale.”

S., una diciottenne che ha sofferto di problemi di natura ansiosa, all’indomani del rientro a scuola inizia a manifestare veri e propri “attacchi di panico”. Non è preoccupata per gli esami – è sempre stata una studentessa brillante – ma il pensiero di entrare a scuola e incontrare centinaia di altri studenti le “fa battere il cuore all’impazzata”. Eppure, l’anno scorso, aveva frequentato il quarto anno dall’altra parte del mondo, parlando una lingua diversa, senza difficoltà. Ma, come rivela con dispiacere, “dopo un anno passato in camera mia mi sento inadatta a vivere con gli altri”.

Di recente, infine, un’analista riceve due messaggi a poca distanza l’uno dall’altro.

C.: “Buongiorno, scusi per il poco preavviso, oggi non riesco a venire alla seduta”. B.: “Ciao! Era da tanto che non mi succedeva di dimenticare il nostro appuntamento ma oggi pomeriggio sono davvero incasinato. Mercoledì prossimo ti spiego”. Certo, nella prossima seduta l’analista avrà modo di capire cosa sia successo ai suoi giovani pazienti, ma il fatto che entrambi siano all’ultimo anno di scuola superiore, in attesa dell’esame finale, e che nei giorni immediatamente precedenti abbiano ricevuto il tema per l’elaborato d’indirizzo, dà da pensare.

Sono tanti i pazienti adolescenti che ci stanno parlando della grande fatica del ritorno a scuola. Sembra che questo “secondo rientro”, che tutti speriamo definitivo, sia ben più faticoso del precedente; come se nei mesi trascorsi a casa molti si fossero adattati, abituati alla situazione di isolamento, quasi una nuova condizione, un rifugio sicuro. Per la maggior parte dei ragazzi che vediamo nei nostri studi, o da remoto, non possiamo parlare di stati di ritiro veri e propri; ma tutti si dicono affaticati, sfiniti, privi delle forze necessarie per “rientrare nel mondo”, per compiere un movimento che pare costare un enorme dispendio di energie. Alcuni l’avevano tanto desiderato, altri meno, tuttavia la stanchezza non risparmia nessuno, sembra pervasiva.

Molto si è detto delle ripercussioni e complicazioni che la didattica a distanza, la famosa DAD, resasi necessaria come misura di contenimento della pandemia che ci affligge da 15 mesi, ha  e avrà sugli aspetti relazionali, organizzativi e strettamente inerenti alla preparazione curricolare degli studenti di tutte le età. Gli effetti più importanti sono quelli dovuti alla perdita della socialità che durante l’età evolutiva è necessaria alla crescita, per ‘fare insieme’ esperienze maturative. Inoltre, come in ogni situazione di crisi, le diseguaglianze si sono accentuate: chi – sistemi e individui – era forte e ben organizzato, provvisto di risorse e dotato di elasticità ha saputo adeguarsi, mentre le organizzazioni scolastiche mal gestite e con poche risorse umane e materiali e gli studenti già svantaggiati sul piano socio-economico-culturale pagano un prezzo molto alto, con danni forse difficilmente recuperabili.

Forse, però, non è stata posta la dovuta attenzione a quella parte della popolazione studentesca, il mezzo milione circa di maturandi, che  si appresta a rientrare e subito lasciare il mondo della scuola, senza avere il tempo necessario per ritrovarsi, salutarsi e prepararsi al cambiamento radicale che li attende.

COLLOQUIO “RINFORZATO” O ESAME DI REALTÀ “INDEBOLITO”?

La scuola dell’obbligo scandisce i ritmi delle fasi di vita in cui avvengono cambiamenti tra i più radicali di tutta la nostra esistenza e si conclude con la prova che tutti noi ancora chiamiamo “esame di maturità”, che è necessario superare per entrare all’università o ottenere un attestato riconosciuto dal mondo del lavoro. È lo scoglio che segna la fine della frequenza scolastica propriamente detta – anche chi proseguirà gli studi dovrà adattarsi a un altro modo, non deciso da altri, ma parzialmente autogestito, di seguire le lezioni, preparare e presentarsi agli esami e chi inizierà a lavorare entrerà a far parte di un mondo retto da logiche completamente diverse -. Una verifica che dice di voler distinguere tra chi è ‘maturo’, ovvero pronto al passaggio nell’età adulta e chi non ha ancora saputo dimostrare di esserlo. Per la maggior parte dei ragazzi che hanno appena raggiunto la maggiore età è davvero la prima vera grande prova da affrontare: il momento che sembra segnare il transito dalla fase di “dipendenza” dalla famiglia alla possibilità di apertura al mondo.

