PARLIAMO DI PSICOTERAPIA PSICOANALITICA DI BAMBINI
di Claudia Balottari
Dopo Melanie Klein e Anna Freud, pioniere nell’intuizione che la vita di un bambino sia degna di un incontro con “una mente che ascolta” in una stanza di gioco, molto è cambiato nelle teorie dello sviluppo e nelle modalità psicoterapeutiche con bambini e adolescenti.
Inoltre, si sono trasformate la società e le dinamiche di coppia, nella composizione e ricomposizione delle famiglie allargate con figli di genitori diversi. A volte emergono collusioni patologiche, conflitti e dinamiche di potere inevitabilmente ricadenti su, e tra, i figli, ampliando lo scenario da osservare e da comprendere.
La “congiunzione d’amore”

Winnicott sosteneva che “non esiste bambino senza madre”. Oggi assumiamo con certezza che va “indagato” il legame, lo spazio di interconnessione non solo tra madre e bambino, ma anche tra padre e bambino e nella coppia. Il figlio sta in questo spazio intermedio, nella “mente di coppia”, così come si rivela nel comportamento e come resta nell’inconscio invisibile, del quale cerchiamo di riconoscere le manifestazioni. È una relazione complessa, una compartecipazione al gioco generativo che richiede di essere accolto nell’intimità della coppia. Il neonato è tenuto nelle braccia e nella mente della madre, ma la forza di questo sostegno proviene dal dialogo che padre e madre si scambiano. Chiamiamola pure “congiunzione d’amore”.
“Mettiti d’accordo con i miei genitori!”: una bambina all’inizio della sua psicoterapia.
La preparazione alla psicoterapia, l’accordatura, richiede a volte una lunga consultazione, e l’esito può avere diverse configurazioni. Non è possibile condurre una psicoterapia con un bambino al di sotto dei 5 anni senza avviarla con almeno un genitore nella stanza, per osservare l’interazione e lo scambio emotivo gestuale, corporeo, la distribuzione delle parti, tra di loro.
Cambia dunque il setting, le condizioni psicofisiche dell’incontro con i protagonisti della cura, il campo emotivo terapeutico, in cui anche il terapeuta sa di essere in gioco, recettore e trasmettitore di impulsi emozionali propri. Osservatore partecipe, il terapeuta si dispone a cogliere il “cuore” della sofferenza del bambino, la sua verità di esistenza, a volte profondamente nascosta dalle sovrapposizioni proiettate dall’ambiente.
Un campo di gioco.
Lo strumento principe in una terapia con il bambino, il linguaggio per comunicare, non può essere che il gioco, cioè la messinscena virtuale-teatrale dell’esperienza, sostenuta dall’intenzione di toccare emotivamente l’altro, provocandogli un cambiamento.
È la condivisione del gioco che cura e promuove i processi maturativi, soprattutto la condivisione con piacere, il piacere che a volte si accompagna al silenzio. A volte, portare al gioco e liberare la capacità di giocare con piacere reciproco è lo scopo principale, qualcosa che va al di là del percorso terapeutico e diventa innanzitutto un suggerimento per ogni adulto che voglia stare con il bambino, il vero regalo di Natale per genitori e figli.