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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Tra le cause della mancanza di autostima: L’identificazione col negativo

Disegno di Roberta Pezzotta – Liceo artistico Giacomo e Pio Manzù, Bergamo

TRA LE CAUSE DELLA MANCANZA DI AUTOSTIMA:
L’IDENTIFICAZIONE COL NEGATIVO
di Silvia Anfilocchi, novembre 2021

SEMBRA PARADOSSALE MA È FREQUENTE:
CHI NON SI RICONOSCE ALCUN VALORE, CHI SI PENSA PRIVO DI CAPACITA’ E DI QUALITÀ, RIESCE A IMPORRE LA PROPRIA IDEA NEGATIVA DI SE’ SU CHIUNQUE CERCHI DI CONVINCERLO DEL CONTRARIO E A CREARE, INCONSCIAMENTE, SITUAZIONI RELAZIONALI IN CUI LE SUE FANTASIE DI AUTOSVALUTAZIONE TROVANO CONFERMA.

SI DIMOSTRA, COSÌ, PIÙ FORTE DI TUTTI

Convincerlo che va bene com’è, che è in gamba, che piace, è una partita persa in partenza se “il negativo” si è installato al CUORE della sua identità.

Capita spesso che adulti, adolescenti e persino bambini soffrano di quella che viene comunemente indicata come “bassa autostima”.

Sono persone che, pur mostrando di avere doti e capacità nella media, se non superiori, si svalutano e si mortificano. Si criticano incessantemente e non sono mai soddisfatte dei risultati che ottengono.

Considerano gli altri sempre migliori e più capaci e non hanno alcuna fiducia in sé. Per questo dipendono dai giudizi esterni, senza tuttavia mai riuscire davvero a fidarsi di qualcuno, a meno che non confermi la loro cattiva opinione di sé.

Troviamo un esempio tipico di questa autodenigrazione nei bambini e negli adolescenti che attendono angosciati il risultato di una prova scolastica macerandosi nella convinzione che riceveranno un giudizio pesantemente negativo, certi di “non essere all’altezza”. Quando poi accade il contrario e ottengono un voto positivo, immediatamente ribaltano l’opinione precedentemente espressa e sostengono che il compito era “facilissimo”, “alla portata di tutti”, “roba da niente”.

Sembra che cambino idea, in realtà confermano la propria nullità.

INONDARE DI GIUDIZI NEGATIVI UN FIGLIO PROVOCA LA SUA MORTIFICAZIONE, LO PREDISPONE A PENSARSI DELUDENTE E AD ASPETTARSI SOLO DELUSIONI

Chi riceve critiche, continua a criticarsi e non può evitare di giudicare “migliore” ciò che è lontano da sé o appartiene ad altri per trasformarlo, però, in qualcosa privo di interesse quando è raggiungibile o lo possiede.

Le identità “costruite sul negativo” sono forti, resistenti e sembrano obbedire a un mandato inconscio paradossale: per sentirsi amati e apprezzati cercano di cambiare, ma l’unico modo che conoscono per ricevere attenzioni è essere criticati quindi continuano a deludere, a fare e farsi danno.

 IL “GIOCO” DELLA LORO VITA SEMBRA ESSERE: “ VINCE CHI PERDE”

Il fatto di non credere in sé, non aver fiducia nelle proprie capacità, aspettarsi sempre l’insuccesso, la delusione, la critica spesso dipende dal modo in cui una persona è stata trattata dai genitori, o dai loro sostituti, soprattutto nei primi anni di vita.

L’infanzia e l’adolescenza, infatti, sono le fasi in cui si forma la personalità e l’immagine di sé nella completa dipendenza dagli adulti affettivamente significativi.

Spesso inconsapevolmente, i genitori non tollerano i “difetti” e le “mancanze” che scorgono nei figli, sentandosi feriti nell’amore di sé, e non sanno trattenersi dal rimarcarne le inadeguatezze nel tentativo di “correggerli”.

Questa modalità relazionale può avere diverse origini.

Qualunque figlio mette alla prova le capacità genitoriali e rappresenta una sfida ai limiti e alla vulnerabilità dei genitori. Come già detto, potrebbe essere frustrante per l’immagine di sé, di uno o di entrambi. Oppure potrebbe essere nato in un periodo complicato della loro vita o della relazione di coppia. O ancora potrebbe porre richieste superiori alle loro capacità di contenimento. In alcuni casi, la tendenza a criticare i propri figli e, magari, a portare come esempio positivo tutti gli altri bambini o ragazzi, è un tipo di rapporto che i genitori hanno subìto a loro volta durante l’infanzia e che si trovano a ripetere inconsciamente.

IL TRATTAMENTO DEL NEGATIVO

Fermare la coazione a ripetere una modalità relazionale al negativo non è impossibile.

Riuscire a vedere se stessi e il “mondo” in modo più “oggettivo” consente di migliorare la qualità della vita.

 Il lavoro psicoanalitico con le persone che hanno costruito la propria identità sul negativo è lungo e impegnativo.

L’analista, inizialmente valorizzato, tende ad essere considerato negativamente nel momento in cui diventa un oggetto importante per il paziente, quando entra a far parte del suo mondo. Il buon esito del trattamento dipende dalla sua capacità di resistere agli attacchi, spesso silenziosi ma potenti, con cui l’analizzando cerca, inconsciamente, di farlo sentire inutile, incapace, inefficace e riuscire a fargli fare l’esperienza di sentirsi in relazione con un oggetto che si mantiene positivo, di valore e valorizzante.

Nel lavoro con i bambini, anche ai genitori deve essere dato un “posto” nel processo terapeutico per favorire un movimento evolutivo realmente trasformativo e la mobilitazione di risorse “nuove” nella relazione con sé stessi e con i loro figli.

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