Quando i genitori invecchiano: li curo e li odio, li odio e li curo
di Gabriella Mariotti
L’ambivalenza
Parliamo della fatica e della frustrazione che può facilmente provocare l’accudimento di genitori in età avanzata, afflitti da patologie croniche, soprattutto se accompagnate dal declino cognitivo.
Ne parliamo a luglio non a caso, e non a caso non utilizziamo la congiunzione avversativa “ma” (li curo ma li odio, li odio ma li curo). La congiunzione “e” infatti rappresenta molto efficacemente l’ambivalenza che sempre infiltra la relazione tra figli e genitori e che in queste circostanze può divenire un vero e proprio sentimento angoscioso e corrosivo.

Dalla “sana” ambivalenza che nell’adolescente e nel giovane adulto, e prima ancora nel bambino, consente di amare e al contempo odiare l’oggetto d’amore, per riuscire ad emanciparsene mantenendo comunque affetto e condivisione, si passa a una ambivalenza infiltrata soprattutto dal senso di colpa e, non raramente, dalla rabbia.
E ne parliamo a luglio perché le sospirate vacanze dei figli possono essere appesantite, o addirittura inficiate, dalla necessità di accudimento di uno o entrambi i genitori: in questo periodo l’ambivalenza verso di loro si acuisce fino ad attivare conflitti interni molto dolorosi, e altresì conflitti con altri potenziali care giver magari più rapidi nella fuga o più liberi nel rifiuto.
Facendo un passo indietro, potremmo pensare che tutto dipenda dalla qualità della relazione parentale: con una buona relazione alle spalle forse l’accudimento sarà meno pesante, all’insegna di una sorta di restituzione di ciò che la figlia/il figlio hanno ricevuto nel passato. Al contrario, una cattiva relazione con un genitore inadeguato potrebbe determinare una analoga risposta da parte dei figli, nel momento in cui saranno i genitori ad avere bisogno di cure.
Anche se la logica ci potrebbe suggerire come corrette queste considerazioni, in realtà non è sempre così.
Chi si è sentito poco amato, può cogliere il decadimento del padre o della madre come ultima occasione per essere riconosciuto da loro e, avendone cura, riguadagnare l’amore che non ha ricevuto. Oppure, e anche, può assaporare la dolce vendetta di dimostrare d’essere migliore di chi non ha saputo nel passato occuparsi adeguatamente di loro.
E chi invece ha avuto genitori amorevoli e attenti, potrà soffrire a tal punto del loro decadimento da doverne prendere le distanze emotive. Gli idealizzati genitori, intelligenti e affettuosi, dolorosamente ridotti all’ombra di loro stessi, magari improvvisamente sboccati o violenti, divengono fonte di un tale dolore da non poter sopportare l’accudimento dell’estraneo nel quale la malattia li ha trasformati.
Le variabili attive in questo aspetto della vita sono molte, dunque, e si intrecciano con altre ancora. Non ultima, la modalità con la quale la madre sempre attiva, o il padre sempre vivace, affrontano le limitazioni imposte dall’età o dalla patologia. La malattia opera autentiche trasformazioni del carattere, dinieghi esasperanti per i care giver, i figli soprattutto, costantemente allarmati da comportamenti pericolosi: il papà persevera nell’andare in bicicletta anche se è ormai caduto dieci volte, la mamma sale sulla scala per cambiare una lampadina anche se si è già rotta il femore. Comportamenti pericolosi anche perché un eventuale incidente comporterebbe ulteriori aggravi nella presa in carico da parte dei figli. E così, fino a che punto talvolta i figli si trasformano in genitori apprensivi, intolleranti degli spazi residui di autonomia dei propri anziani genitori? E se al contrario una coppia di genitori autonomi e sereni si trasformassero in lamentosi ricattatori, bisognosi di inesauribili attenzioni? Fino a che punto è possibile resistere a queste richieste senza sentirsi, o tollerando di sentirsi, ingrati e colpevoli?
Il lutto
La vecchiaia e il decadimento dei propri genitori sono difficili da accettare, il loro cambiamento implica una serie di cambiamenti anche per i figli: il lutto del proprio essere sempre “più piccoli” di loro, il lutto della cristallizzazione del tempo, il lutto di non essere oggetto di cure bensì diventarne erogatore. Tutto ricade sulle loro spalle: senza reali contributi sociali, il dramma famigliare si riduce a contrattazioni con badanti o esose case di riposo, ovviamente soltanto per chi può permetterselo. Per gli altri, la fatica rischia di logorare affetto e riconoscenza.
Il rapporto con i co-care giver
E come dimenticare il difficilissimo rapporto con gli eventuali co-care giver? Antiche rivalità, antiche rabbie, stereotipi di ruolo, tutto si riattiva e non raramente la presa in carico ricade sulle spalle dei figli in misura diseguale tra loro. Ovviamente, sulle spalle delle donne più che su quelle dei maschi, sulle spalle di chi non ha figli più che su quelle di chi ne ha, oppure sulle spalle di chi è portatore di un narcisismo masochista (“io sono buono/ buona, io mi sacrifico, io sono migliore”), ma almeno, in quest’ultimo caso, c’è una segreta inconscia soddisfazione. Altrimenti, alla fatica si aggiunge un senso di rabbiosa ingiustizia che appesantisce ulteriormente il lavoro di cura. Molte volte, ho sentito pazienti “costretti” dall’assenza di fratelli e sorelle ad accollarsi la presa in carico dei genitori non più autonomi. C’è a questo proposito una sola soluzione: fare ciò che si ritiene giusto, farlo per se stessi e non perché l’altro non c’è. Spostare così il focus dall’altro a sé, riprendere la propria centralità, e insieme a questa, anche la propria serenità. Magari mettere in campo un poco di sano egoismo, quello che permetterà poi di accudire con maggiore disponibilità ed equilibrio, senza cadere nella trappola del “nobile sacrificio”!