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Genitori-figli

NARRARE LA PANDEMIA:BAMBINI ADOLESCENTI E ANALISTI RACCONTANO di P. Ferri e G. Gentile PARTE 5

NARRARE LA PANDEMIA: BAMBINI ADOLESCENTI E ANALISTI RACCONTANO
di Paola Ferri e Gabriella Gentile

  1. “Sentirsi vivi”

Per Winnicott la creatività passa dalla creazione di uno spazio tra Me e Te, e tra il Non me e il Non Te, simbolizzata dal gioco, dal disegno, dalle libere associazioni e dallo stato onirico della veglia, come ci insegna Bion.

Per i nostri adolescenti, il virus ha fatto da detonatore rispetto ad alcune angosce claustrofobiche, e ha impedito l’attribuzione ai soli genitori della negazione delle loro ansie emancipatorie. Gli aspetti fobici e depressivi sono risultati in parte attribuibili al Covid, mostro inghiottente, e in parte inesorabilmente a se stessi. Le loro angosce erano presenti anche nel caso di non oppressivo controllo dei genitori, peraltro costretti anch’essi a difendersi da un male terribile, e a farsi garanti di un’unità familiare forse forzata, ma unica garanzia di contenimento e vicinanza affettiva.

Si sono sentiti preoccupati per i nonni, costretti a isolamento e lontananza, più a rischio di loro nell’eventuale precipitare nella malattia, e hanno attivato in qualche modo misure protettive nei confronti dei loro anziani, considerando spesso tali anche i non certo decrepiti genitori.

È come se si fosse attivato un meccanismo riparativo rispetto al loro odio pregresso, che li ha spinti a maggiore “compassione” verso i loro fragili adulti di riferimento.

Spesso anche con me, a inizio seduta via Skype, si informano sulla mia salute, mi chiedono se sto chiusa in casa, e guardano se trovano qualche elemento riconoscibile del loro lavoro con me (la mia poltrona rossa, per esempio).

Federica 17enne, posta su Instagram i suoi balletti spontanei, e forse sogna che anche la sua analista non ce la faccia a tenerla (cade nel vuoto e si annienta attraverso i sogni), o possa non vedere di buon occhio il fatto che lei danzi mentre il mondo crolla a pezzi. Federica danza anche per avere l’approvazione dell’occhio maschile, che è poco presente nella forma del padre. Teme io diventi un giudice severo del suo senso di inadeguatezza e della sua ansia di essere la donna ammaliatrice che in realtà non è, perché piccola, spaventata e molto sola.

Si sono consumate passioni durante la quarantena (e vale anche per gli adulti) come se il tempo sospeso avesse reso necessario drammatizzare la propria esistenza e viverla molto intensamente, nell’idea di “sentirsi vivi”.

Molti hanno scoperto talenti insospettabili (per le musica, per il canto, per la pittura), che già di per sé costituirebbero terreno creativo di lavoro ed elaborazione.

E gli aspetti depressivi spesso emergeranno nel post traumatico: improvvisamente a “resistenza” allentata.

Nella mia esperienza di volontaria per l’emergenza che il Centro Milanese di Psicoanalisi ha apportato, sempre per via telematica, l’ho constatato nei parenti di coloro che si sono ammalati, che hanno resistito e supportato i loro cari fino alla fine e poi sono crollati e hanno chiesto aiuto.

Tutti i miei pazienti hanno trovato giovamento dal poter continuare il trattamento durante il periodo della pandemia, anche da lontano, anche usando le tecnologie.

Queste non potrebbero per sempre sostituire il contatto diretto tra paziente

e analista, a cui è impossibile rinunciare per presenza corporea e propriocettiva, ma in emergenza ha costituito (e sono sicura costituirà ancora) una risorsa utile, che non ha intaccato la possibilità di scambi di dolore e di intensità affettiva.

Credo tutto ciò abbia umanizzato in qualche modo la possibile asetticità dello strumento elettronico, ricordandoci che dentro al terribile incubo vissuto, restiamo umani. Siamo tutti fragili, soli, a rischio di malattia e morte, e angoscia diffusa se traumatizzati e allontanati per troppo tempo gli uni dagli altri.