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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

La cura con la parola comincia con la nascita

“L’ambiente facilitante può essere descritto come un supporto (holding) in continua evoluzione, che si sviluppa nell’ambito di un contatto manipolatorio (handling) cui si aggiunge la presentazione dell’oggetto (object presenting)”

Winnicott, D. W., (1965) Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo. A. Armando, Roma 1974.

 LA CURA CON LA PAROLA COMINCIA CON LA NASCITA.

Tra cinema, esperienza clinica, ricerca empirica. 

“In mani sicure”: un film che racconta come si prepara un incontro tra madre e bambino

È un film, un po’ fiaba e un po’ rappresentazione della realtà nella finzione, a cui vogliamo rimandare l’evidente efficacia della parola. Si tratta del film In mani sicure, opera franco-belga del 2018, per la regia di Jeanne Herry. Titolo originale Pupille, che vuol dire anche Sotto tutela. (lo si può trovare su Raiplay). Nel film si narra la storia dei primi tre mesi di vita di Théo, che nasce “in anonimato” da una giovane donna che non lo vuole tenere, perché non c’è un padre, ed è quindi un neonato destinato all’adozione. È la storia dell’incontro tra un bambino senza mamma e una mamma senza bambino. La regista racconta il loro toccante tragitto verso l’incontro, ma in mezzo ci sono un mondo di leggi e di persone che hanno il compito di decidere se e con chi l’adozione sia possibile.

Uno scenario di curanti, tra quelli dell’ospedale e quelli dell’istituzione che si occuperà dell’adozione, si riempie via via di figure professionali con competenze specialistiche diverse, che vedremo interagire con conflitti, errori, fraintendimenti e progressive accordature verso una intesa, come in una orchestra che fa le prove e trova via via l’integrazione dei suoni in armonie: è un gruppo di operatori che tutti vorremmo trovare al lavoro di cura in una istituzione. E’ una visione piena di gesti e di sguardi, di attenta osservazione, ma anche di sviste, di errori e riparazioni. Le “mani sicure” nascono da una relazione tra chi sa parlare con sincerità e con affetti e chi sa accogliere, chi sa ascoltare queste parole, rinunciando a mettere in primo piano il proprio io sordo al mondo. O, se si preferisce, il proprio io offeso dal mondo e dai suoi rifiuti.

 

Genitori si diventa

Il film ci fa conoscere anche i possibili candidati genitori di Théo. Ce li fa conoscere nel tempo: cosa accadeva e come si comportavano nel percorso che avrebbe potuto condurli all’adozione.

C’è una coppia che si dichiara “piena di amore da dare”, ma che non viene giudicata idonea. Nella scena in cui l’operatrice lo comunica, la donna resta muta e attonita, l’uomo reagisce con violenza verbale, trattenendo a stento un’aggressione fisica, non ascolta spiegazioni del giudizio, caccia l’assistente sociale da casa: la ferita narcisistica è insopportabile e non curabile.

C’è la coppia che compie un percorso di anni di attesa, durante i quali le vicissitudini della relazione tra i due porteranno a una separazione, ma la donna, ora single, mantiene un proprio forte desiderio di maternità e accetta di essere accompagnata in un lungo itinerario con gli operatori sociali, che decideranno infine, e non senza conflitti, di mantenere la sua candidatura di madre single. Chiamata a periodici colloqui, ogni volta ascolta con sguardo quasi ipnotizzato, come già avesse davanti il “suo” bambino, mentre compie una sorta di lunga “gravidanza virtuale”.

 

Non c’è bambino senza madre

Théo è abbandonato dalla madre. Prima di lasciarlo, la madre ha però la possibilità di andare a salutarlo. Una assistente sociale le parla, la madre ascolta, esita, ma poi va. Entra nella stanza, gli si avvicina, lo guarda ma non gli dice nulla, non si presenta. Se ne andrà lasciandogli una lettera che lui, se ne avrà voglia, potrà leggere da adulto.

Théo viene affidato a un “operatore affidatario”, un uomo con famiglia che stava rinunciando al suo compito perché scoraggiato da bambini troppo difficili, ma che si lascerà conquistare dal neonato. È un facente funzione di padre che, come una madre in “preoccupazione materna primaria”, lo accudisce con “holding” amorevole. È assistito da una collega psicologa, che lo accompagna nell’affidamento. Con presenza attenta e discreta, la donna si posiziona sempre un po’ alle spalle dei due, come volesse osservare e contenere con lo sguardo la loro relazione nascente. Ben presto però, nonostante le cure amorevoli, Théo mostra di non avere reazioni, sembra spegnersi sommerso da un eccesso di “preoccupazioni”: non si lamenta quando ha fame o quando vorrebbe essere cambiato, non si spaventa quando una porta improvvisamente sbatte, non prende il ciucciotto: è totalmente apatico, chiuso in se stesso senza spiragli aperti sul mondo.