È sempre stato così, infatti Freud lo elenca tra i sogni tipici: ‘dover ripetere l’esame di maturità’, testimonianza dell’angoscia di non sentirsi pronti e, allo stesso tempo, l‘autorassicurazione di potercela fare nel momento in cui il sognatore si dice: ‘l’ho già passato’.

Se guardiamo alla moltiplicazione di testi, di siti, di articoli e trasmissioni che ogni anno suggeriscono ai giovani come affrontare la prova e come prepararsi sul piano didattico ed emozionale, sembra quasi che, da qualche tempo, la “maturità” faccia ancora più paura, forse perché l’abolizione degli esami tra i cicli scolastici precedenti non ha consentito di fare l’esperienza di ‘mettersi alla prova’.

Anche Stefano Bolognini, psicoanalista Spi, intervistato da un giornalista di Repubblica, (https://www.cmp-spiweb.it/intervista-lesame-di-maturita-sul-lettino-dello-psicanalista/) ha messo in luce gli aspetti emotivi e il valore di questo vero e proprio rito di passaggio, un banco di prova che permette ai ragazzi di confrontarsi con la realtà esterna, una difficoltà di quelle che aiutano a crescere costringendo a misurarsi con il proprio Ideale dell’Io. Spiega Bolognini che “se l’ostacolo da superare è troppo alto [ci] si espone al fallimento, ma se non c’è nemmeno un ostacolo non [si] cresce [e ci] si abbruttisce. La miscela giusta è proporre all’Io una meta ideale, ma raggiungibile. [Ponendo ai ragazzi] un ideale troppo alto li si espone a una frustrazione non produttiva. L’esame di Stato deve essere una meta ragionevole che li mette in grado di esprimere quello che possono, beninteso con impegno e lavoro.”

Sono considerazioni sempre vere che aiutano a capire l’importanza per ciascuno di verificare la propria preparazione e tenuta nel confronto con se stessi e con gli altri e, come sembrava dire M.,  è anche una questione di “allenamento”relazionale, intellettuale ed emotivo.

Oggi ci chiediamo cosa significhi il raggiungimento di questa, spesso supposta autonomia, per ragazzi reduci da un periodo prolungato di isolamento e chiusura, deprivato dei riferimenti spazio temporali ed esperienziali per crescere.

Chi si è diplomato entro il 2019 ha conosciuto la scuola della tradizione, pur con tutti i cambiamenti e le riforme che l’hanno modificata nel corso dei decenni, mentre gli studenti che erano ancora a scuola l’anno successivo hanno vissuto uno stravolgimento impensabile, una rottura che si inscrive in un ordine di traumaticità collettiva di cui ancora non possiamo prevedere le conseguenze.

Nel 2020, anno terribile perché erano mancate informazioni precise fino all’ultimo mese, si era diffusa l’idea che nessuno sarebbe stato bocciato, per qualche tempo addirittura che l’esame di stato finale sarebbe stato abolito, suscitando sollievo per lo scampato pericolo insieme a delusione e senso di svalutazione perché il percorso scolastico sembrava essere privato di valore se la sua chiusura non era sancita da un giudizio ‘meritato’. L’anno scorso, infatti, molti giovani temevano di poter essere considerati “maturi” di serie B rispetto a chi li aveva preceduti.

I maturandi del 2021, che hanno attraversato la 4a e la 5a superiore in piena pandemia, alternando la presenza a scuola, contingentata e con limitazioni importanti di spostamenti e movimenti, hanno quasi più diritto ad essere spaventati dall’esame e dal futuro che li aspetta.

Dopo mesi di incertezza, da qualche settimana finalmente si è appreso che l’esame di stato non sarà molto diverso dal precedente e che gli studenti dovranno sostenere un colloquio “rinforzato”, o maxi-orale, che sembrerebbe voler riconoscere le competenze di ogni allievo privilegiandone una visione globale senza limitarsi a certificarne l’apprendimento di informazioni.

Se l’emergenza sanitaria ha obbligato a cercare una nuova formula praticabile che mediasse tra la conservazione e l’abolizione, sembra che tecnici e politici abbiano trovato il modo per innovare l’esame ponendo al centro la persona con le sue competenze e per valutare le capacità individuali di mobilitare le conoscenze acquisite, qualità necessaria per rispondere alle sfide del mondo contemporaneo.

