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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Legami violenti

di Orietta Bardi

La Convenzione di Istanbul del 2011, in vigore in Italia dal 2014, rappresenta il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante sulla violenza di genere. Definisce la violenza contro la donna come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione. Prevede interventi di prevenzione, protezione e sostegno alle vittime e perseguimento dei colpevoli.   Si riferisce a tutte le forme di violenza, dalle fisiche, alle psicologiche, allo stalking, dalle molestie sessuali alla violenza economica, per citarne solo alcune.

Secondo un’indagine Istat del 2014, in Italia una donna su tre tra i 16 e i 70 anni ha subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, questo significa che quasi 7 milioni di donne sono state interessate da violenze. L’autore è in più del 74% dei casi italiano.

La violenza è un comportamento scelto e intenzionale, non un raptus o una perdita di controllo. All’interno di una relazione affettiva non è un problema di coppia, ma è un problema di chi la agisce. La violenza non è conflitto. Il conflitto presuppone il riconoscimento dell’altro, esiste una situazione di parità di potere, si può esprimere la rabbia, litigare, ma non c’è paura e l’identità e la dignità di ognuno è preservata. Nella violenza c’è una situazione di disparità in termini di potere e di controllo sul partner più debole, una risoluzione unilaterale del problema. La violenza di genere è un atto di guerra, un’arma come lo è lo stupro nelle guerre per umiliare il nemico vinto.

Le donne spesso si vergognano dei maltrattamenti subiti, ma non è solo vergogna, cercano in loro stesse le ragioni della violenza se ne assumono la responsabilità e se ne sentono parte colpevole, per questo è così difficile per loro parlarne, anche con familiari o persone amiche.

Il legame affettivo e di intimità col maltrattante e la presenza di figli può rendere particolarmente difficile per la donna porre fine alla relazione violenta. La decisione di interrompere il legame con un partner maltrattante è spesso contraddittoria, ambivalente, lunga e causa di molta sofferenza. Queste donne  vivono in un continuo stato di paura esacerbata dall’imprevedibilità: come tornerà a casa il compagno? L’ex marito l’aspetterà fuori dal lavoro? Sarà molto arrabbiato o cosa lo farà arrabbiare e diventare violento? Questo stato di paura e insicurezza mina profondamente le risorse e gli strumenti di una persona e la capacità di difendersi e di reagire.  La vittima ha a volte una storia di maltrattamento o di grave trascuratezza che spesso nasce nella famiglia d’origine, traumi che restano scritti nel corpo e nell’anima ed è difficile elaborarli e uscirne. Si crea così quella che chiamiamo “catena del maltrattamento”.

Alcuni comportamenti e alcuni sintomi possono farci pensare a violenze subite: PTSD, depressione, agitazione ipervigilanza o apatia, senso di vergogna e colpa, comportamenti autolesionistici, abuso di sostanze, T.S., disturbi del sonno e attacchi di panico, disturbi psicosomatici.

Entrare in contatto con una donna che ha subito violenza non è semplice. Non sempre la donna è pronta a parlare di ciò che ha subito o anche solo delle sue paure, spesso non è pronta a lasciare il partner maltrattante o a sporgere denuncia.  Come curanti dobbiamo fare i conti con la frustrazione di non poter aiutare come e quando pensiamo sia giusto, come e quanto vorremmo.   E’ necessario essere prudenti, proteggere, ma ricordare che queste pazienti  non sono  abituate ad essere protette e possono   spaventarsi del nostro aiuto. E’ importante un attento lavoro di ascolto ed è fondamentale svolgere una funzione di riconoscimento e testimonianza  della gravità e ingiustizia della violenza subita e riconoscere  gli scomodi sentimenti contro-transferali  soprattutto la rabbia senza assumere una  posizione giudicante nei confronti della donna o apertamente accusatoria verso il partner.

L’aiuto alla donna necessita spesso di un lavoro di rete che coinvolga tutti gli specialisti psicoterapeuti/psicoanalisti, medici, legali, assistenti sociali che si occupano di lei. Il lavoro di rete   è fondamentale per portare alla luce tutti gli aspetti della violenza e seguire passo dopo passo la vittima in tutti gli ambiti. L’elaborazione dei traumi subiti dalla donna è lenta e difficile e all’interno del lavoro di rete lo psicoanalista è il testimone che vede e finalmente riconosce il trauma della violenza   e con esso il ruolo del setting della cura come il luogo del riconoscimento  profondo.

PER  IL PRIMO INTERVENTO  è sempre possibile rivolgersi   in Pronto Soccorso, dove le Violenze di genere hanno codice giallo, alle Forze dell’Ordine e al numero di telefono 1522.

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