Per la rubrica NOTIZIE DAL DIVANO: “Alla ricerca di ‘rifugi viventi” di Anna Ferruta
di Anna Ferruta
Il flusso di profughi che cercano rifugio dalle distruzioni della guerra ha attivato una vasta area di offerte di ospitalità da parte di enti pubblici e privati e anche da parte di singoli cittadini, raggiunti dall’intensità della sofferenza di persone che hanno perso il loro mondo. La guerra, con gli stermini di esseri viventi e le distruzioni dei loro contesti di vita e delle loro culture incarnate colpisce direttamente in prima persona le vittime. Ciascuno è poi raggiunto da notizie, immagini, profughi, che avvicinano a noi questa realtà tragica a cui diventiamo esposti, umiliati e offesi come membri della comunità umana.

Tornano in mente le parole scritte da Freud nel 1915 durante un’altra tragica guerra che iniziava a coinvolgere anche la popolazione civile: ” La guerra a cui non volevamo credere è scoppiata, e ci ha portato la delusione.(…) Essa infrange tutte le barriere riconosciute in tempo di pace e costituenti quello che è chiamato il diritto delle genti (…) Spezza tutti i legami di solidarietà che possono ancora sussistere tra i popoli in lotta e minaccia di lasciar dietro di sé un rancore tale da rendere impossibile per molti anni una loro ricostituzione.” L’evento guerra diffonde e moltiplica, con un effetto ‘radioattivo’ (Gampel), distruzioni e scissioni che ingombrano l’animo e che finiscono per fare sentire il bisogno tutto umano di difendersene, di ‘liberarsene’, scaricando la tensione in modi inadeguati su ‘altri’, diventando meno umani, aggrappandosi a convinzioni improvvisate, che invece di difendere dalla sofferenza contribuiscono a moltiplicarla.
Come rimanere umani e avvicinare la sofferenza psichica sia nelle sedute di terapia, sia negli incontri della vita di tutti i giorni? Si sente il bisogno di contenitori umani, di ‘rifugi viventi’ che accolgano e condividano questa sofferenza come parte di un’esperienza tragica da non lasciare solo sulle spalle dell’altro. Come recuperare l’apertura a un ascolto partecipe che permetta di identificarsi con chi è traumatizzato in prima persona? Allontanare la sofferenza di queste persone non ci serve, forse è più utile avvicinarla per condividere e comprendere che si tratta di un’esperienza distruttiva della fiducia nel vivere insieme che ci riguarda, mettendo a disposizione un ascolto partecipe e identificatorio, che unisca forza e spazio, funzionando da rifugi viventi nei quali ritessere legami di affetti e di pensiero.