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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Restare umani al tempo del Coronavirus

di Maria Grazia Gallo

A causa del dilagare del Coronavirus viviamo giorni particolari: di ansia, di allarme e di paure razionali ma anche irrazionali, di marca ipocondriaca e che sfociano nel panico.

C’è la caccia all’ “untore” di manzoniana memoria che trasforma l’Altro in un potenziale nemico di cui diffidare o aver timore e allora si alzano barriere e muri reali o simbolici; i confini sono sempre più marcati: isolano per proteggere o, al contrario, vengono evocati per alimentare xenofobia; la paura del virus è l’“angoscia dell’estraneo”, del non noto, dello “straniero” che minaccia pericolosamente la nostra precaria identità.

Il crollo dell’illusione di controllo della realtà

Difficile tollerare l’insaturo della conoscenza: crolla l’illusione di controllo quasi onnipotente della realtà che scienza e tecnologia sempre più avanzate alimentano e si è costretti a confrontarsi con i limiti.

Di fronte alle misure adottate di prevenzione, le reazioni sono le più svariate: c’è chi le definisce eccessive e draconiane, chi giuste, chi le sta vivendo in prima persona con spirito collaborativo e chi le sta soffrendo e patendo come una vessazione ingiusta.

Mentre percorro in macchina la strada che mi porta al lavoro, l’atmosfera è surreale, da “day after ”: il mondo sembra “sospeso” come mi dice una paziente in ansia e allarmata per questa improvvisa “sparizione del mondo e degli altri” così tanto e spesso odiati, oggetto delle nostre proiezioni , facile alibi per le nostre fragilità, paure e debolezze (è sempre colpa di qualcun altro se stiamo male…).

L’Io vacilla e il vissuto di grande precarietà, di “carestia interna” fa correre le persone ad accaparrarsi il cibo, a fare incetta all’esterno di quel nutrimento e di quelle risorse che evidentemente  vengono a mancare nel mondo interno.

Sorgono spontanee delle domande: chi è l’Altro per noi? E chi siamo noi? Qual è il nostro modo di stare al mondo e in relazione con gli altri? Insomma, qual è la nostra identità individuale e sociale?

La prima epidemia all’epoca dei social come grande esperimento sociale

Mentre sto ancora guidando anche un opinionista che ascolto alla radio si sta ponendo i medesimi interrogativi: parla di questa epidemia, la prima in assoluto in epoca dei social come di un grande esperimento sociale che ci dice in che modo ci comportiamo, quali modalità di comunicazione hanno i media e che strategie adottiamo di fronte alle situazioni di emergenza e di possibile pericolo.

Ho detto alla mia paziente che i suoi pensieri “coronavirus” stanno infettando quelli buoni e costruttivi così faticosamente conquistati e rischiano di minare, boicottandola, la sua parte sana e fiduciosa.

Restare umani quando il mondo sembra disumanizzarsi

Si tratta di restare umani quando tutti impazziscono e il mondo sembra disumanizzarsi.

Penso a Cecità di J. Saramago che dice che il suo romanzo è “l’invito a guardare il nostro tempo e le sue sfumature, a fare i conti con il buio che si cela dietro le nostre paure, rendendoci tutti dei potenziali cattivi….volevo raccontare le difficoltà che abbiamo a comportarci come esseri razionali (umani dico io), collocando un gruppo umano in una situazione di crisi assoluta….”.

E ancora: non può non venirmi in mente un’altra lettura giovanile: La peste di A. Camus La vicenda ruota intorno alla tranquilla e piccola cittadina di Orano dove improvvisamente irrompe e dilaga un’epidemia di peste.

Tutto cambia: ritmi della quotidianità e tessuto sociale sono stravolti e la cittadina viene isolata dal resto del mondo da un cordone sanitario (proprio come le nostre “zone rosse” dei focolai): succede così che familiari siano divisi dai propri affetti, le madri dai figli, gli amanti ancora più ostacolati ad incontrarsi, chi era solo di passaggio è costretto a rimanervi, c’è chi vuole scappare…

La condizione di esilio e di separazione

La condizione di esilio e di separazione diventano emblematiche così come la peste è metafora di qualsiasi evento catastrofico e della stessa condizione di malessere esistenziale, il “male di vivere” che si propaga.

