skip to Main Content
Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

“Qualcosa da rifare” di Aristide Tronconi

“Qualcosa da rifare”, di Aristide Tronconi
Edizioni San Paolo, 2021

Il libro è una proposta di  riflessione sulla pandemia Covid-19

 “E pericoloso mostrare all’uomo come è uguale alle bestie, senza mostrargli la sua grandezza. E’ pericoloso anche fargli troppo vedere la sua grandezza senza la sua bassezza. E’ ancora più pericoloso lasciargli  ignorare l’una e l’altra. Ma è utilissimo prospettargli l’una e l’altra.”
(Pascal, Pensieri)

Seguendo questa “bipolarità” dell’umano indicata dal filosofo, come fosse guida e griglia per comprendere, Aristide Tronconi propone una riflessione sulla pandemia Covid-19 attraverso una esplorazione del comportamento umano durante il corso ripetitivo di quelle calamità pestilenziali che, “al pari dei fenomeni ambientali, sociali, culturali, politici ed economici, hanno da sempre caratterizzato la vita degli esseri umani, come se partecipassero allo scandire del tempo sulla terra e ne fossero parte integrante”.

 

La “bassezza”: Homo homini lupus?

Una dotta, circostanziata disamina storica, ricorrendo alle fonti con ricche e invoglianti citazioni dei narratori, da Tucidide che narra la peste di Atene del 430 a.C., a Jason Horowitz che pubblica online un racconto della tragedia compiuta ai giorni nostri dal virus a Bergamo, fa comparire visioni sconcertanti di quei moti umani “disumanizzati”, che si ripetono da una generazione all’altra di fronte al dolore, alla paura, alla morte.

In ogni epoca…”gli esseri umani sono sempre gli stessi, nascono, amano, crescono, respirano, si spaventano… le pulsioni irrazionali sono le medesime”. “Non è facile gestire in modo saggio la paura e il senso di impotenza, senza tuttavia negare l’importanza delle emozioni. La finitezza dell’uomo si scontra quasi sempre con il desiderio di superarla”. (p.42).

A partire da qui, l’autore si concentra sull’economia psichica e sulla lotta tra parte irrazionale e razionale, nell’individuo e nei riflessi circolari tra individuo e ambiente, tra singolo e gruppi sociali, e persino tra nazioni.

Fantasmi persecutori, proiezioni di responsabilità e colpa nella costruzione del capro espiatorio, teorie del complotto, così come il rifugio egoistico che porta all’abbandono della solidarietà e della cura, appaiono sorgere da uno specifico funzionamento mentale che rompe, tanto nel singolo quanto nel gruppo allargato, “la capacità di modulare la sofferenza psichica che è presente nei passaggi di crescita, nell’accettazione della realtà avversa e nell’apprendere dall’esperienza” (p. 58). Da intendersi in senso bioniano.

L’autore si rivolge a Frazer, Girard,  Malinowski, Fornari, Meltzer,  per sostenere l’interpretazione di un cedimento delle funzioni del pensiero che lascia irrompere nella mente l’ombra del negativo, un primitivo “attivismo distruttivo” basato su negazione e proiezione e ricorso a credenze magiche di guarigione,  “come se nell’apparato psichico avvenisse un colpo di stato e al governo della mente ci fosse la parte magico-primitiva che può talvolta agire in senso infantile e distruttivo, squalificando le altre componenti mentali, ossia quelle adulte, ragionevoli e collaborative, sia dentro di sé che nell’incontro con altri che la pensano diversamente” (p. 59). Un meccanismo che ha il potere della diffusione contagiosa, virale, come andasse a pescare nei più profondi recessi del portato transgenerazionale, che costruisce false credenze e mitologie collettive, a veloce diffusione, intese a ripristinare l’illusione dell’incolumità, della sicurezza di sopravvivenza allontanando da sé la responsabilità del prendersi cura di sé, degli altri, dell’ambiente, delle relazioni.

