INVETTIVE MUSICALI di Nicolas Slonimsky (Adelphi, 2025)
di Caterina Meotti
L’AUTORE

Invettive musicali di Nicolas Slonimsky, pubblicato da Adelphi nel 2025 in un’edizione ampliata rispetto a quella del 1965, è un libro tanto paradossale quanto illuminante: una raccolta di stroncature feroci rivolte, al loro tempo, a compositori che oggi consideriamo intoccabili. Il volume, curato da Carlo Boccadoro – celebre compositore, pianista e musicologo – è opera di un Autore che in Italia gode di scarsa notorietà: Slonimsky, musicista longevo e scrittore prolifico, nacque nel 1894 a San Pietroburgo e manifestò un precocissimo talento nello studio del pianoforte grazie agli insegnamenti ricevuti da una zia e ad una famiglia dove, come racconta Boccadoro nella postfazione, “esisteva da sempre un filone aureo di genialità”. Ancora giovane lasciò la Russia per approdare prima a Costantinopoli e, nel 1921, a Parigi, dove ottenne un lavoro proprio grazie alle proprie abilità pianistiche. Due anni dopo giunse negli Stati Uniti, dove sviluppò un vivace interesse nei confronti del repertorio contemporaneo, che cercò di diffondere anche in Europa fino a che l’avvento del nazismo lo costrinse a far ritorno nel Nuovo Continente. Qui proseguì un’intensa carriera come direttore d’orchestra, musicologo, scrittore – celeberrimo il suo Thesaurus of Scales and Modern Patterns – e promotore della musica moderna americana. Rimase lungo tutto il corso della sua lunghissima vita – morì a 101 anni – in contatto non solo con compositori appartenenti alla musica contemporanea colta, ma anche con musicisti come Frank Zappa, grande ammiratore del suo Thesaurus, con il quale Slonimsky accettò di suonare all’età di ottantasette anni in un concerto rock acclamato da decine di migliaia di spettatori.
Non stupisce dunque che egli abbia avuto lunga familiarità non solo con le avanguardie, ma anche con le resistenze che sovente hanno accolto le prime esecuzioni dei contemporanei. Come racconta egli stesso: “Invettive musicali riporta giudizi prevenuti, ingiusti, maleducati e singolarmente poco profetici. La presente raccolta, dunque, non è tanto una crestomazia quanto un lessico di offese. Lo scopo che la anima è dimostrare che la musica è un’arte in progress, e che le obiezioni rivolte a ogni innovatore musicale derivano tutte dalla stessa inibizione psicologica che potremmo definire come ‘Rifiuto dell’Insolito’”.
Questa singolare antologia di stroncature giustappone dunque recensioni, articoli e giudizi critici che demolivano opere di autori come Ludwig van Beethoven, Franz Schubert, Johannes Brahms, Claude Debussy o Igor Stravinskij.
Il lettore si trova così davanti a giudizi che definiscono insensate, sgraziate, rumorose o addirittura patologiche musiche poi riconosciute come pietre miliari della storia della musica. Alcune pagine dedicate alla musica del primo Novecento sono particolarmente esilaranti: ciò che oggi percepiamo come svolta epocale venne bollato come rumore, degenerazione incomprensibile, anarchia sonora, offesa al buon gusto.
La presenza dell’Autore è discreta, affidata a una cornice ironica e a un montaggio sapiente dei materiali. Nessun moralismo: è il lettore stesso a rendersi conto di come solo il tempo abbia reso via via assimilabili linguaggi musicali evidentemente incomprensibili ai contemporanei del compositore. E proprio questa sobrietà rende il libro ancora più efficace: l’evidenza parla da sola e mostra come l’innovazione artistica venga quasi sempre accolta con sospetto, quando non con aperta ostilità.
