Una casa per il paguro Bernardo
di Eric Carle
A cura di Noemi Lucrezia Pepe
Nel finire una lunga analisi con una paziente, tra sentimenti di tristezza e gratitudine reciproci, mi è venuto in mente questo albo.
Un albo che parla di cicli che finiscono: può essere un’analisi ma può essere la scuola materna, il passaggio ad un nuovo ciclo di studi, un trasloco, un cambio lavoro, una separazione…
Passaggi di vita inevitabili che generano paura e tristezza ma che introducono a qualcosa di nuovo.

Il paguro Bernardo si accorge che deve cambiare conchiglia. È cresciuto e non ci sta più. È tempo di trovare una casa più grande. Trova una nuova conchiglia ma è spoglia; nel corso dei mesi il paguro Bernardo trova anemoni, stelle marine, coralli… disposti ad arredare la sua nuova casa che diventa così confortevole e accogliente grazie a questi nuovi amici.

Arriva però il momento, nuovamente, di dover cambiare casa. Bernardo è cresciuto ancora e non ci sta più nella sua amata conchiglia che ha decorato con cura e dedizione.
Che tristezza lasciare la sua casa, i suoi amici che lo hanno tanto aiutato… ma che bello iniziare un nuovo progetto!
Cambiamento e resistenza al cambiamento sono termini ricorrenti. Ma il cambiamento è sempre desiderabile? A volte, come per Bernardo, è necessario o indispensabile ma non deve essere per forza un obiettivo. Allo stesso tempo la resistenza al cambiamento, al di là della preferenza per ciò che è conosciuto e familiare, denota anche l’indispensabilità della costanza, della permanenza delle cose.
Il cambiamento si accompagna quasi sempre ad ansia, in parte per la preferenza e rassicurazione data da ciò che è noto, familiare, conosciuto, rispetto a ciò che è ignoto, non familiare, e in parte dalla natura conflittuale della mente. Ma oltre a mobilitare ansia, il cambiamento implica anche intensi sentimenti depressivi legati sia alla perdita dell’oggetto o dei rapporti con esso sia alla paura di perdere aspetti del proprio Sé.
Anche in analisi il cambiamento spesso tanto atteso dal paziente si accompagna però ad ansia e a quelle che definiamo resistenze: “lasciare la via vecchia per la nuova, si sa cosa si perde ma non si sa cosa si trova”, diceva il proverbio. Affacciarsi al nuovo significa aprirsi al rischio, all’imprevisto.
A volte i pazienti hanno anche paura di cambiare troppo, di perdere parti di sè amate e non riconoscersi più.
Bion ha formulato l’espressione “cambiamento catastrofico” per descrivere l’idea che i cambiamenti in analisi consentono una ristrutturazione del pensiero e dell’essere, con una radicale messa in crisi degli assetti precedenti. Si tratta di una crisi trasformativa in cui irrompe un nuovo pensiero per creare un’organizzazione mentale più complessa. Il termine catastrofico indica la violenza del cambiamento, necessario per superare uno stato di stasi.
La vita è un flusso continuo di cambiamenti e il cambiamento può generare angoscia e resistenza poiché l’individuo cerca di evitare il dolore della ristrutturazione interiore.
Ma in ogni cambiamento è insita anche un’avventura, come ci insegna il paguro Bernardo: si tratta di avventurarsi in qualcosa di nuovo, magari spaventoso, eccitante, abbandonare vecchi funzionamenti per scoprirsi capaci di qualcosa di nuovo e di diverso. È una prova con se stessi, che alcuni evitano per paura del fallimento, altri ricercano spasmodicamente.
In analisi si tratta di accompagnare i pazienti ad approdare a nuovi funzionamenti, più comodi, più corrispondenti, aiutarli ad arredare questi nuovi spazi interni, ad abitarli; si tratta anche, a volte, di accompagnarli a terminare un percorso analitico, per segnare e restituire un cambiamento avvenuto e una fiducia nel percorso fatto e nella possibilità di separarsi.
Il percorso del paguro Bernardo diventa una metafora del lavoro psichico: lasciare una “casa” non è mai un gesto puramente adattivo, ma implica un lutto, una perdita, e insieme la possibilità di una trasformazione. Ogni nuova conchiglia non è soltanto più grande o più funzionale, ma richiede un tempo di esplorazione, di esitazione, di investimento affettivo perché possa essere abitata. Anche nel lavoro psichico il paziente deve essere con pazienza accompagnato nel sostare, sperimentare e tollerare l’estraneità, la trasgressione di determinati luoghi della mente fino a renderli progressivamente familiari.
L’analista sostiene insieme il coraggio dell’abbandono e l’incertezza dell’approdo. E, come per Bernardo, ogni cambiamento riuscito lascia una traccia: non solo una nuova “casa”, ma anche una maggiore fiducia nella propria capacità di affrontare futuri passaggi, di perdere e ritrovare, di separarsi senza perdersi.
Come sottolinea Freud in “Analisi terminabile e interminabile” (1937), la conclusione di un’analisi non coincide con una condizione di completezza o con la definitiva risoluzione di ogni conflitto, ma con il raggiungimento di un assetto psichico sufficientemente trasformato: un Io più capace di negoziare con le proprie istanze interne, di tollerare l’angoscia e di proseguire il lavoro analitico in forma autonoma. Tuttavia Freud osserva che la fine di un’analisi è sempre anche, in una certa misura, “incompleta”. Terminare un’analisi implica attraversare un’esperienza di separazione reale, che riattiva vissuti profondi e richiede di essere elaborata all’interno della relazione stessa. La possibilità di una “buona fine” risiede anche nella qualità di questo congedo, nella misura in cui il paziente può interiorizzare l’esperienza di una relazione affidabile e trasformativa.

Anche Bernardo non trova una dimora definitiva, ma una sistemazione che testimonia una crescita avvenuta e, soprattutto, la fiducia di poter nuovamente lasciare e ritrovare, senza che ogni separazione coincida con una perdita irreparabile.