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Cinema e Psicoanalisi

Una mostra per generare inconscio. A cura di Manuela Caslini

Una mostra per generare inconscio
A cura di Manuela Caslini

Si è aperta a Venezia la 83esima edizione della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica: dal punto di vista dello psicoanalista, una grande ‘area terza’ per aiutarci, con disinvoltura, a fare i conti con le contraddizioni della realtà e le sollecitazioni del reale, ma anche con i movimenti più interni del privato, tra sentimenti, rabbie, paure e ossessioni.

Come nella stanza di analisi, così in sala, siamo per prima cosa ‘spettatori di storie’, che non significa affatto ‘osservatori passivi’, ma piuttosto a contatto con la possibilità di uscirne reciprocamente trasformati, diversi o ‘in divenire’, con qualcosa che ci dà da pensare.

Al pari di tutte le arti, i film sono generatori emozionali basati sull’affinità immaginifica tra le rappresentazioni cinematografiche e quelle inconsce, capaci di attivare processi che vedono entrare in gioco non solo la realtà storica, sociale e autobiografica dello spettatore, la sua realtà psichica e i suoi conflitti (l’inconscio rimosso), ma anche un potenziale creativo – magari inesplorato – che ancora attende di giungere a espressione (l’inconscio irrappresentabile). Un film può così fungere da stimolo nell’attivare la conversione di sensazioni ancora informi in nuove rappresentazioni, creando un’area intermedia, che favorisce uno scambio tra sensorialità e pensiero  a duplice direzionalità (Martini, 2024). Prestando le sue rappresentazioni, il film può mobilizzare quanto di ancora non pensato giace nel nostro inconscio.

Complice il rituale a luce spenta, attraverso il gioco delle identificazioni – introiettive o proiettive, primitive o più evolute – registi e attori ci invitano a un contatto con loro mente, per farne la nostra esperienza, e soprattutto accrescerla, attraverso il passaggio per territori consci e inconsci – anche inediti o esplorati solo in parte. Come ci ricorda Winnicott, regressione e creatività talvolta procedono a braccetto, e la prima può permettere la comparsa della seconda che, se e quando rispecchiata, accresce l’individualità (Winnicott, 1971).

Con l’apertura della Mostra altre idee tornano, per esempio quella del valore del ‘gioco di squadra’ senza cui né un film, né un evento, né una buona crescita o avventura sarebbe possibile. Naturalmente, non ci sarebbero né squadra, né incontri se non potessimo contare su quella forma di empatia che, nutrita di narrazioni ed esperienze estetiche, del linguaggio universale del riso e del pianto, ci avvicina e ci rende meno estranei all’interno di una stanza buia, che sia o cinematografica o di analisi. Solo allora, finalmente, succede che ‘l’estraneo non è più tale, ma è riscoperto come l’eroe nella storia di qualcun altro’. A quel punto è possibile, o quasi inevitabile, avvicinarci e interessarci a lui.

In un mondo in cui la domanda preminente è ‘se e quando ci faranno saltare in aria’ forse tutto questo ci serve più di quanto si possa in prima battuta pensare.

 

Martini, G. (2024). L’inconscio filmico. Jaka Book.

Winnicott, D. W. (1971). Playing and Reality. Trad. it. Gioco e realtà. Armando Editore, 1974