 

Parlare: una musica di contenimento in cui specchiarsi per rinascere

Gli operatori si fanno domande, si collegano all’assistente sociale che ha assistito la mamma naturale, ripercorrono i passaggi della separazione dalla madre e rilevano quel dato significativo che l’assistente ha ignorato: quando la madre è andata dal bambino per salutarlo, ha lasciato la lettera ma non gli ha parlato: non si è presentata. Superando sentimenti di colpa e mortificazione, l’assistente si reca dal bambino, assume su di sé l’abbandono e come un’intermediaria tra lui e la madre che l’ha abbandonato, gli si pone di fronte e gli racconta la situazione. Con lintenzione che capisca gli parla della madre, del motivo per cui se ne è andata, della lettera che gli ha lasciato: “cosa c’è che non va”. Théo ascolta e assorbe le parole, gli occhi legati a quelli della donna, capisce, si risveglia al legame con il mondo. Nel suo sguardo scorgiamo lampi di pensiero.

Meritevole del premio Coppa Volpi per il miglior attore, Théo ricomincia da qui il suo arrivo al mondo, neo-nato per incontrare e conoscere la nuova madre (object presenting) che lo accoglie assistita nel contesto dei curanti. Comincia una nuova storia per Théo e la madre.

“In mani sicure” è un film consigliabile a tutti per le speranze dell’estate.

 

Talk to me baby, what’s the matter now”. Parla con me bambino, dimmi cosa c’è che non va

All’origine, là dove nasce la mente

Il metodo di cura psicoanalitico non rinuncia al primato della “talking cure”, e la cura della parola è rivolta qui al neonato.

Talk to me baby, what’s the matter now” è il titolo di un lavoro di B. Salomonsson, psicoanalista svedese (Bjorn Salomonsson, The International Journal of Psychoanalysis 88(Pt 1), pp. 127-46). Questo lavoro si unisce a una ricerca empirica quantitativo-qualitativa dal titolo “Baby worries”, presentata al Centro Milanese di Psicoanalisi nel 2013, condotta sull’efficacia del trattamento psicoanalitico congiunto madre-baby nei primissimi mesi di vita, presso i “Child Health Centre Care” svedesi, dove nurses, pediatri, educatori e assistenti sociali accolgono un disagio indefinito tra sintomi somatici del baby e disagio relazionale.

Tutto il lavoro, nella cornice teorico-clinica in cui si inquadra, si inserisce nell’ormai lunga applicazione della psicoanalisi alla cura di pazienti in età evolutiva, in quella direzione che va verso il riconoscimento del lavoro con i genitori come parte della cura. Conosciamo e pratichiamo da tempo la cura psicoanalitica genitori-bambino. Il lavoro di Salomonsson si inserisce in un ampio e lungo itinerario di esperienza che la psicoanalisi infantile ha operato e testimoniato ampiamente anche in Italia, sia nella Società Psicoanalitica Italiana così come negli Istituti Universitari. Non c’è lo spazio qui per citare le varie linee di pensiero che la psicoanalisi ha posto con impegno in questo campo, si può però sottolineare come la precocità dell’intervento ci permetta di essere presenti all’origine, là dove nasce la mente. Come scrive Vallino, (Dina Vallino, La consultazione partecipata, Mimesis) si possono osservare nel neonato lampi di pensiero, così come la precoce formazione delle difese, nella direzione del conformismo o dello scostamento alienante che lascia il baby solo con il proprio corpo: molti sono i bambini che procedono verso persistenti somatizzazioni, o verso un ritiro nel nulla, una specie di non-nascita.

Si propone in questi lavori uno strumento di cura che mostra come la precocità dell’intervento, associata alla velocità di risultati soddisfacenti, metta in evidenza anche il cambiamento del concetto di prevenzione: prevenzione e cura sono impliciti in un lavoro terapeutico che risponde a una richiesta di aiuto inderogabile a mettere in sicurezza la vitalità e il destino della relazione nascente. La cura non è solo atto riparativo, ma si accompagna alla ripresa di un funzionamento autonomo, a una dimensione creativa che rappresenta una necessità vitale per il Sè in divenire del bambino e per il divenire genitore di quel bambino. Rappresentazioni pre-linguistiche innate si strutturano in una narrativa: minimo comune denominatore dell’umano, prima dell’uso intenzionale, cioè prima di quelle astuzie seduttive che attraggono alla relazione e che il neonato è predisposto naturalmente a usare in modo precoce, diventano “piccole storie da svolgere”, il tema centrale attorno a cui elaborare una fiaba, o un film, per raccontare una nascita.

 

Claudia Balottari, giugno 2021

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