 

La “grandezza”: il lato umano della cura e della responsabilità

L’autore, d’altro canto,  va a pescare anche in quelle ricerche meticolose che mettono in luce il lato razionale e “coltivato”,  propriamente intrinseco alla  natura umana, in ogni epoca: avviene anche nella grande pestilenza del XIV secolo, della quale  riporta l’esistenza di “reti  di supporto” di aiuto ai malati, nei borghi di Bologna come in altri luoghi, contrariamente all‘abbandono altrimenti operato nelle città maggiori di Siena e Firenze. E non erano da meno gli interventi di sostegno delle pubbliche autorità e dei servizi riguardanti la salute. Allo stesso modo vengono messe in luce, al nostro tempo di pandemia, le espressioni di cura, solidarietà individuale, collettiva, privata e istituzionale di cui abbiamo fatto esperienza, oscillando tra esitazione e partecipazione, tra errori e riparazioni: nella ripetizione, la disponibilità ad apprendere dall’esperienza diventa condizione per trovare equilibrio tra le pretese dell’irrazionale e il razionale che conserva l’impronta dell’umano .

 

Qualcosa da rifare… è sempre avvenuto…sempre avverrà?

“Prima di iniziare a fare le cose nel giusto modo, dobbiamo riconoscere che le stavamo facendo nel modo sbagliato”, suggerisce l’autore, citando McLuhan (p. 165). Il dolore, l’incertezza, il timore e la consapevolezza dei limiti umani che la pandemia ha suscitato, fanno risuonare l’appello a ripensare i nostri stili di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso delle nostre esistenze.

Ripensare agli stili di vita che promuovono la salute – psicofisica – vuol dire essere consapevoli che l’equilibrio che la favorisce dipende dal comportamento umano, così come la perdita dell’equilibrio tra “bassezza” e “grandezza” dell’umano non si riferisce solo a un fatto medico-biologico, bensì a un investimento personale e sociale. “Prendersi cura della salute, vuol dire quindi prendersi cura anche degli altri aspetti che sono coinvolti nel nostro abitare” (p. 65, passim).

E’ dunque questo un enunciato centrale del libro: la pandemia, in qualsiasi epoca arrivi, non è mai un fatto in sé, isolato dal sistema di vita.

 

Tutto comincia dai luoghi dell’intimità

Colpisce che l’autore riporti dalla peste del medioevo in Italia manifestazioni di compassione e solidarietà avvenute in zone periferiche, zone marginali rispetto al potere centrale. Vuole forse sottolineare un elemento che immette il tema dell’ambiente-spazio di vita, l’importanza della prossimità sociale tra individui, delle relazioni condivise, della cura e della sapienza d’uso delle risorse, a partire dalle zone di intimità: dalla famiglia, dalla comunità di appartenenza, dal gruppo in cui lo stile di vita si condensa in buone procedure assimilate e conciliate tra azione e pensiero, tra comunicazione corporea, comunicazione verbale, azione, progetti.

Ambiente, spazio, relazione, buon uso delle conoscenze e delle risorse, in un linguaggio diverso ma risonante, rimandano allo spazio potenziale di qualità winnicottiana, luogo interno intimo e nello stesso tempo habitat  della relazione e della moltitudine, luogo dell’immaginazione che costruisce, della cura che protegge dalla distruzione e dalla rinuncia depressiva.

 

La relazione tra vita e ambiente è in continuo” rifacimento”

Ciò che è da rifare, allora, ed è sempre in necessario dinamico rifacimento, è la costruzione di una coscienza che ponga al centro della realtà l’inscindibile relazione tra vita e ambiente, quello prossimo familiare ricco di affettività diffusa e trasmessa con diretta interdipendenza, quello via via più distante nel mondo globale, in cui l’interdipendenza abbraccia la scienza e la  tecnica, l’economica, la politica, la geo-politica..

Un’idea di progresso si fa strada in modo ottimistico per l’autore, che afferma:

“Fortunatamente, si fa sempre più diffusa l’idea che il mondo sia come un tutt’uno di fenomeni interdipendenti, in cui è impossibile scindere la mente dal corpo, l’uomo dalle altre specie e la vita dalla natura”.

Il buon agire  si coniuga con un dover essere che regola la libertà dell’individuo in relazione agli altri e si connette con leducazione al riconoscimento affettivo e culturale della condivisione rispettosa dell’habitat comune, in cui la regolazione tra spinte irrazionali e coscienza razionale  sia volta alla conciliazione tra  soggettività e bene comune, tra conquiste della conoscenza scientifica e loro uso in funzione del benessere presente e futuro. Molte domande restano a suggerire stimoli di ricerca e pensiero su cosa è stato fatto e su cosa è da rifare, affinché la memoria del passato aiuti a preparare una memoria del futuro.

Claudia Balottari, agosto 2021

Back To Top