La Verità in Psicoanalisi II
di René Roussillon
(Traduzione di Olimpia Sartorelli)
Se esiste quindi un amore per la verità nella pratica psicoanalitica, non riguarderà mai una verità assoluta, vale a dire una verità indipendente dal soggetto, dal contesto, da una storia. La verità in psicoanalisi è una verità del soggetto, di un contesto e di una storia specifica.
È la verità di quel particolare soggetto che è nostro paziente e la nostra, nel rapporto che intratteniamo con lui. Questo implica delle conseguenze che cercheremo di ripercorrere nello sforzo compiuto da Freud di pensare l’oggetto del lavoro psicoanalitico e il tipo di verità che riguarda lo psicoanalista.
Tardivamente nell’opera di Freud compare l’idea di una verità storica (cfr, Costruzioni nell’ analisi, 1937); ossia di un’origine storica con la quale il soggetto si confronta. Partendo da questo spunto ho riflettuto sul rapporto della psicoanalisi con la storia, poiché nel rapporto con la storia occorre cercare qualcosa della problematica della verità.

Berthe Morisot, Au bord du lac, 1883
Se abbiamo una memoria animata dal principio fondamentale del piacere / dispiacere, secondo cui ripetiamo ciò che ci ha provocato piacere e evitiamo quel che ha provocato dispiacere, dobbiamo progressivamente tener conto, secondo Freud, di quanto la memoria sia in relazione con qualcosa di particolarmente importante che si ripete, si riproduce storicamente, quel quantum di piacere che può essere presente in essa.
Smascherare il desiderio nascosto nei sogni, nei sintomi, nei ricordi di copertura, equivale allora a svelare una verità specifica, la verità del desiderio. Siamo nel pieno della teorizzazione freudiano che ruota attorno al complesso di Edipo e alla posizione edipica del bambino.
Il bambino che prende voce nel racconto del paziente narra del rapporto con sua madre e suo padre, ma l’ascolto analitico cerca di comprendere quali sono le trasformazioni di questa storia attuate in nome del principio di piacere / dispiacere, vale a dire in nome del desiderio del soggetto.
Possiamo allora imbatterci nella “fantasia di seduzione”, una fantasia nella quale il primo desiderio del soggetto è quello di sedurre, ma questa prima posizione viene nascosta da una trasformazione mnestica secondo la quale il soggetto è innocente; è stato sedotto dall’altro non era lui il seduttore (non è colpa mia, ma dell’adulto che mi ha sedotto).
Il lavoro analitico da compiere verterà allora sul ritrovare il desiderio che si nasconde dietro la pretesa innocenza del bambino. Siamo negli anni ‘10 del 1900, in cui si delinea il primo modello freudiano.
Un certo numero di analisti sono rimasti a questo primo modello, secondo il quale il lavoro analitico consiste nello smascherare il desiderio nascosto dietro le fantasie del soggetto. In questo contesto l’oggetto d’elezione della psicoanalisi è lo svelamento del desiderio nascosto dietro tutta la produttività della vita psichica.