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Il libro scelto

“L’ascolto psicoanalitico in emergenza” a cura di Anna Maria Nicolò

L’ascolto psicoanalitico in emergenza
A cura di Anna Maria Nicolò
con la collaborazione di Carla Busato Barbagli, Cesare Davalli, Amedeo Falci e Giuseppe Saraò
di Silvia Anfilocchi

L’ASCOLTO PSICOANALITICO IN EMERGENZA è un testo collettivo curato da Anna Maria Nicolò che  raccoglie testimonianze, riflessioni, commenti su un’esperienza eccezionale a cui molti di noi (400 soci SPI) hanno preso parte: il servizio gratuito di consulenza telefonica o on-line offerto ai cittadini italiani di tutte le età durante la fase più drammatica della gravissima crisi sanitaria determinata dall’improvvisa e sconcertante diffusione del virus SARS-Cov-2 nei primi mesi del 2020.

Nella sua ricca e accurata post-fazione, Amedeo Falci passa in rassegna tutti gli interventi raccolti nel testo (17 capitoli scritti da 45 autori) e individua in ciascuno di essi, nella diversità dei vertici teorico/clinici,  il tratto saliente che li caratterizza, arrivando a concludere che “tutti gli apporti del libro, benché concepiti sotto sollecitazione delle tragiche contingenze attuali, sembrano essere la testimonianza di un grande e generoso laboratorio di riflessioni da parte di tanti psicoanalisti della SPI su quali riassetti adattivi e su quali riorganizzazioni teoriche e pratiche può offrire la psicoanalisi in risposta a questa crisi sanitaria, antropologica e sociale, determinata dall’emergenza pandemica, crisi che, per molti versi, lambisce in parte anche i territori della nostra disciplina”.

Questo appare essere il valore principale dell’opera; oltre al desiderio di lasciare traccia di un’impresa straordinaria di collaborazione e di servizio nei confronti del paese, un ricco materiale di riflessione sui nostri dispositivi analitici.

Nella mia breve presentazione voglio solo ricordare la nascita e l’organizzazione del progetto, lasciando l’approfondimento sulle considerazioni teoriche e le esemplificazioni ai lettori (auspicabilmente numerosi) che vorranno conoscere, o ripensare, una particolarissima estensione del metodo psicoanalitico.

La consapevolezza che per tutti noi è necessario disporre di un oggetto, esterno o interno, una mente che ci aiuti a pensare e sappia trasformare le nostre angosce in elementi rappresentabili, perché “i lutti e i traumi non si possono elaborare da soli”, ha spinto l’allora Presidente Anna Maria Nicolò, insieme ad alcuni colleghi con cui ha una lunga consuetudine di collaborazione, a proporre l’avvio di un servizio telefonico di consulenza su tutto il territorio nazionale, aperto alle persone desiderose di parlare ed essere ascoltate per favorire, dove possibile, l’attivazione di una funzione psicoanalitica della mente. Un ascolto, necessariamente, telefonico o da remoto, offerto a chi risentiva gli effetti nocivi del trauma collettivo in cui eravamo immersi (di cui non possiamo ancora valutare con precisione le conseguenze), o viveva l’isolamento a cui eravamo costretti con difficoltà specifiche e particolari.

