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Cinema e Psicoanalisi

Moragheb (Falling House) – MIAC Venezia 83 – Sezione Orizzonti Sordi accanto alla casa che sta per cadere? A cura di Manuela Caslini

Moragheb (Falling House) – MIAC Venezia 83 – Sezione Orizzonti
Sordi accanto alla casa che sta per cadere?
A cura di Manuela Caslini

Tra i film più intensi ed emozionanti dei primi giorni della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, Moragheb (Falling House), presentato nella sezione Orizzonti per la regia di Mohsen Garei, ci porta a fare i conti con i rischi che incombono nelle condizioni in cui la libertà viene tolta a causa di un desiderio imposto, quando ogni scelta possibile viene annullata dalla paura.

Il film, che racconta la storia di una famiglia iraniana, da un lato ci porta a confrontarci, su diversa scala (interna, individuale, interpersonale), con dinamiche estreme e autodistruttive fondate sul controllo e sull’autoritarismo; dall’altro, su una prospettiva più estesa, riguarda il rischio del collasso di un’intera società.

La casa che sta per cadere, infatti, non rimanda solo alla vicenda narrata, ma simbolicamente richiama l’intera situazione iraniana, aggravata dalla condizione della guerra. Le vicende di Rashid, personaggio che da padre amorevole muta in un aguzzino privo di compassione, sono fortemente simboliche nel rappresentare l’estremismo della condizione statale, che alimenta triangoli drammatici e sostiene l’impossibilità a separarsi e ad esistere. Nel film, la dimensione intima della casa letteralmente si trasforma da luogo pensato per offrire rifugio e protezione a prigione, dove il controllo trova giustificazione nel desiderio di proteggere.

Questa la trama: alla periferia di Teheran, una famiglia rischia la demolizione della propria abitazione, per via di un progetto di riqualificazione urbana che prevede la costruzione di un’autostrada. Rashid, padre di famiglia e guardia carceraria, sembra un uomo buono, che ama le sue figlie e il suo lavoro, in cui cerca di aiutare i prigionieri con qualche razione di cibo in più o nei rapporti con i familiari a casa. Quando, tuttavia, viene sospeso per un’accusa di corruzione da parte di un sistema impietoso e violento, rimane scosso fino a perdere la testa di fronte alla scoperta che la figlia maggiore, Elsi, sta progettando di trasferirsi all’estero per realizzare il sogno di lavorare come modella. Disperato, decide che impedirà il progetto a ogni costo, trasformando la casa già in pericolo nel carcere di moglie e figlie.

Il padre amorevole diventa un altro, o forse il film ci mostra via via quel che era sempre stato, ma che non si voleva vedere, come per prima aveva fatto la moglie di Rashid. In una scena, racconta di quando una volta era stata chiusa in cantina per via di un abito troppo aderente, ma lei si era detta che, ‘in fondo, gli uomini sono così, sono gelosi’, e dopo essere stata liberata aveva cucinato come sempre. Rashid sa di essere un uomo ignorante, a cui, sotto il peso dell’oppressione, nessuno ha spiegato cosa significa crescere e far crescere amorevolmente: ma questa consapevolezza non basta più di fronte alla distruttività che il sistema ha instillato e alimentato in lui in fasci di continue proiezioni tra l’essere vittima e il divenire carnefice.

La moglie di Rashid è una figura piena di ambivalenze e negazioni; schiacciata dal regime, ha imparato a vivere nella confusione del compromesso, ma con molte domande ancora aperte e una vitalità non vissuta, ma trasmessa come un mandato alle sue figlie: la maggiore ha un sogno da realizzare e la minore, pur in un’atmosfera claustrofobica, sembra incarnare l’idea di un cambiamento possibile in termini di libertà.

