LA SPERANZA È UNA FORMA DI RESISTENZA
di Gabriella Mariotti
Famiglie di sangue – famiglie di scelta- famiglie di pensiero
Ci sono famiglie cosiddette “di sangue”, quelle in un certo senso “obbligate”, e famiglie “di scelta”, unite per affinità elettive, affetti amicali, amore e intimità.
E ci sono famiglie di pensiero, magari occasionale e casuale, nelle quali due o più soggetti risuonano anche a distanza di molto tempo, anche di un secolo, alla medesima riflessione.

Grossman e Freud
Leggendo una bella intervista a Grossman, il famoso scrittore israeliano, (la Repubblica 25/5/2025), ho ritrovato Freud. Non perché venga citato o perché trapeli un approccio teorico di stampo psicoanalitico, ma perché nelle parole di Grossman c’è una intensa affinità con quanto Freud stesso scrisse a proposito della guerra. Entrambi infatti inizialmente hanno reagito a ciò che li ha coinvolti (il massacro ad opera di Hamas, la prima guerra mondiale), per loro stessa dichiarazione, con rabbia e desiderio di vendetta in un caso (Grossman), con una sorta di delirio patriottistico nell’altro (Freud).
Lucidità e speranza
Basterà poco tempo, qualche giorno, qualche settimana, perché entrambi si riprendano e ritrovino la loro lucidità: “presi nel vortice di questo tempo di guerra noi stessi non riusciamo a renderci conto del vero significato delle impressioni che urgono in noi e del valore dei giudizi che siamo indotti a pronunciare”, (Considerazioni attuali sulla guerra e la morte,1915).
E’ proprio in tale lucidità che torna a consolidarsi quella vernice di civiltà che per Freud è sottile, sottile ma anche recuperabile e forse, con speranza, introiettata a tal punto da poter divenire una seconda natura.
Speranza appunto, quella che Grossman identifica come forma di resistenza, e di coraggio, aggiungerei, perché è proprio la fiducia che le cose possano cambiare, la speranza, che si contrappone alla paura e allo scoramento, è proprio dalla speranza che deriva il coraggio.
La consapevolezza
Perchè però la speranza non scivoli nel diniego, nel cercare di non vedere e non sapere, bisogna mantenere la chiara consapevolezza di ciò che sta accadendo. Dice Grossman infatti che “la guerra crea più persone belligeranti che pacifiche”, cosa apparentemente assurda eppure vera, poiché il conflitto, la guerra, scrive Freud, “ha seminato confusione in tante limpide intelligenze”. Rende più stupidi, insomma, come ancora Grossman sottolinea, riferendosi al fatto che bombardare, uccidere civili, affamarli e massacrarli, donne e bambini inclusi, non fa di quella popolazione un partner con il quale trattare, ma un indomabile e disperato nemico: si riattiva cioè, in tal modo, il circolo vizioso della vendetta. Una vendetta che colpisce un intero popolo, israeliano o palestinese che sia, come se non fosse stupido scambiare una parte per il tutto, non fosse stupido punire bambini per ciò che hanno fatto gli adulti (una parte degli adulti). E la psicoanalisi, se non può rendere gli umani più buoni, può almeno renderli meno stupidi (Argentieri, Micromega 2003).
La psicoanalisi implica pensare
Perchè la psicoanalisi implica pensare, non reagire ma agire, implica empatia per l’altro, anche quando ci è (apparentemente) alieno: quante volte sentiamo parole, da parte dei nostri pazienti, in totale contrasto con ciò che pensiamo, ciò che scegliamo come valore di appartenenza e quante volte invece di re-agire, ci interroghiamo su che cosa significhino quelle parole per chi le ha pronunciate? Quante volte tratteniamo una reazione istintiva di fronte ad affermazioni che urtano le nostre più profonde, e civili, convinzioni, per ridare spazio alla comprensione, alle parole giuste che davvero possano cambiare il clima emotivo della seduta?
Questo è ciò che Freud ha fatto, chiedendosi “come è possibile che tutti i legami di solidarietà vengano spezzati per lasciarsi dietro un rancore tale da rendere impossibile per molti anni una loro ricostituzione?”
Non si può tacere
Da molti anni, tra israeliani e palestinesi, tali legami sono spezzati (ammesso che siano mai esistiti), ma ora tutto è precipitato e non si può tacere di fronte al massacro di un intero popolo, un massacro che oltretutto miscela la vendetta con ben altri scopi, più economici ed espansionistici: ”laddove viene meno il biasimo della comunità cessa anche la repressione degli appetiti malvagi” ( Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, Freud 1915). Cominciamo ora a raccogliere l’eredità del fondatore della psicoanalisi: riprendiamo la capacità di empatia e solidarietà per le vittime di un reciproco massacro che sembra non finire mai, e, in questo momento, riprendiamo la capacità critica verso il governo israeliano senza timore di essere additati come antisemiti: non lo siamo, ma rivendichiamo il diritto di empatizzare con chiunque finisca per morire di fame, di malattia e di bombe. Sconfiggiamo “il sonnambulismo della mente e del cuore, chiediamo ragione di ciò che sembra male” (De Monticelli, Nulla appare invano), dovunque esso si trovi.