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Il fatto scelto

“Quali tracce di creatività nei luoghi di distruzione? Daniel Oren” di Marta Pezzati

Quali tracce di creatività nei luoghi di distruzione? Daniel Oren
di Marta Pezzati

“…la musica può tutto dire senza nulla nominare…”
T. Mann

Creatività, distruzione e musica

Nel corso dell’ultima Giornata della Memoria organizzata dal CMP (accessibile in streaming al link https://www.youtube.com/watch?v=BI6Nb4SSSb4), Sonia de Cristofaro, psicoanalista, socia del Centro Musatti, presenta la sua emozionante video intervista al Maestro Daniel Oren, celebre direttore d’orchestra israeliano, a proposito del suo rapporto con la creatività, la distruzione e la musica, strumento unico di trasformazione che, come è ricordato dalle parole di Thomas Mann, “può tutto dire senza nulla nominare”: musica e voce che incarnano efficacemente quella tensione, così importante, anche nella psicoanalisi, tra ciò che non può essere detto e ciò che è indispensabile esprimere e comunicare.

L’infanzia in Israele

Il Maestro ripercorre i suoi ricordi dell’infanzia legati ad Yom HaShoah, la Giornata della Memoria che in Israele è ogni anno una giornata di grande dolore, a poca distanza, però, da Yom HaAtzmaut, che celebra la rinascita, la fondazione dello Stato di Israele; racconta della sua innata vocazione per il canto, il dono di Dio per lui, che ancor oggi lo avvicina all’innominabile e che gli permette di dirigere i suoi musicisti, spronandoli a ricercare dentro di sè la loro voce e un’indispensabile attitudine alla preghiera; condivide memorie legate ai grandi cantanti con cui ha lavorato e, a partire dalla prima Manon Lescaut diretta a Roma fino al suo ultimo Nabucco, richiama alla mente tutta l’intensità del suo intento: quello di far emergere ciò che a suo dire è il grande potere della musica, “metterti di fronte ai tuoi sentimenti più profondi inaspettatamente.”

“La musica è pace, è amore, è sogno, è Dio”

Sentiamo la voce del Maestro intonare un canto in mi bemolle minore, una canzone della tradizione ebraica, che narra di uno shtetl (un piccolo villaggio) che brucia ed è di immediata comprensione come la musica possa essere voce, un veicolo, in grado di “amplificare e completare il modo di esprimersi degli esseri umani”, si tratti di una canzone yiddish, dei canti in sinagoga, dello Stabat Mater di Rossini o del Requiem di Verdi. Musica che è preghiera.

Sonia de Cristofaro cita alcune frasi della pianista Alice Herz-Sommer, sopravvissuta alla Shoah e da pochi anni mancata: “Grazie alla musica e alla possibilità di suonare nessuna esperienza era interamente negativa. Poter suonare voleva dire il motivo di alzarsi, avere ancora qualcosa di meraviglioso, di sublime che nessuno poteva rubare. La musica è pace, è amore, è sogno, è Dio”. E in risposta Daniel Oren sottolinea come in fondo questa sia anche la sua stessa visione della musica e il senso del suo impegno come direttore d’orchestra: comunicare emozioni, pregare per una pacifica convivenza, cercando di avvicinarsi sempre più al bello, all’amore e a Dio, come avviene per esempio con il “Va, pensiero”, preghiera corale per antonomasia.

Bellezza, ascolto e responsabilità

Conclude i lavori Anna Ferruta, fra i membri fondatori del gruppo che si occupa dell’organizzazione della Giornata della Memoria, mettendo in evidenza come sia fondamentale, citando la Segal, non rimanere paralizzati dall’indifferenza, poiché “silence is the real crime” e quanto sia importante ricordare come la specificità dell’umano, anche nei momenti in cui la vita stessa è in pericolo, risieda nel desiderio di comunicare, condividere e aprirsi alla relazione (per gli ebrei della Shoah così come per i pazienti nella stanza d’analisi).

Interrogandosi su come siano possibili espressioni di tale bellezza, anche in momenti così terribili, Ferruta trova risposta nelle parole di Giovanni Hautmann: “le forme simboliche (la pittura, la musica e la poesia) che hanno la qualità della bellezza riescono a sopravvivere meglio e più a lungo alla turbolenza delle angosce della non mentalizzazione, perché hanno trovato una forma di equilibrio dinamico che tiene insieme una molteplicità eterogenea di elementi che è compatibile con il desiderio di comunicare con gli altri”.

Non è vero che sia già stato detto tutto, è responsabilità di ciascuno di noi, mantenere un orecchio attento, che sappia accogliere il desiderio dell’altro di essere ascoltato, la necessità dell’altro di farci sentire la sua voce, di esprimere la sua (a volte dolorosa) bellezza, dando forma a storie che possano risvegliarci dall’indifferenza e permetterci di intrecciare legami e relazioni, dando vita ad una dimensione di collettività che possa dirsi autenticamente umana.