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Il fatto scelto

“La Verità in Psicoanalisi I” di René Roussillon

La Verità in Psicoanalisi I

di René Roussillon
(
Traduzione di Olimpia Sartorelli)

Non esiste una verità a prescindere dal soggetto, esiste solo una verità soggettiva, che dipende dal soggetto, dalla sua storia. La problematica della verità, dell’incontro con la questione della verità nella pratica analitica, mi ha profondamente coinvolto sin dal second’anno di studi in psicologia.

Quando cominciai in seguito ad impegnarmi nella pratica psicoanalitica lo feci con una forma d’amore per la questione della verità e penso che l’amore per la verità sia qualcosa di fondamentale per lo psicoanalista.

Cercherò quindi di riflettere su come si pone il problema della verità nella metapsicologia freudiana. Vi propongo un viaggio nel tentativo di individuare in Freud una, o meglio,  più teorie della verità.

Ciò che la psicoanalisi propone di radicalmente nuovo è l’idea di una memoria presente più volte (cfr. Lettera di Freud a Fliess del 6 dicembre 1896). Esiste una storia originaria ma di essa ne conserviamo tre tipi di tracce.

Ciò che la psicoanalisi propone di radicalmente nuovo è l’idea di una memoria presente più volte (cfr. Lettera di Freud a Fliess del 6 dicembre 1896). Esiste una storia originaria ma di essa ne conserviamo tre tipi di tracce.

Una prima traccia, non suscettibile di diventare cosciente, è la traccia mnestica derivante dall’impatto diretto delle circostanze esterne sulla psiche. Una traccia-interfaccia di natura multipercettiva, multisensoriale e multipulsionale, che precede qualunque differenziazione tra soggetto e oggetto. Questo tipo di traccia è particolarmente condensata, destinata a restare inconscia e mantiene un carattere enigmatico per il soggetto.

La verità primaria è quindi enigmatica, non può essere colta se non a condizione di elaborarla, trasformarla.

La seconda traccia è definita da Freud come “traccia concettuale.” È la traccia che dà origine alle rappresentazioni di cosa, al lavoro del sogno, a qualcosa di narrabile, a una storia che si svolge attraverso piccole scene visive.

La terza traccia Freud la associa invece all’apparto del linguaggio, che implica un ulteriore livello di scenarizzazione, una scenarizzazione narrativa. In questo modo la prima scenarizzazione fornisce uno spazio visuale, la seconda introduce una temporalità.

Vedete  allora come il primo impatto con il dato percettivo deve essere progressivamente trasformato, attraverso la decondensazione, la scenarizzazione visuale e la scenarizzazione temporale, per arrivare a una verità cosciente, di cui il soggetto si può appropriare (con tutta la problematica di un inizio, una fine, una trama che comincia a poter essere raccontata, non solo tramite flash visivi, ma anche attraververso uno svolgimento storico).

Si delinea così una memoria animata dal principio fondamentale del piacere/dispiacere, secondo la quale ripetiamo ciò che ha provocato piacere e evitiamo quel che ha provocato dispiacere.