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Non c'è due senza... Lo psicoanalista e la coppia

“Tra me e te, un altro. Figure della gelosia” di Silvia Lepore

Come geloso, io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero d’esserlo, perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l’altro, perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri.

Barthes R. (1977) Frammenti di un discorso amoroso

Edvard Munch. Jealousy, 1896
Lithograph. The William B. and Evelin A. Jaffè Collection

La gelosia passione antica,

La gelosia è una passione antica, tormentata, stratificata. La ritroviamo nei miti, nella letteratura e nell’arte come un sentimento universale, capace di attraversare epoche, culture e forme espressive.

È un tema ricorrente nell’opera di Edvard Munch. Dal 1895 agli anni ’30 egli dipinge almeno quindici versioni del celebre dipinto Gelosia, utilizzando tecniche differenti. Tutte sono variazioni dello stesso scenario: lo sgomento di un uomo ai margini, una donna oggetto di desiderio, un altro uomo, presenza destabilizzante e perturbante. Uno sguardo misterioso quello dell’uomo geloso, indagatore, interessato, pieno di odio e d’amore. La ripetizione rappresenta il tentativo dell’artista di elaborare un drammatico vissuto personale, ma anche la complessità e la natura mutevole della gelosia.

Da dove nasce la gelosia?

Nadia Fusini (2010) commentando l’Otello di Shakespeare osserva che la gelosia contiene i semi dell’invidia, dell’odio, del desiderio di possesso, della collera e della paura. Non è affatto il contrario dell’amore: nasce dall’amore, o perlomeno ne deriva. È una passione mista. Il soggetto geloso soffre non solo per la perdita o la minaccia dell’altro, ma anche per il senso di esclusione, per l’umiliazione narcisistica, per la condizione di non essere più l’unico.

La gelosia nella psicoanalisi

Anche per la psicoanalisi, la gelosia è un’emozione complessa, in cui si intrecciano amore, odio, desiderio di possesso e ferita narcisistica. Si ripete e si riattiva nel tempo, anche in assenza di un reale pericolo. Si manifesta nei sogni, nelle dinamiche relazionali e nel transfert, dove può riattivare vissuti infantili legati all’esclusione e all’abbandono.

Molto è stato scritto sulla gelosia a partire dal saggio di Freud del 1922, Alcuni meccanismi nevrotici della gelosia, nella paranoia e nell’omosessualità, in cui distingue tre forme stratificate di gelosia: normale o competitiva, legata al dolore per la perdita reale o temuta dell’oggetto amato e alla rivalità con un terzo;- gelosia proiettata, in cui il soggetto attribuisce all’altro sentimenti o desideri che in realtà gli appartengono, spesso a carattere infedele o omosessuale;- gelosia delirante, che si esprime in forma paranoide e struttura un sistema delirante vero e proprio, come difesa da impulsi omosessuali rimossi. La stessa cosa la osserva Roland Barthes che definisce la gelosia un’equazione a tre termini permutabili: si è sempre gelosi di due persone contemporaneamente, di chi si ama e di chi ama l’amato: “l’odiosamato (il ‘rivale’) è anche amato da me: esso m’interessa, m’incuriosisce, mi affascina”.

Jean Riviere (1932, 1937) riconosce nella gelosia un senso di umiliazione dovuto a una ferita narcisistica e, quando essa è ingiustificata, la interpreta come meccanismo di difesa contro il sentimento di dipendenza, l’angoscia di non essere amati e l’invidia suscitata dalla scena primaria, di cui ci si libera proiettando l’emozione negativa sul partner.

Credo che la gelosia abbia radici profonde nell’esperienza infantile precoce con la madre — che pone le basi emotive della gelosia che ritroveremo nelle relazioni adulte.

In questa prospettiva, Winnicott la considera una tappa evolutiva importante nello sviluppo infantile. Nel saggio La gelosia (1960), la definisce un indice di crescita affettiva: il bambino geloso è un bambino che ha cominciato ad amare. Non si tratta dunque solo di rivalità o invidia, ma dell’espressione precoce di un legame significativo con l’oggetto, la madre. Il bambino geloso desidera, ama e compete, ma ha bisogno di un ambiente che lo accolga. Con la crescita e lo sviluppo della vita psichica, la gelosia assume forme più articolate: riguarda non solo la madre, ma ogni relazione significativa. Dal punto di vista clinico, Winnicott sottolinea che, affinché la gelosia possa evolvere in una forma matura, è fondamentale che il bambino trovi uno spazio per esprimere il proprio sentimento, compresa l’aggressività che vi è implicata. In mancanza di un ambiente responsivo il sentimento geloso viene rimosso o represso, ma non elaborato.

Una prospettiva antropologica e culturale

Da una prospettiva antropologica e culturale anche Giuliana Sissa (2001) interpreta la gelosia non come un sintomo o una devianza, ma come una delle forme più profonde della coscienza amorosa. È la “faccia scura dell’amore”, la sua passione triste e vigile, capace di attraversare i secoli mutando espressione ma non intensità.

La gelosia continua a interrogare il legame, la fedeltà, l’esclusività, ma oggi lo fa con nuove forme, spesso mediate dai dispositivi digitali. I social media funzionano da amplificatori: la presenza o la mancanza di like, i selfie, le foto e le storie condivise o il silenzio digitale attivano vissuti profondi, anche in assenza di eventi concreti.

L’ambiguità del mezzo digitale alimenta meccanismi proiettivi e interpretativi: l’identità online non è mai semplicemente fittizia o autentica, ma una costruzione ibrida una versione costruita del Sé, pensata per un pubblico specifico. Non è rilevante ciò che accade nella realtà, ma ciò che viene selezionato e rappresentato online. Si moltiplicano le occasioni di innesco della gelosia, da sentimento privato diventa fenomeno sociale

La gelosia nasce dallo scarto tra ciò che immaginiamo, ciò che osserviamo e ciò che temiamo di perdere. Sempre diversa, eppure sempre fedele a sé stessa, continua a svelare l’inquietudine che abita il desiderio d’amore. Per comprenderla bisogna ascoltarne le risonanze più profonde; nella stanza con la coppia lo psicoanalista deve lasciarsi guidare dalla sottile trama del legame da cui prende forma per dar voce a ciò che il sintomo custodisce.

Bibliografia:

Barthes, R. (1977). Frammenti di un discorso amoroso. Einaudi, Torino.

Freud, S. (1922). Alcuni meccanismi nevrotici della gelosia, della paranoia e dell’omosessualità. In Opere, Vol. X. Boringhieri, Torino.

Fusini, N. (2010). Di vita si muore. Lo spettacolo delle passioni nel teatro di Shakespeare Mondadori, Milano

Lemma, A. (2015). The Digital Age on the Couch: Psychoanalytic Practice and New Media. Routledge, London.

Riviere, J. (1932). Jealousy as a Mechanism of Defence. In Collected Papers (1950). Hogarth Press, London.

Riviere, J. (1937). A Contribution to the Analysis of the Negative Therapeutic Reaction. In Collected Papers (1950). Hogarth Press, London.

Sissa, G. (2001). La gelosia. Una passione inconfessabile. Garzanti, Milano.

Winnicott, D. W. (1965). La famiglia e lo sviluppo individuale. Armando, Roma.