Il dottor Rieux insieme al suo collega più anziano Castel, è il primo a capire che si tratta di peste mentre tutti tentano di negarla: è un uomo che conosce bene il dolore perché ne è attraversato (la moglie malata, dalla quale è isolato, sta per morire e morirà) e per questo lo affronta impegnandosi con la massima onestà possibile contro le sofferenze causate dall’epidemia, senza illusioni, “a testa bassa”, andando al di là della propria singola condizione e adoprandosi per la collettività.

Trattenere il buono per non farsi sopraffare dagli eventi

Non si sente né vuol essere un eroe ma resta “umano” tra i suoi simili accomunati tutti dalla stessa condizione: è lo stesso dolore che li tiene insieme e il percepire che il “bene” dovrebbe essere  non qualcosa di “straordinario” ma di ordinario; diremmo noi psicoanalisti che si tratta di non farci sopraffare dagli eventi catastrofici e dai pensieri a loro volta catastrofici che li assecondano o a volte addirittura li anticipano; si tratta di  riuscire a trattenere il buono, a riparare e bonificare dentro di noi  per quanto ci è possibile, quei legami conflittuali, difficili o traumatici che ci hanno “appestato” il mondo interno e il nostro modo di stare al mondo : “insieme” o “contro” gli altri.

L’unico ad averci guadagnato nel romanzo di Camus è il commerciante Cottard che dopo aver tentato il suicidio, grazie all’epidemia non solo scampa all’arresto, ma tenta di speculare e lucrare sulla tragedia; anche noi oggi assistiamo a vere  e proprie speculazioni, sciacallaggi reali o mediatici, manipolazioni dell’informazione che in questo mondo interconnesso viaggiano alla velocità della luce e sembrano solo cercare consensi (il cosiddetto “click bating” dell’informazione come i “like” sui social).

Il principio di solidarietà come supporto alla collettività

Ma se qualcosa ci può salvare e aiutare è il principio di solidarietà così come l’unità d’intenti che possono soccorrere e supportare la collettività.

E nascono forme spontanee di solidarietà: c’è il rider profugo libanese che offre alla Croce Rossa le mascherine comprate con metà del suo magro guadagno; c’è chi s’inventa un sito per intrattenere on line con letture piacevoli bambini e ragazzi rimasti a casa; il mio maestro di Qi Gong ha organizzato e raggruppato ragazzi e adulti per una camminata e pratica all’aperto di quest’antica arte marziale e disciplina energetica cinese..; mamme si scambiano favori “tenendo” a turno i propri e altrui bambini in assenza della scuola.

Il rapporto umano e la mente dell’uomo possono uscirne ancora bene da questo dramma che, come nella teoria del Cigno Nero di Nassim Nicholas Taleb può diventare occasione di “svolta” e una opportunità: quella data a tutti noi d’interrogarci, di farci sorprendere da quesiti sulla nostra esistenza come individui ma in stretta relazione con gli altri, d’introdurre il pensiero e la riflessione laddove ci si limita a parlare a sproposito e di conseguenza si tende sempre ad agire.

C’invita a farlo lo stesso Manzoni ne i tanto citati “Promessi Sposi”:

“Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare.

Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire.”

 La resistenza a prendere consapevolezza di verità profonde scomode

Soprattutto noi psicoanalisti sappiamo che spesso e soprattutto di questi tempi, la riflessione è scomoda: c’è una grossa resistenza a mentalizzare e a prendere consapevolezza di verità profonde scomode che è e si manifesta come una grossa resistenza al pensiero psicoanalitico, “la peste “ del nostro tempo.

Risuonano le parole di Freud che sulla nave che li sta portando in America dice profeticamente ai suoi allievi/colleghi Jung e Ferenczi “Non sanno che portiamo loro la peste”.

Allora, come ho detto in un altro mio scritto “siamo individui ma anche collettività e cresciamo insieme non solo come singoli, differenziati e specifici, ma insieme agli altri e all’interazione continua e onnipresente con loro, insieme al nostro passato”: solo così possiamo recuperare in modo costruttivo il nostro pensiero, la nostra memoria, superare la condizione di esilio e di solitudine emotive e guardare prospetticamente con minore inquietudine al futuro; solo così resteremo umani.

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