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Il fatto scelto

Quali tracce nei luoghi di distruzione? Ronny Jaffè: malinconia e creatività nella musica tradizionale ebraica di Marta Pezzati

By 16 Giugno 2022No Comments

Quali tracce nei luoghi di distruzione?
Ronny Jaffè: malinconia e creatività nella musica tradizionale ebraica
di Marta Pezzati

 

“Sentii il suono di un violino, il suono del violino nell’oscura baracca dove dei morti si ammucchiavano sui vivi. Chi era quel pazzo che suonava il violino qui, sull’orlo della propria tomba? Suonava un frammento di un concerto di Beethoven. Non avevo mai ascoltato suoni così puri. In un tale silenzio. L’oscurità era totale. Sentivo soltanto quel violino ed era come se l’anima di Juliek gli servisse da archetto. Suonava la sua vita. Tutta la sua vita scivolava sulle corde. Le sue speranze perdute, il suo passato bruciato, il suo avvenire spento. Suonava quello che non avrebbe più suonato.”

“La notte”
Elie Wiesel

La musica ebraica

Nel corso dell’evento “Quali tracce di creatività nei luoghi di distruzione?”, organizzato dal CMP in occasione della Giornata della Memoria in collaborazione con la Casa della Cultura (e accessibile in streaming al link https://www.youtube.com/watch?v=BI6Nb4SSSb4), Ronny Jaffè, Presidente uscente del Centro Milanese di Psicoanalisi, durante la  il suo intervento “Le tracce nella musica”, presenta alcune riflessioni sulla musica tradizionale ebraica, ricordandoci come le suggestive caratteristiche di malinconia e di gioia che la contraddistinguono derivino proprio dalla sua origine nelle persecuzioni subite nel corso dei secoli e nella mai spenta speranza messianica che pervade lo spirito del suo popolo.

Jaffè sottolinea l’importanza del violino nella tradizione musicale ebraica, strumento facilmente trasportabile e frequentemente presente nelle famiglie di ebrei askenaziti dell’est Europa, compagno di sventura, ma anche lasciapassare per la propria sopravvivenza, fonte di conforto e amore, oggetto contenitore di speranze, espressione della resistenza anche all’interno dei ghetti e nei campi di concentramento, come ricorda James A. Grymes nel volume “Violins of hope”, laddove probabilmente apriva la via ad una sorta di scissione difensiva funzionale tra il rumore delle musiche e lo stato sognante (racconta un musicista: “i nazisti non sapevano che la musica era la nostra via di fuga”).

Jaffè sottolinea come la congiunzione dei concetti di “riparazione” e “creatività”, che attraversano i lavori di tutta la giornata, possa condurre ad esperienze sublimi in cui bellezza e tragicità confluiscono grazie non solo a certe dotazioni particolari come la voce, la sensibilità, il talento musicale, la tenacia, il coraggio e la passione, ma anche grazie a quello che Bion definisce un “atto di fede”, che ha acconsentito nella Shoah e negli anni successivi una rigenerazione della speranza messianica mai perduta neppure nelle situazioni più terribili come Auschwitz e i vari luoghi di distruzione.