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Cinema e Psicoanalisi

Mr. Nelson, Did You Kill People? – Trauma, testimonianza e possibilità di rinascita a cura di Manuela Caslini

Mr. Nelson, Did You Kill People? – Trauma, testimonianza e possibilità di rinascita
a cura di Manuela Caslini

Con Mr. Nelson, Did You Kill People?, presentato in concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, Shin’ya Tsukamoto torna sul tema delle ferite di guerra, questa volta dal punto di vista del dolore dell’autore di reato, attraverso la storia di Allen Nelson, giovane americano afrodiscendente reduce della guerra in Vietnam. Il film, tratto dalla sua autobiografia, segue ciò che accade nel ritorno alla vita civile, con l’impossibilità di liberarsi delle immagini della guerra, la disgregazione dei legami e una sofferenza traumatica che continua ad accadere nel presente. La particolarità della vicenda di Nelson è però che egli non è soltanto un uomo che ha subito la guerra: è anche colui che ha ucciso, trovandosi allo stesso tempo nelle posizioni di vittima e perpetratore. In una sua stessa dichiarazione, Tsukamoto insiste sul terrore di diventare non soltanto vittime, ma anche autori della violenza.

Da un punto di vista psicoanalitico, il film può essere letto come una riflessione sulla difficoltà di trasformare l’esperienza traumatica in memoria. Il trauma grave segna la continuità dell’essere, continuando ad essere rivissuto nel tempo presente. Nei suoi lavori, lo psicoanalista tedesco Bohleber ha mostrato come la memoria traumatica possa resistere alla trasformazione operata dal presente e funzionare come una sorta di corpo estraneo all’interno della rete associativa. Il lavoro psicoanalitico – come il film ben racconta – consiste allora anche nel restituire al trauma una dimensione storico-biografica, consentendo che ciò che continua a essere vissuto come presente possa diventare progressivamente qualcosa che è accaduto.

Il regista racconta il processo di guarigione dai sintomi del PTSD attraverso il rapporto tra Allen e il suo terapeuta, e a come questo si snoda nel corso della ri-narrazione della sua storia all’interno della psicoterapia: questa scelta aiuta lo spettatore ad entrare passo-passo nella mente del sopravvissuto, prendendo contatto con come il trauma ha preso forma, ma anche con le sue radici. Nelle sedute, che appaiono come piccole oasi all’interno di un cataclisma, Geoffrey Rush interpreta un analista apparentemente austero, che sembra sottrarsi alla tentazione di offrire consolazioni, rimando solido nel suo ascolto profondo e sulla domanda necessaria e ripetuta con ostinazione – “Perché uccidevi le persone?”, che invita il suo sistema psichico ad interrogarsi sulla partecipazione attiva agli avvenimenti traumatici e sulle rispettive ragioni.

Un risvolto centrale è quello che riguarda la questione della neutralità dell’analista, che non corrisponde certo ad una forma di indifferenza, ma piuttosto alla capacità di non identificarsi stabilmente con una delle parti in gioco, mantenendo aperta la possibilità che possano essere pensate insieme. Nel caso del signor Nelson questo assume una particolare radicalità: l’analista deve poter ascoltare tanto il soldato terrorizzato quanto quello che ha ucciso, senza ridurre il primo al secondo né espellere il secondo dalla possibilità di essere analizzato. La neutralità è dunque una neutralità nei confronti delle differenti parti del Sé. La domanda “perché uccidevi?” porta nel campo della parola quella parte del Sé che rischierebbe altrimenti di rimanere dissociata, espulsa dalla rappresentazione cosciente. Non si tratta di assolvere Nelson, ma di consentirgli di assumere psichicamente ciò che ha fatto con compassione e responsabilità – sentimenti, tra l’altro, che paiono emergere anche da parte dei bambini che Nelson incontra durante la sua prima esperienza di racconto in una scuola.