In quel periodo quasi surreale, dalla temporalità sospesa, scandita da eventi diversi da quelli che normalmente segnano il ritmo delle nostre vite, non erano solo gli utenti del servizio d’ascolto ad avere bisogno degli altri per pensare; infatti, nessuno di noi ha “lavorato” in solitudine. È una nostra “consuetudine necessaria” discutere tra colleghi, farci accompagnare e sostenere dai pensieri che nascono nei gruppi in cui riportiamo le nostre esperienze cliniche. In particolare, questo tipo di intervento, che ci metteva a confronto con una qualità dell’angoscia che aveva basi comuni e condivise – “siamo tutti sulla stessa barca” si diceva, anche se le differenze culturali ed economiche facevano, ancora una volta, LA ‘differenza’ – necessitava più di altre di un confronto/dialogo tra colleghi. Ogni centro si era, quindi, organizzato per offrire momenti di scambio e confronto preziosissimi per l’elaborazione di una esperienza condivisa, per una sua rielaborazione sul piano metodologico e teorico, oltre che per vivere il piacere di ritrovarci, vederci, sentirci. I soci del CMP che hanno prestato il loro tempo e la loro professionalità al progetto, per esempio, sono stati pazientemente e ‘amorevolmente’ accompagnati da Daniela Alessi e Cesare Davalli, che riuscivano ad avere in mente ogni telefonata ricevuta e smistata, ogni vicenda umana incontrata e poi affidata al/la collega in quel moneto disponibile, prima di condividere l’esperienza emotiva nel gruppo che si riuniva periodicamente.

Non abbiamo condotto consultazioni, perché il nostro scopo non era valutare la necessità di un’eventuale presa in carico, anche se molti utenti sono stati messi in contatto con analisti o con i servizi sanitari della loro zona di residenza.

A questo riguardo, riprendo la citazione di Krastev comparsa sullo Spiegel del 26 febbraio 2020 che Marianne Leuzinger-Bohleber ha scelto come esergo delle pagine di introduzione al testo: “La crisi fa semplicemente emergere in modo più chiaro quello che era già presente. Le epidemie non cambiano la società, ci rivelano la verità riguardo a essa … Vediamo ciò che prima non riuscivamo a vedere” che esprimono con precisione la mia esperienza con le persone che ho “ascoltato” durante l’emergenza. Per tutte loro, infatti, trovarsi di fronte al limite (la malattia, la morte, l’interruzione del lavoro e la precarietà futura, in condizioni abitative inusuali, spesso scomode, e convivenze intollerabili) è stata l’occasione per riuscire, finalmente, a raccontare a qualcuno disposto a raccoglierne il disagio, quanto avessero bisogno di aiuto.

Nello stesso periodo, il Centro Milanese di Psicoanalisi con la presidenza di Ronny Jaffé ha organizzato anche alcuni gruppi tematici on-line condotti da soci nell’intento di attivare una forma di ascolto e di contenimento plurale che ha dato ai partecipanti la possibilità di continuare a sentirsi e poi magari, chissà, un giorno anche incontrarsi e, sul modello dei gruppi di auto-mutuo-aiuto, creare relazioni di appoggio e sostegno reciproco.

CHI CURA CHI?

Prendo a prestito il titolo dell’imminente convegno di Genova per una considerazione conclusiva all’invito a leggere questo libro, frutto della generosità di molti colleghi, recuperando il tema della gratitudine espresso da alcuni autori.

Abbiamo scelto una professione che ci appassiona e ci gratifica, di cui possiamo apprezzare continuamente il valore umano ed etico. Facciamo un mestiere, insomma, che continua a migliorare e far crescere noi stessi, oltre ai pazienti che a noi si rivolgono.

Soprattutto nei mesi di marzo e aprile 2020, durante il periodo che il Italia abbiamo imparato a chiamare “lockdown” (ovvero “confinamento in cella”, “chiusura in un carcere di massima sicurezza”), il bisogno di comunicare, mantenersi in contatto, esternare e condividere l’angoscia è stato ben evidente anche tra i soci e i candidati della SPI che si sono espressi apertamente, svelati nelle diverse mailing-list e chat messe a disposizione dagli esecutivi nazionale e locali.

Aver continuato a lavorare con i nostri pazienti, allestendo tutti i dispositivi di sicurezza necessari, compresa la distanza fisica, e metterci a disposizione anche di molti altri che nostri pazienti, forse, non lo sarebbero stati mai, ha sicuramente aiutato molti di noi a superare quel periodo terribile.