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Il fatto scelto

“Perché la guerra?”
 di Simonetta Bonfiglio

Per l’edizione del 2022 di ”Frontiere della psicoanalisi,” iniziativa che il CMP organizza in collaborazione con la Casa della Cultura ogni anno,  era stato scelto il tema Vivere ai margini della catastrofe, che improvvisamente ha assunto in questi giorni, per le drammatiche vicende a cui stiamo assistendo angosciati e increduli, un nuovo e ancor più pressante significato, che si allontana dal terreno delle metafore  per entrare nel vivo della realtà storica.

Fino a pochi mesi fa, altre possibili catastrofi in controluce si delineavano minacciose all’orizzonte: l’attenzione globale di scienziati, comunità e politici era concentrata su catastrofi sanitarie, ambientali e sulle loro ricadute socioeconomiche, fino all’estremo pensiero della fine del mondo così come lo conosciamo.  La mobilitazione su questi temi è stata forte, ma il pensiero di una nuova guerra mondiale, rimaneva latente, sommerso se non proprio rimosso, anche se la guerra ha accompagnato costantemente la storia dell’umanità, come la più naturale delle catastrofi, sempre presente in scenari più o meno lontani.

Irrompe oggi una guerra a noi vicina, nel cuore dell’Europa, come un pensiero impensabile ma che abbiamo, non senza un sobbalzo di sconcerto, scoperto all’improvviso possibile nella realtà.

Non possiamo fare a meno di pensare a Freud e al suo carteggio, nel 1935, con Einstein, che lo interroga: “perché la guerra?” e come mettere l’umanità al riparo da questo tipo di catastrofe?

Freud sviluppa le sue riflessioni considerando la presenza nell’uomo della pulsione di vita, che produce legami ed è mossa da eros e amore e quella di morte, che si lega all’aggressività che tracima in violenza e distruttività, rottura dei legami e considera infine la funzione della cultura come antidoto e come garanzia per lo sviluppo della civiltà e delle comunità umane, per superare la naturale propensione a “risolvere i conflitti di interesse tra gli uomini mediante l’uso della violenza.”

Così Freud conclude la sua lettera ad Einstein “Orbene, poiché la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo di incivilimento, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa: semplicemente non la sopportiamo più; non si tratta soltanto di un rifiuto intellettuale e affettivo, per noi pacifisti si tratta di una intolleranza costituzionale, di una idiosincrasia, portata per così dire al massimo livello. E mi sembra in effetti che le degradazioni estetiche della guerra concorrano a determinare il nostro rifiuto in misura quasi pari alle atrocità. Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è utopistico sperare che l’influsso di due fattori, un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura, ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo, possiamo dire una cosa: tutto ciò che favorisce l’incivilimento lavora anche contro la guerra? Suo Sigmund Freud” Parole a posteriori drammatiche, per noi che conosciamo oggi quanto accadde in Europa negli anni successivi.

Si ripropone oggi tragicamente la riflessione sulla cultura e mentre siamo travolti e increduli, commossi, indignati, smarriti di fronte alle immagini che ci avvolgono e ci travolgono portandoci in diretta ma anche in forma virtuale nella drammatica tragedia, nella catastrofe che si consuma vicino e lontano da noi, nelle frontiere che non sono più luoghi di scambio ma di fuga, di aperture e di muri, ritorna la domanda “perché?” e quale significato dare al pensiero, alla cultura al dialogo come antidoto alla disumanizzazione e alla violenza?

Per ulteriori approfondimenti:
Frontiere della psicoanalisi 2022