Il film suggerisce tuttavia che, di fronte a traumi di portata estrema e collettiva come quello narrato, un trattamento individuale può non essere sufficiente. Allen sembra riferirsi proprio a questo, quando decide di non accedere ad altre tranche di terapia – divenuta negli anni ‘sempre più avanzata’, come gli suggerisce il terapeuta -, trova piuttosto una apertura possibile nel rendere testimonianza. Tornano in mente, a questo proposito, i lavori di Pumla Gobodo-Madikizela che, studiando le conseguenze psichiche della violenza politica nell’esperienza della Truth and Reconciliation Commission sudafricana, ha mostrato come il bearing witness possa trasformare la relazione fra vittima e perpetratore, creando uno spazio nel quale il riconoscimento dell’altro renda possibile una forma di riparazione. L’autrice parla di reparative quest, ovvero di un processo di riparazione permanente, in cui una ferita traumatica rimane parte della storia, e proprio per questo richiede continuo riconoscimento, responsabilità e cura. Nei processi di testimonianza, il dialogo tra vittime e perpetratori può generare “nuove soggettività”, non cancellando quanto accaduto, ma modificando ciò che il passato può significare nel presente. Nel suo lavoro sulla psychological repair, Gobodo-Madikizela sottolinea come il dialogo fra vittime e perpetratori possa generare «nuove soggettività»: non cancellando ciò che è accaduto, ma modificando ciò che il passato può significare nel presente. Anche la successiva riflessione dell’autrice sulla Nachträglichkeit è particolarmente pertinente al film: il passato traumatico non procede semplicemente dal passato verso il presente, ma continua a trasformarsi nel tempo attraverso le esperienze successive e attraverso il modo in cui viene ricordato e riconosciuto. In Nelson la testimonianza pubblica sembra così costituire il prolungamento del lavoro analitico: ciò che non poteva essere mentalizzato individualmente può trovare una forma nella narrazione rivolta a una comunità.

Un’altra osservazione che il film mi ha stimolato riguarda il racconto del signor Nelson sull’aver assistito ad una nascita mentre si trovava nascosto in un rifugio nel pieno di una battaglia. Questo episodio, se ascoltato dal punto di vista della sua ri-narrazione all’interno del processo terapeutico, potrebbe essere letta come il segnale tanto atteso relativo ad una nuova nascita del Sé, parallela al processo di racconto delle vicende traumatiche e alla loro inscrizione all’interno della storia soggettiva. In un lavoro del 2002, Sebek aveva parlato delle fantasie di rinascita all’interno del processo analitico, e di come queste fossero intimamente connesse ad esperienze di distruzione e creazione.

Tsukamoto suggerisce che un processo di guarigione si avvia quando è finalmente possibile fare della propria esperienza un racconto: una storia nella quale convivano la vittima e il perpetratore, la colpa e il dolore, la distruzione e la possibilità di riparazione. Almeno parzialmente, il trauma cessa di essere un presente senza tempo e diventa memoria condivisibile. La testimonianza permette che quella memoria appartenga anche agli altri; la relazione analitica consente che appartenga nuovamente al Sé.

 

Bohleber, W. (2007). Remembrance, trauma and collective memory: The battle for memory in psychoanalysis. The International Journal of Psychoanalysis, 88(2), 329–352.

Gobodo-Madikizela, P. (2008). Trauma, forgiveness and the witnessing dance: Making public spaces intimate. Journal of Analytical Psychology, 53(2), 169–188. https://doi.org/10.1111/j.1468-5922.2008.00715.x

Gobodo-Madikizela, P. (2015). Psychological repair: The intersubjective dialogue of remorse and forgiveness in the aftermath of gross human rights violations. Journal of the American Psychoanalytic Association, 63(6), 1085–1123. https://doi.org/10.1177/0003065115615578

Šebek, M. (2002). Rebirth fantasy and the psychoanalytic process. Journal of Analytical Psychology, 47(2), 225–234. https://doi.org/10.1111/1465-5922.00307