Quindi, come vivono, come si preparano, come attendono il 16 giugno gli studenti italiani?

Il ministro dell’istruzione Bianchi ha chiesto ai docenti di privilegiare e favorire in ogni modo possibile la frequenza in presenza dei maturandi nelle ultime settimane del calendario scolastico, per aiutarli a riprendere confidenza con l’ambiente e le tensioni che si vivono in classe, dopo tanto tempo trascorso a studiare in solitudine, parlando a compagni e professori quasi virtuali. Effettivamente, per molti di loro, pensare di trovarsi a parlare per un’ora di fronte a sette docenti che ascoltano per giudicarli non può non essere allarmante. Senz’altro, la maggior parte se la caverà bene, sarà preparata dal punto di vista curriculare e abbastanza sicura di sé sul piano emotivo. Purtroppo, però, come già evidenziato, il periodo difficile che abbiamo traversato, non ancora del tutto terminato, la discontinuità e l’incertezza con cui abbiamo dovuto fare i conti, sta penalizzando fortemente la preparazione agli esami e alla vita, soprattutto per quegli adolescenti a vario titolo (cognitivo, emotivo, famigliare, sociale) già svantaggiati.

La scuola era per i ragazzi il contenitore d’elezione a cui far riferimento, una sorta di palestra d’esperienza per nutrire le loro identità e soggettività in costruzione. E’ stata però in epoca Covid  un contenitore frammentato e disorganizzante talvolta e, non a caso, ha indotto in molti un ritiro nella protezione del proprio isolamento. Adesso che sono tornati a sperimentarsi nel contesto scolastico molti ragazzi stanno esprimendo la paura, l’ansia e un’ampia gamma di sintomi che trovano nel corpo il linguaggio principale di espressione. Hanno ripreso vita e corpo lasciando il loro mondo virtuale e questo li fa sentire profondamente fragili ed esposti.

Quell’essere soli con se stessi che sarebbe fisiologico e funzionale alla crescita ha assunto nei mesi trascorsi una connotazione persecutoria, un senso di minaccia e di morte che mina la fiducia nel futuro e il senso di autodeterminazione, necessari per accedere ad una dimensione adulta.

Le paure dei maturandi, in particolare, oscillano più che mai tra due estremi opposti: da una parte sono spaventati all’idea di tornare a fare un ‘lavoro’ che non sono più certi di saper fare e di non essere all’altezza del compito come chi li ha preceduti perché non si sono sentiti sufficientemente ‘nutriti’ e ‘allenati’. Dall’altra parte, temono che la prova a cui si apprestano non sia significativa, ma solo un esame facilitato, riservato a chi non ha le ‘carte in regola’ per affrontare il futuro che li aspetta.

Sappiamo che un adolescente riesce a dare il meglio di sé se si sente sufficientemente tranquillo, se riesce a prevedere cosa lo aspetta e non si spaventa all’idea di trovarsi di fronte a un ostacolo invalicabile per il quale non si sente sufficientemente attrezzato.

Il rischio per tutti questi giovani è di non poter capire se e quanto possono contare su loro stessi e sulle proprie capacità e competenze, aggravando un fenomeno sociale a cui assistiamo da tempo: l’evitamento dell’esame di realtà come fattore necessario alla crescita e alla consapevolezza di sé.

Gli esami così pensati, dunque, possono essere un’opportunità?

Possono certo costituire una esperienza autentica di crescita se, come sembrerebbe, saranno svincolati dalla “pressione al risultato”. A tal fine apparirebbe importante che docenti e famiglie trovino un modo per collaborare e ricostituire un involucro sociale necessario ai ragazzi per ricollocarsi. Gli studenti hanno bisogno di tornare a nutrirsi di senso di fiducia nel futuro e di buoni rispecchiamenti in cui trovare la misura delle proprie risorse: questo può aiutarli a fare un esame di realtà, senza troppa angoscia e senza banalizzare la fatica necessaria per affrontare gli esami della vita. Quale può essere la caratteristica di un “buon rispecchiamento”? Pensiamo che possa consistere nel clima di “ascolto reciproco” che può mettere entrambe le parti sulla scia del “trovare agio” nell’incontro, riconoscendo la comune incertezza nell’affrontare un’esperienza che ha tutto il potere di toccare identità e ruoli.

Silvia Anfilocchi
Daniela Calandrino

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