Garei rappresenta, per i suoi spettatori, una dimensione femminile vitale e sognante, in opposizione alla prepotenza dilagante paterna e statale, aggravata dalla guerra e dalla miseria. Le scene tra le tre donne – come quelle in bicicletta o i dialoghi che si compiono tra i condotti di aerazione –, pur marchiate da qualcosa di tremendamente surreale, sono piene di grazia, gioco, vitalità e poesia, ovvero tutto quanto non è più rappresentabile nella mente patologicamente organizzata di Rashid che, vittima della violenza di un sistema, infligge la medesima violenza alle donne della sua casa.

Rashid è un personaggio ambiguo, a cui il regista si interessa per spiegare il processo attraverso cui si diventa oppressori. Se inizialmente si potrebbe empatizzare con una dimensione quasi melanconica, pregna di perdite non mentalizzabili, molto velocemente si arriva al dominio della distruttività come difesa onnipotente e tragico paradosso: Rashid vorrebbe proteggere la famiglia e finisce per renderle impossibile vivere, vuole impedire l’allontanamento della figlia e finisce per creare le condizioni per sopprimerne il legame affettivo.

Il film rende nettamente visibile la dinamica psichica per cui non è possibile tollerare la separazione da un oggetto amato – dinamica, in questo caso, terribilmente aggravata dal contesto. La dimensione del soggetto distinto non solo viene negata, ma vissuta come un attacco e un rischio di perdita di Sé. Rashid è colpito da continue perdite: quella del ruolo sociale, della propria casa e infine della rappresentazione di sé come padre capace. Tuttavia, le perdite non prendono la via del ripiegamento depressivo luttuoso, ma vengono immediatamente trasformate in un furente bisogno di controllo, in qualcosa da impedire a tutti i costi. Lo spettatore inizialmente parteggia per quest’uomo sfortunato, cercando di comprenderlo e dargli riscatto, oppure cercando un dialogo con cui lui non sente ragione: separarsi dall’oggetto è impossibile e inaccettabile, e questo diktat anti-evolutivo pare sostenuto dal sistema stesso.

Da un punto di vista psicoanalitico, siamo di fronte a un’organizzazione patologica che impedisce la separatezza e alimenta il controllo. Il rischio della perdita scatena risentimento e violenza, in un circuito sadico che attacca internamente ed esternamente.

Con un espediente narrativo interessante, il regista riesce a ricordare allo spettatore che in alcun modo la vita umana si può controllare e che finitezza e caducità sono parte di essa. La figlia maggiore, Elsi, infatti, è in realtà malata e, in un modo o nell’altro, rischia di andarsene, indipendentemente dai tentativi di suo padre di impedirglielo. Gli chiede Rashid, disperato: ‘Perché non mi hai detto che saresti morta?’. ‘Te l’ho detto, ma non mi hai creduto, non mi hai ascoltato’.

Accanto alla storia familiare, osserviamo le conseguenze di una miseria concreta e psichica, in cui umanità, comprensione, empatia e supporto non esistono o non hanno scampo – il padrone di casa e i demolitori sono a loro volta inseriti in altri sistemi tirannici da cui non si possono liberare. L’essere vittima o carnefice diviene qualcosa di roteante, per cui il male inflitto viene immediatamente riversato su qualcun altro, sul prossimo. Per questo il crollo che il film suggerisce, oltre a quello della casa, è quello della società e di ogni circostanza in cui prevale un modo di amare nel quale la perdita dell’oggetto non può essere trasformata in alcunché, divenendo solo morte e violenza.

L’impossibilità di questo passaggio separativo vitale si traduce nelle atrocità di un sistema in cui sono tutti vittime e dove l’unica paradossale speranza, come dicono le sorelle, è che qualcuno arrivi a distruggere la casa da fuori: ‘Possibile che per essere libera debba sperare che distruggano tutto?’. A questo proposito, sono di grande impatto le scene in cui le ruspe demolitrici si avvicinano alla casa ma, per via del rumore di fondo assordante, nessuno sente né vede le richieste di aiuto.

Garei ci propone un film drammatico e poetico, di grande interesse sociale e psicoanalitico: nel guardarlo, palparne la realtà è immediato… peccato che questa realtà sia anche ciò che accade veramente.