Dal punto di vista stilistico, Invettive musicali è anche un piccolo capolavoro di ritmo editoriale. L’alternanza di epoche, autori e toni mantiene viva l’attenzione; la varietà delle stroncature — dall’argomentazione pseudoscientifica all’insulto plateale — disegna un affresco sorprendente della retorica critica. Non è solo la musica a cambiare nel tempo, ma anche il linguaggio con cui la si giudica. Spaziando tra stroncature che abbracciano secoli diversi, ci si rende conto che anche quella dell’invettiva è un’arte. Abituati come siamo alla banalità gretta e ripetitiva dei giudizi espressi sui social, restiamo sorpresi dalla vis polemica dei critici di un tempo che, forse mossi anche da una certa quota di distruttività invidiosa nei confronti del compositore, sono stati in grado di costruire metafore fantasiose e corrosive per demolirne le opere: “L’introduzione del Lohengrin di Wagner potrebbe essere definita come due cigolezze con in mezzo un’ottonaggine. Sembra una assurdità non comune, con qualche occasionale sprazzo di acume, simile ai discorsi di una persona intelligente che sta perdendo il senno.” (dal diario di George Templeton Strong, 7 marzo 1868)

Nicolas Slonimsky
LA NATURA PROVVISORIA DEL GIUDIZIO ESTETICO E LA RESISTENZA DI FRONTE AL NUOVO
L’ampia carrellata proposta da Slonimsky rappresenta dunque una riflessione sulla miopia del gusto contemporaneo e sulla natura profondamente storica del giudizio estetico. Ogni generazione si illude di possedere criteri definitivi; ogni generazione, puntualmente, smentisce la precedente. Leggendo queste invettive si prova una doppia vertigine: si ride della cecità dei critici del passato, ma si intuisce quanto anche il nostro presente sia fragile e provvisorio. Il musicista stroncato al momento della prima esecuzione delle sue opere viene poi invocato alcuni anni dopo come punto di riferimento imprescindibile rispetto al quale gli Autori contemporanei appaiono del tutto astrusi.
Invettive musicali è quindi un libro sulla storia degli errori — errori di giudizio, di sensibilità, di prospettiva. E proprio per questo è salutare: insegna prudenza critica, invita all’ascolto curioso e a sospendere la fretta della condanna, ricorda che ciò che oggi sembra “troppo” potrebbe essere il classico di domani.
Non si tratta soltanto di deridere l’ottusità dei critici del passato: il vero bersaglio è l’illusione di oggettività del giudizio estetico. Slonimsky mostra con sottile ironia come la storia dell’arte sia costellata di errori di valutazione, di paure collettive di fronte al nuovo, di difese accanite dell’abitudine. Ogni epoca tende a proteggere i propri parametri e a rifiutare ciò che li mette in crisi.
Il libro diventa così una riflessione sul tempo e sulla trasformazione del gusto. Le canzoni che passano oggi alla radio non di rado contengono una complessità armonica che l’ascoltatore medio non è in grado di decodificare, ma che è il risultato di una sedimentazione progressiva e lunghissima.
In definitiva, il volume diverte, certo, ma soprattutto educa l’ascolto: ricorda che la storia non è soltanto una galleria di capolavori, bensì un incessante cammino verso il nuovo e la trasformazione, cammino che coinvolge il compositore e l’ascoltatore, rendendoli protagonisti di una costante evoluzione del gusto.
La novità musicale agisce come un elemento perturbante che mette in crisi categorie consolidate e rassicuranti: armonia, forma, riconoscibilità. Di fronte a questo scarto, il critico rivendica rabbiosamente la propria capacità di comprendere (“questa non è musica, non si capisce quali note siano giuste e quali sbagliate”), reagisce ridicolizzando (la Rapsodia su un tema di Paganini di Rachmaninov viene paragonata ad un’invasione di insetti…) o assumendo atteggiamenti moralistici (“è degenerazione”). L’originale Insultario in appendice raccoglie proprio le critiche ricorrenti e gli autori nei confronti dei quali sono state indirizzate.
In questa sorta di “museo dell’errore critico”, il vero oggetto del libro non è solo la paura del nuovo e dell’inquietudine di cui esso è portatore, ma anche la rabbia che questa esperienza suscita. Il critico indignato, scandalizzato, sprezzante, non sta semplicemente esprimendo un gusto: sta difendendo un assetto interno minacciato, si protegge da qualcosa sentito come pericoloso.
