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Il sogno che sostiene e il sogno che inganna di Giacomo Calvi

Il sogno che sostiene e il sogno che inganna
di Giacomo Calvi

 

Credo si possa concordare nel definire lo stile di “Io Capitano” di M. Garrone neo neo-realista poiché l’impressione che si ricava guardando il film è quella della “macchina da presa che segue l’uomo che cammina”: la vicenda così raccontata assume un sapore quasi documentaristico. Affermo questo perché, come molti spettatori, mi sono domandato quale fosse il senso di due episodi dal carattere fantastico con i quali “il documentario” viene interrotto. Nel primo il protagonista, che sta attraversando il deserto assieme ad altri migranti, straziato dall’assistere al crollo di una donna destinata a morire per lo sforzo compiuto, immagina di poterle fare proseguire il viaggio tenendola per mano mentre lei, senza peso fluttua nell’aria. Nel secondo il protagonista, ridotto in fin di vita dalle percosse inflittegli nell’orrendo carcere dove i malcapitati vengono ricattati, compie in volo il viaggio di ritorno per poter vedere ancora una volta la madre che aveva lasciato al villaggio. Questi due episodi, che definirei caratterizzati dal “realismo magico”, sono talmente contrastanti con lo stile del resto del racconto da aver disturbato alcuni spettatori.

 

A me sono apparsi come due esempi molto significativi del sogno che sostiene, cioè un sogno che scaturisce nella mente per sollevare il protagonista dal senso di colpa per quanto riguarda il primo episodio e a ridargli una speranza quando sembra che ormai non ci si possa che lasciare andare alla disperazione nel secondo.

Il sogno che sostiene si contrappone a un altro sogno di segno opposto, che può fungere da ispirazione ma più spesso è ingannatore: il sogno ad occhi aperti dal quale ci mette in guardia Freud quando descrive le conseguenze negative del fantasticare. Credo che il sogno ad occhi aperti sia quello provocato dalle immagini luccicanti da cui i due protagonisti rimangono incantati mentre esplorano l’altrove con i loro smart phone. Immagini che provocano loro l’illusione che abbandonare la loro dignitosa povertà, gli affetti dei familiari, il calore della comunità del villaggio (non a caso ritratta mentre partecipa ad una festa) li possa far raggiungere un mondo dove i sogni di successo e di ricchezza si avverano con estrema facilità, un po’ come quando Dickens racconta di come la povera gente sognava di porre fine alla propria miseria raggiungendo una Londra che si favoleggiava avesse le strade lastricate d’oro.