“VITE CHE NON SONO LA MIA, O DELLA COSIDDETTA CRISI MASCHILE DI MEZZ’ETÀ”
di Gabriella Mariotti
Uno dei libri più interessanti di Emmanuel Carrère si intitola “Vite che non sono la mia”.
In questo libro l’autore racconta eventi traumatici occorsi a persone a lui vicine, con un accenno di invidia e ammirazione per la loro capacità di trasformazione e resilienza, della quale non si sentirebbe altrettanto dotato. Prendo dunque in prestito il titolo del libro di Carrère, e anche un poco dei suoi riferimenti al coraggio necessario per affrontare cambiamenti drastici nella propria vita.
Lo prendo in prestito anche perché mi è capitato di utilizzarlo con alcuni pazienti che non hanno stentato a riconoscersi in questa espressione, al contrario l’hanno accolta con notevole sollievo e liberazione. In effetti, se una parola o una frase del terapeuta coincidono pienamente con un sentimento ancora confuso nel paziente, con un pensiero preconscio ancora lontano dalla consapevolezza, e se questa parola riesce a dar loro forma e sostanza più definita, è allora che può avverarsi l’incontro e il riconoscimento reciproco, è allora che la nebbia del sentimento di ‘sperdimento’ inizia a diradarsi, con il conseguente sollievo del sentirsi riconosciuti e compresi, del comprendersi meglio a propria volta.

E’ soprattutto con alcuni uomini intorno alla cinquantina che mi venuto alla mente il titolo di Carrère, ed è proprio così che, sconfortati e pieni di sensi di colpa, gradualmente ammettono a se stessi di aver vissuto una “vita che non era la loro”. Sono uomini di successo dal punto di vista professionale, molto impegnati nella “scalata ai vertici” delle loro rispettive carriere, alle quali hanno dedicato riflessione, attenzione e un pensiero originale e acuto. Peccato che invece non abbiano saputo (potuto?) fare altrettanto nella loro vita affettiva: senza alcuna attenzione al proprio mondo interno, si sono lasciati portare dalla corrente.
Hanno sposato, come intelligentemente sosteneva uno di questi pazienti, una compagna “giusta”, disponibile a “stare nelle retrovie” verso la quale hanno sempre provato un sentimento di autentico affetto, ahimè improntato però a una sorta di amore tiepido, non disturbante né distraente dal loro vero obiettivo di rispecchiamento narcisistico, cioè la carriera professionale.
Non mi soffermo sulla vita di queste donne se non per sottolinearne la graduale frustrazione, il vago percepire l’assenza amorosa dei loro compagni e frequentemente il rigido diniego davanti a segnali inequivocabili di una crisi in arrivo. Crisi di fronte alla quale i partner sono entrambi attoniti e sconvolti, come se si trovassero di fronte a qualcuno di totalmente sconosciuto. I miei pazienti, nella rabbia delle partner, si devono confrontare con la potenza delle emozioni, cosa dalla quale hanno cercato di tenere le distanze per tutta la vita.
E tutto ciò avviene quando nella loro esistenza si presenta davvero una impensata e violenta passione amorosa. Personalmente, non ritengo che anche da questo vertice si possa ignorare il ruolo del lockdown sia perché ha costretto molti di questi uomini freneticamente impegnati nella professione a fermarsi e pensare (è il criceto che scende dalla ruota!), sia perché la convivenza non ritmata dalla lontananza lavorativa ha reso inevitabile la presa d’atto delle tensioni coniugali.
E’ la rottura di una sorta di falso sé di coppia, adeguato finché la normopatia non si infrange davanti a qualcosa di imprevisto e potente, come appunto il lockdowon o la passione amorosa.
Sarebbe facile liquidare queste rotture come la classica crisi del ‘maschio di mezz’età’, ma non si tratta affatto di questo stereotipo. Per spiegare meglio ricorro a un film di molti anni addietro: “Stregata dalla luna”. Nel film, l’attempato marito della protagonista, dopo aver vissuto una vita pacata e morigerata, si lancia in una passione con una donna più giovane e decisamente vogliosa di un lusso a lui estraneo, fino a quel momento. La moglie abbandonata si chiede quale motivo abbia spinto il marito a questo drastico cambiamento, dopo una vita coniugale tutto sommato amorosa e positiva (a differenza di quella dei miei pazienti), e trova la risposta nella paura della morte. Una risposta che non ritengo estranea anche alle vicissitudini dei pazienti. Non parliamo, infatti, della ricerca di una giovinezza perduta, illusoriamente recuperata assorbendo e vampirizzando la gioventù della nuova partner, parliamo piuttosto di un uso della consapevolezza della morte: non per negarla quindi, ma per risvegliarsi e recuperare ciò che il limite (la morte, appunto) non permette più di ignorare: il valore di una vita autentica, il coraggio di affrontare la passione e le emozioni potenti che la corredano, nonostante ciò sia doppiamente doloroso perché costringe a sentire il tempo perduto e perché richiede di affrontare ambivalenza e sentimenti di colpa.
E’ nel corso dell’analisi che in questi pazienti si afferma la consapevolezza di aver vissuto una vita che non era la loro, condividendo con le partner il medesimo destino: l’analisi è anche questo, il doloroso riconoscimento di autoinganni e nascondimenti.