Ritrovarsi: le separazioni aiutano?
a cura di Gabriella Mariotti
Le separazioni aiutano? Non pensiamo alle separazioni che nascono da situazioni di profondo disagio, bensì a quei periodi nei quali, semplicemente, due o più persone affettivamente o emotivamente legate non condividono gli spazi abituali.
Gli avvenimenti, i vissuti, i pensieri, i cambiamenti esperiti in quei periodi disvelano o segnano irrecuperabili distanze o permettono invece un ritrovamento più ricco e rinnovato?
Ovviamente si possono verificare entrambe le possibilità, e le variabili che determinano gli esiti di tali forme di separazione sono pressoché infinite. La qualità della relazione precedente, l’età dei soggetti, il tipo di relazione, la lunghezza della separazione, e anche ciò che è accaduto durante quel periodo, sono soltanto le principali variabili, e pare siano già abbastanza per comprendere la ricchezza che ogni separazione porta con sè.

Ritrovarsi, infatti, non rimanda soltanto al ricongiungersi con l’oggetto d’amore, sentimentale o amicale che sia, ritrovarsi significa altresì rientrare in contatto con dimensioni di sé temporaneamente sospese. Vale l’esempio dei post adolescenti che vanno in Erasmus: l’autonomia guadagnata, nei tempi e nei modi sperimentati “da soli”, come potranno trovare nuova integrazione in famiglia? L’adolescente è cambiata/o, la sua famiglia ha anch’essa sperimentato una nuova combinazione, segnata dall’assenza della figlia/figlio, ma le due dimensioni esperienziali sono molto diverse (l’una di nuova presenza e l’altra di nuova assenza) e spesso di complessa ricostruzione. Certamente, molto dipende dalla maturità psichica dei componenti, molto dipende dalla capacità di elaborazione degli aspetti simbiotici, tant’è che, seppure abbastanza raramente, anche i genitori possono godere della separazione quanto la loro progenie lontana che, a sua volta, può patire la lontananza dai genitori. E ancora un esempio: una coppia separata per un qualche motivo, professionale o di accudimento dei figli, come si ritroverà? Ritrovare la dimensione erotica sospesa faciliterà un rinnovamento o attiverà la delusione del già noto?
Ritrovarsi dunque, lo ripetiamo, non implica solo il piano relazionale e quindi la modulazione affettiva, bensì implica la ripresa di contatto con dimensioni nuove, o sospese, di sé.
Ciò vale anche, e forse soprattutto, per il ritrovamento reciproco della coppia analitica a fine estate. L’analista ritrova il suo studio, la sua poltrona, il suo ambiente professionale, il suo ruolo (non la sua consapevolezza che, si spera, non abbia sospeso durante le vacanze), c’è qualcosa di piacevole in tutto ciò, come indossare un abito conosciuto caldo e comodo, pur magari con qualche nostalgia per metaforici abiti più lievi e giocosi. E i pazienti ritrovano la dimensione analitica, ritrovano il “loro” lettino, la “loro” analista, la scansione regolare del tempo. Anche per i pazienti tutto ciò ha spesso un qualcosa di caldo e comodo, quantomeno nella prima seduta del ritrovamento. Una specie di luna di miele, cui fa seguito, oramai rassicurati dalla ripresa, ciò che la lontananza ha segnato per ciascuno di loro: senso di abbandono, frustrazione, invidia, rabbia, insomma tutti i sentimenti negativi da far presenti all’analista.
Poco alla volta però emerge qualcosa che mi ha sempre colpita: la consapevolezza di aver saputo far da sé, talvolta in situazioni davvero difficili, talaltra semplicemente nella capacità di autoanalisi, come se riaffiorassero interpretazioni che non sono più parole dell’analista bensì nuclei introiettati e trasformati soggettivamente. In quest’ ultimo frangente, emerge frequentemente un tono di stupore nel rendersi consapevoli di aver saputo gestire emozioni complesse, proprio quelle che avevano rappresentato problematiche “ingestibili”, spesso improntate ad aggressività e ambivalenza. Si apre così una riflessione che merita ben altro spazio: fino a che punto la relazione analitica attiva regressioni non sempre funzionali? Fino a che punto anche l’analista può trascurare il valore emancipativo del far da sé, valore che la separazione ripropone, risvegliando entrambi, analista e paziente, dalla sonnolenza simbiotica?
Tutto ciò ci riporta al valore delle separazioni, valore che affonda le radici nella modulazione della separatezza (affettiva, soggettiva, emotiva: non fisica, come nel caso della separazione), quella che Winnicott descriveva come capacità di essere soli in presenza dell’altro, così ben rappresentata dal bambino che gioca in silenzio o borbottando tra sé mentre il care giver sta facendo altro. In alternanza con momenti di fusionalità, come ha più volte sottolineato Davide LOPEZ, la capacità di essere soli rappresenta quello spazio nel quale ho sempre immaginato una sorta di ritiro degli pseudopodi relazionali a sfondo simbiotico: la consapevolezza di essere capaci di essere soli (separati) consente di tornare all’altro con serenità e apertura, senza essere marcati dal bisogno possessivo e spesso divorante della presenza.