Severance – Dividersi per non soffrire
A cura di Dario Contardi
Severance è una serie tv del 2022, ideata da Dan Erickson e diretta in gran parte da Ben Stiller. Racconta una società in cui alcune persone scelgono di sottoporsi a una procedura chirurgica capace di separare completamente i ricordi della vita lavorativa da quelli della vita privata. Nascono così due identità distinte della stessa persona: una che esiste solo in ufficio, l’altra che vive esclusivamente fuori dal lavoro. Nessuna delle due sa nulla dell’altra. L’idea è tanto semplice quanto perturbante.

Chi non ha mai desiderato, almeno una volta, lasciare il lavoro fuori dalla porta di casa? O, al contrario, riuscire a entrare in ufficio senza il peso dei propri problemi personali? Severance prende questo desiderio molto contemporaneo e lo porta alle sue estreme conseguenze, trasformandolo in una riflessione inquietante sull’identità.
La serie può essere letta come una critica all’alienazione del lavoro contemporaneo. E certamente lo è. La Lumon Industries appare come una gigantesca macchina impersonale in cui i dipendenti eseguono compiti di cui ignorano completamente il significato. L’efficienza, la produttività e il controllo sembrano sostituire progressivamente il pensiero, fino a trasformare le persone in semplici funzioni del sistema.
Ma forse il cuore della serie è ancora più profondo.
La separazione tra il “sé lavorativo” e il “sé privato” non rappresenta soltanto una critica all’organizzazione del lavoro. Mette in scena un desiderio molto umano e attuale: quello di poter dividere la propria esistenza in compartimenti stagni, isolando il dolore, il conflitto, il lutto, l’ambivalenza.
Mark, il protagonista, decide di sottoporsi alla procedura dopo la morte della moglie. Il lavoro non diventa soltanto un impiego, ma un luogo in cui il dolore smette temporaneamente di esistere. O, almeno, così sembra.
La psicoanalisi ci insegna però che ciò che viene separato non necessariamente scompare. Più spesso continua a esistere, cercando altre vie per manifestarsi.
È difficile non pensare a ciò che Melanie Klein descriveva come posizione depressiva: quel momento dello sviluppo in cui il soggetto è chiamato a tollerare che amore e odio, desiderio e perdita, dipendenza e autonomia possano convivere nella stessa esperienza. È un passaggio faticoso, perché implica rinunciare all’illusione di poter dividere nettamente ciò che è buono da ciò che è cattivo, ciò che fa soffrire da ciò che protegge. Ma è anche l’unico modo per sentirsi integri.
La Lumon realizza invece proprio questa fantasia: eliminare il conflitto attraverso una scissione radicale. Ma il prezzo è altissimo.
L'”innie”, la parte che vive soltanto al lavoro, è condannato a un’esistenza senza passato e senza futuro. L'”outie”, che vive all’esterno, ignora completamente ciò che accade per metà della propria vita. Entrambi sono incompleti. Entrambi pagano il costo di una separazione che prometteva libertà ma produce una nuova forma di prigionia.
La serie sembra suggerire che non esista un luogo della mente in cui depositare definitivamente il dolore. Ciò che non viene vissuto non per questo cessa di esistere. Rimane sullo sfondo, modifica il modo di stare nelle relazioni, orienta le scelte, cerca continuamente una strada per tornare alla coscienza. In questo senso Severance non racconta soltanto l’alienazione del lavoro contemporaneo. Racconta qualcosa di più universale: la tentazione di sfuggire alle parti più difficili di noi stessi.
Forse la vera libertà non consiste nel separare i diversi aspetti della nostra vita, ma nel riuscire lentamente, dolorosamente, a tenerli insieme. Anche quando sono contraddittori o imperfetti. Perché è proprio nella capacità di vivere questa complessità che si costruisce un’identità in grado di reggere il peso dell’esistenza.