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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Poppanti saggi, bambini adultizzati

Ambra Campagna, studentessa del Liceo Artistico Giacomo e Pio Manzù di Bergamo

POPPANTI SAGGI, BAMBINI ADULTIZZATI

“Sotto mamma sta piangendo / piangendo / piangendo / in questo modo la conoscevo / Una volta, steso sul suo grembo / come ora su albero morto / Imparai a farla sorridere / a fermare le sue lacrime / ad annullare la sua colpa / a guarire la morte che aveva dentro/il rallegrarla era la mia ragione di vita”
(Da “L’albero”, poesia di D.W. Winnicott)

 A partire dagli stimoli proposti per il prossimo Congresso “Chi cura chi?” – VI Convegno Nazionale B/A 27-28 novembre 2021, ci siamo trovate a pensare al rovesciamento dei ruoli ed è stato sorprendente verificare come nella nostra pratica clinica sia piuttosto frequente l’incontro con pazienti, adulti o bambini, precocemente adultizzati, costretti a crescere troppo in fretta. Le circostanze, o qualcuno nel loro ambiente ristretto, più o meno consapevolmente, li ha responsabilizzati prima del tempo.

È, forse, quello del poppante saggio un destino diffuso ai nostri tempi?

 

ELISA

“Quando mia mamma è stata operata di tumore mi hanno lasciata 4 mesi dagli zii. Avevo 8 anni … Mi sono sentita abbandonata. Poi è rientrata a casa ma non è più stata in grado di muoversi e non è più uscita di casa. Andavo a scuola ma era una tragedia, piangevo come un vitello, avevo paura di uscire e non trovare più la mia mamma. Stavo sempre con lei. Ero io che l’accudivo, la imboccavo e mi occupavo della casa…Sono sempre stata incline a rinunciare al mio piacere pur di non disturbare né ferire le persone … per essere accettata devo dimostrare di essere disposta a fare qualsiasi cosa …”.

Elisa conclude così una delle ultime sedute prima della pausa estiva. Sono passati due anni dall’inizio della terapia di questa donna cinquantenne che ha iniziato un’analisi per una importante sintomatologia ansiosa. Con queste parole ci introduce al clima emotivo del rovesciamento dei ruoli.

L’esperienza di un rapporto primario con un genitore che non riconosce i bisogni del bambino, non riesce a soddisfarli per quanto è possibile, non lo fa sentire al sicuro, protetto, libero di fare esperienza, interferisce con la costruzione della fiducia nel mondo e nel prossimo. Un minore che si trova ad accudire un genitore malato, depresso, problematico, ecc., sentendosi un piccolo adulto competente, gratificato dall’assunzione di una funzione così importante – vero e proprio ribaltamento dei ruoli – non potrà che crescere ansioso, spaventato, con il bisogno di tenere tutto sotto controllo. Come ci ha spiegato lo psicoanalista inglese Donald Winnicott, queste condizioni ambientali determinano uno sviluppo precoce dal punto di vista cognitivo e intellettivo a tutto svantaggio dello sviluppo emozionale che rimane carente.

I flash clinici che proponiamo, illustrano quella che lo psicoanalista ungherese Sándor Ferenczi (1923) ha indicato come la condizione del “poppante saggio”, a partire da un sogno tipico in cui compare la figura, frequente anche nei miti e nelle fiabe, di un lattante che parla, scrive, recita, conversa come un erudito.

Il poppante saggio raffigura il desiderio o la necessità di “diventare sapiente e di sorpassare i ‘grandi’ in conoscenze e saggezza”, operando un rovesciamento del naturale rapporto con i propri genitori. Bambini che, per salvarsi e sopravvivere, o per creare le condizioni necessarie affinché i genitori si interessino a loro, si spingono, o sono spinti, verso una maturità precoce e finiscono per denegare, o scindere dal Sé cosciente, le proprie parti bisognose.

Si tratta di una condizione lontana da ciò di cui un bambino ha bisogno per crescere e sviluppare le proprie potenzialità. L’ambiente ideale da questo punto di vista è, inizialmente, quello che D.H. Winnicott (1965) ha indicato come “ambiente facilitante”,  rappresentato in primo luogo dalla madre e dalle persone affettivamente significative attorno a lui, capaci di comprenderne i bisogni, i ritmi, la crescita e la specifica soggettività.
Per tutta la durata dello sviluppo, occorre poi che la famiglia sappia adattarsi (Ferenczi, 1927) alle esigenze del piccolo, che si modificano via via, cercando di eliminare ciò che potrebbe costringere il figlio a un eccesso di adattamento alle richieste ambientali, ed introducendo con gradualità frustrazioni e delusioni.

Le conseguenze delle situazioni in cui si verifica un ribaltamento di ruolo tra genitori e figli, tra adulti e minori, possono essere anche molto gravi se teniamo conto del fatto che “arrecare un danno, seppur minimo, quando la vita di un bambino è solo agli inizi, può proiettare un’ombra su tutto il resto della sua vita” (Ibid.).

 

Che futuro ha  il “poppante saggio”?

