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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Ricordo di Giuseppe Pellizzari

di Francesca Codignola

Ho conosciuto Giuseppe Pellizzari nel 1983 quando entrambi abbiamo iniziato il training per diventare psicoanalista nello stesso gruppo al Centro Milanese di Psicoanalisi ancora nell’antica sede di via Corridoni 1.

Era un giovane uomo gentile, discreto, piuttosto schivo e silenzioso ma, quando prendeva la parola, non diceva mai nulla di ovvio o di scontato. Mi colpivano già allora i suoi modi pacati, mai polemici, venati solo da una sottile ironia che non l’ha mai abbandonato anche quando parlava di argomenti seri e impegnativi, come in tempi recentissimi anche della sua malattia che osservava con occhio curioso…

Quando fu aperto il Progetto A, primo Centro Pubblico in Italia per la consultazione e la psicoterapia di adolescenti, nel 1990, De Vito, io con  gli altri colleghi che già vi lavoravano, gli proponemmo di unirsi a noi in quella che tutti abbiamo vissuto come un’esaltante e straordinaria avventura per l’adolescenza e la psicoanalisi. si trattava di prenderci cura con lo strumento psicoanalitico degli adolescenti in un Servizio Pubblico e contemporaneamente fare ricerca…

Beppe Pellizzari divenne in breve un pilastro del Servizio, sotto lo sguardo attento di Giovanna Giaconia e di Tommaso Senise, per i lavori di ricerca che sceglievamo di portare avanti ma soprattutto per la clinica.  Non si sottraeva mai al prendere in carico pazienti complicati e difficili e vi si dedicava con grande passione per tutto il tempo che ne avevano bisogno. I suoi riferimenti etici e metodologici si armonizzavano straordinariamente con la sua sete di conoscenza, la sua innata curiosità e disponibilità a mettersi affettivamente in gioco.

Nelle riunioni   stava per lo più silenzioso, appariva disattento e distratto, impegnato come era – e resterà nel tempo, anche da Presidente del  Centro Milanese di Psicoanalisi – a disegnare su un foglio bianco delle figure a dir poco bizzarre! Ma ad un certo punto interveniva e ci si accorgeva che non aveva perso una parola di ciò che era stato detto: con delicatezza ma anche in modo determinato esponeva il suo punto di vista, spesso sintesi creativa del pensiero di tutti. Aveva un modo tenero di approcciarsi ai colleghi, un po’ svagato, apparentemente disattento ma dietro questa apparenza era sempre rispettoso dell’altro.

Ciò che non sopportava proprio erano le pastoie burocratiche, i vincoli istituzionali che lo distraevano dalla clinica e dal suo costante lavoro interiore per comprendere il funzionamento della mente degli adolescenti e trovare  con la psicoanalisi le chiavi di accesso per aiutarli a crescere.

Lavorare con lui nell’Esecutivo del Centro Milanese di Psicoanalisi  molti anni dopo è stata per me un’altra esperienza molto ricca ed entusiasmante. Beppe aveva una sensibilità tutta particolare verso amici, colleghi e pazienti. A volte era irritante quando si mostrava indifferente o minimizzante di fronte a situazioni di conflitto o di scontro aperto, ma – l’ho capito nel tempo – questo atteggiamento era il frutto del timore che, accettando di trattare i piccoli conflitti inevitabili, si perdesse tempo rispetto agli obiettivi da raggiungere, condivisi da gran parte di noi.

Aveva una fiducia incrollabile nelle idee che ci guidavano e le coltivava con grandissima determinazione, senza curarsi più di tanto di eventuali ostacoli o contrapposizioni.

A ognuno offriva un ascolto specifico: ciò che colpisce, e questo è avvenuto fino alla fine, era il fatto che con ciascuno condivideva in modo privilegiato una parte specifica di sé :   Ciascuno di noi aveva il proprio “Pellizzari”. Aveva il dono di “esserci” anche quando fisicamente era lontano. Ancora oggi che non c’è più lo sento accanto come un importante compagno di viaggio e un grande amico.

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