Possiamo forse intendere il compositore come un individuo in grado di esprimere attraverso la musica emozioni ancora non alfabetizzabili. Tornano alla memoria le parole di Bion in Attenzione e interpretazione (pag. 87-88):
“L’ individuo eccezionale può essere descritto in vari modi: come un genio, un messia, un mistico, e i suoi seguaci possono essere molti o pochi (…) Per convenienza userò il termine ‘mistico’ per descrivere questi individui eccezionali. (…) la natura dei suoi contributi è certamente distruttiva delle leggi, delle convenzionali, della cultura, e quindi della coerenza di un gruppo nel gruppo, se non di tutto il gruppo.”
L’artista anticipa, intercetta e sa esprimere qualcosa che nella coscienza collettiva è ancora indecifrabile: gli esempi sono innumerevoli. Beethoven si distaccò dall’ideale di equilibrio, chiarezza e proporzione per abbracciare l’espressione di tensioni, contrasti e trasformazioni che aprirono la strada al Romanticismo, ma che i contemporanei rifiutarono con decisione.
Se le sonorità di Debussy richiamano in noi sfumature timbriche delicate e allusive che evocano una tensione che non richiede risoluzione, come increspature che si trasformano l’una nell’altra, esse apparvero invece ai suoi contemporanei come totalmente disarmoniche e del tutto infruibili. Louis Elson scrisse nel 1904: “Il Prélude à l’après-midi d’un faune di Debussy è stato un robusto esempio di bruttezza moderna. Il fauno deve aver passato un pomeriggio terribile perché, povera bestia, ragliava sopra corni con sordina e nutriva sui flauti, evitando ogni traccia di melodia rassicurante fino al punto da far condividere al pubblico i propri dispiaceri. Il lavoro offre altrettante dissonanze di qualunque altra opera musicale delle più moderne. Tutti questi spasmi erotici (ed erratici) indicano solamente che la musica sta attraversando un periodo di transizione: ma quando arriveranno i melodisti del futuro?”.
La perdita di una direzionalità precisa nel discorso musicale di Debussy, che sembra alludere ad uno stato mentale più che ad una narrazione strutturata e lineare, testimonia l’emergere di una sensibilità introspettiva e di una percezione meno lineare del tempo che evidentemente disturbò profondamente i contemporanei.
Sono feroci le critiche anche nei confronti di Schönberg che, dissolvendo la forma contenitiva rappresentata dalla musica tonale, sottrasse ai propri contemporanei un baricentro di ascolto stabile, producendo un senso di continua tensione e di disorientamento. Egli espose l’ascoltatore ad un materiale grezzo e instabile che si rivelò poi anticipatore della crisi dell’ordine europeo e dell’individuo, ma che solo in seguito poté essere letto come tale e riconosciuto nel proprio valore artistico.
Slonimsky sostiene scherzosamente che esista una legge del “ritardo di quarant’anni”: occorrono vent’anni perché un pezzo, inizialmente accolto come un totale fiasco, possa essere rivalutato con un certo interesse, e altri venti perché esso assurga a vero e proprio capolavoro.
Invettive musicali non è solo una critica ai critici e neppure soltanto un incoraggiamento ai musicisti contemporanei a perseguire la propria vocazione verso l’alfabetizzazione di suoni non ancora assimilabili ai più. È anche una riflessione implicita sul tempo psichico dell’ascolto. L’orecchio, come la mente, ha bisogno di adattarsi. Ciò che inizialmente appare dissonante può, con l’esposizione, diventare non solo assimilabile, ma anche pregnante e foriero di significati.
Con un’estensione forse indebita potremmo ricordare a noi stessi che anche l’ascolto analitico richiede tempi di assimilazione a volte considerevoli e che le nostre parti critiche, respingenti, potrebbero aver bisogno di tempo per familiarizzare col nuovo e col dolore di cui il paziente è portatore.
In definitiva, Invettive musicali è un libro profondamente attuale. In un’epoca in cui il giudizio immediato e polarizzato – basti pensare ai social e ad un certo dibattito politico – domina il discorso culturale, Slonimsky ci offre uno specchio ironico ma implacabile. Non ridiamo solo dei critici del passato: ridiamo, in filigrana, di noi stessi e delle nostre paure.