In particolare, possono esitare nella costruzione di diverse personalità tipiche, ben riconoscibili: chi, crescendo, rimane convinto di saperla sempre più lunga di tutti; chi appare autonomo e sicuro di sé ma, in realtà, è eccessivamente concentrato sul mantenimento del proprio benessere/equilibrio, quindi in grande difficoltà quando tenta di instaurare relazioni affettive significative; chi continua a cercare, come segnale d’amore, il rispecchiamento positivo che gli è mancato ed è disposto ad adattarsi a qualunque richiesta; chi, viceversa, diventa un partner squalificante che si sente superiore all’altro e non perde occasione per rimandare all’altro tutta la sua incompetenza; i bambini che non si sono sentiti desiderati in età adulta possono provare il desiderio di morire, senza concretamente tentare nulla in questa direzione, anche in circostanze relativamente poco gravi e sviluppano tratti di carattere peculiari: pessimismo, scetticismo, sfiducia, incapacità di sopportare sforzi prolungati (Ferenczi, 1929); alcuni mantengono il ruolo assunto durante l’infanzia continuando a curare persone bisognose, facendone una professione o diventando volontari o attivisti (risultato della trasformazione consentita dal meccanismo di difesa della sublimazione). Come ben sappiamo, al punto di farne tra noi colleghi un motivo di scherzo, gli ex-poppanti saggi che hanno sviluppato anche il desiderio di capire cosa succedeva nella mente del/i genitore/i che hanno sostituito, o sostenuto, o curato, a volte scelgono di diventare psicoanalisti. Tra questi possiamo annoverare lo stesso Donald Winnicott, che ci ha regalato alcune tra le pagine più intense ed evocative sullo sviluppo affettivo del bambino nel suo ambiente di crescita, figlio di una mamma affettuosa ma depressa, che si è trovato a cercare di rallegrare sin dalla prima infanzia.

Chiudiamo con alcuni esempi tratti dal nostro lavoro clinico con pazienti presi in un rovesciamento di ruoli.

 

MATTEO

Ha perso il padre per una malattia fulminante prima di compiere un anno ed è cresciuto con una madre che non gli ha fatto percepire alcuna mancanza. Era un bimbo simpaticissimo, sempre pronto allo scherzo e alla battuta, con molti amici, in grado di affrontare qualunque situazione, ma da adolescente ha iniziato a soffrire di attacchi di panico per lui incomprensibili. Rallegrare e rendere felice la mamma è stato per lui un compito inconscio, indispensabile alla sopravvivenza. Il percorso analitico gli ha permesso di comprendere di aver “fatto il grande” e di essersi sentito imbattibile perché non aveva potuto contare su un contenitore genitoriale che gli consentisse di essere un bambino.

 

FRANCA

Secondogenita dopo una sorella, è nata da una gravidanza a rischio. La madre desiderava tre bambini preferibilmente maschi ma “ha dovuto fermarsi lì”.  A differenza della sorella che è stata vestita e acconciata da madre e nonna secondo i loro gusti, da quando ha avuto l’età per esprimere i propri desideri, Franca ha voluto indossare solo jeans e scarpe da ginnastica e tenere i capelli corti da “maschiaccio” (erano gli anni ’60). Questa donna capirà in analisi di aver cercato di soddisfare la propria madre, senza peraltro mai riuscirci, e di essersi sentita per questa ragione a disagio con il proprio corpo, oltre che in difficoltà nelle relazioni sentimentali. La sorella maggiore, femminile e seduttiva, ma molto sofferente nell’identificazione femminile, ha sviluppato un severo disturbo alimentare che si risolverà solo con la menopausa.

 

CLARA

Trentenne, chiede un’analisi perché non riesce più ad uscire di casa; ha interrotto l’università e ogni frequentazione chiudendosi in un pericoloso ritiro. Dopo quattro anni riesce ad affrontare in seduta il dolore di un ideale che sente non essere suo ma frutto di proiezioni genitoriali che l’hanno ingombrata. Dei suoi genitori dice: “Li capisco, vedermi molto indipendente gli è tornato comodo…hanno dato forma e nome ai loro desideri…manca qualcosa, quello che non hanno realizzato nella loro vita è rimasto in sospeso…hanno visto che avevo le potenzialità di farlo e lo hanno dato a me…è ciò che sento estraneo…”.

 

ANDREA

Diciasettenne inizia un percorso dopo un breakdown psicotico e dopo anni di terapia inizia a ricordare che aveva 9 anni quando alla maestra aveva detto che lui sarebbe stato male come la sua mamma. In sedute molto toccanti racconterà come da piccolo stava tutto il giorno a letto con la madre molto sofferente, occupandosene dopo che aveva tentato il suicidio. Dirà: “Già da piccolo avevo questa sensibilità nei confronti della mamma, avevo questa identificazione con lei…io a 8 anni sapevo che mia madre aveva tentato il suicidio…”.

 

Grazie al lavoro analitico, i “poppanti saggi ferencziani” possono arrivare a capire di essersi trovati ‘ingabbiati’ in un ruolo non scelto liberamente, in una identificazione alienante ad un ambiente difettoso e, gradualmente, riuscire a liberare il Vero Sé nascosto sotto il Falso Sé.

 

Qualche traccia di un “buon” ambiente

Non tutti i bambini traumatizzati, abusati o deprivati diventano bambini saggi che, a ruoli rovesciati, riescono a prendersi cura di genitori, fratelli, ambiente.

Si potrebbe pensare che il ‘bambino saggio’, diversamente da quello che diventerà il ‘bambino pazzo’, abbia sperimentato, almeno nelle primissime fasi di vita, un ambiente sufficientemente buono che gli ha fatto conoscere la capacità di essere in relazione e di prendersi cura. Chi, al contrario, non ha mai potuto vivere quella che Winnicott chiama ‘preoccupazione materna primaria’, difficilmente potrà accedere a una relazione di cura, anche se a senso unico e in modo distorto.

Il ‘bambino pazzo’ sembrerebbe aver vissuto rapporti traumatizzanti e deprivanti nelle primissime fasi della crescita, che portano allo sviluppo di modalità relazionali disturbate e disregolate registrate nell’area corporea, quindi implicite, non esprimibili, che lo rendono incapace di ricevere e dare cure, come vediamo nelle drammatiche conseguenze di cui ci parlano le vite dei nostri pazienti borderline.

Silvia Anfilocchi, Paola Chieffi, Ioana Sorete
Milano, settembre 2021

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