Per la rubrica NOTIZIE DAL DIVANO: lavoro/vacanze
di Anna Ferruta
Sul lettino si alternano voci di soggetti preoccupati per i modi in cui si va svolgendo la giornata della loro vita quotidiana: fatica per un lavoro alienante e ripetitivo che garantisce stabilità materiale e insignificanza esistenziale, angoscia per paura del vuoto che si prospetta con il prepensionamento (uno ‘scivolo’ molto scivoloso), precarietà di una condizione lavorativa insicura da stagista che riflette specularmente l’incertezza rapporti affettivi, desiderio-ansia per il profilarsi di un periodo di vacanza estivo ‘aereo’, indefinito, senza radici in terreni fecondi di esperienze significative.

La parola ‘lavoro’ fa da attrattore magnetico di una serie di risonanze associative: lavorare è trasformare la materia fisica e psichica di se stessi e del mondo. In qualunque condizione ci si trovi, quello che rende la vita fruibile è sviluppare il ‘lavoro’ del sogno, il Traumarbeit di Freud, una qualità di funzionamento del soggetto che nel momento in cui dà forma “trasforma”: trasformare, non subire, non rifiutare. Questo è il lavoro che sviluppa il mondo dell’Umano: unire materia e sogno, trasformare la materia in qualcosa che contenga e trasmetta una traccia personale, e il sogno in una ‘realizzazione’ di cui fare esperienza, come il poeta indicava: “Noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni” (Shakespeare).