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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

“Winter Journey”: il pensiero per superare l’inverno

di Camilla Giraudi 

La psicoanalisi si occupa di dare un senso al dolore per permetterci di attraversare i duri inverni delle nostre vite per uscirne integri, con un senso di sé più autentico e pronti ad aprirci a nuove, più consapevoli primavere. In questo senso, il tema dei migranti è oggetto di studio nella nostra comunità scientifica e culturale, non solo per via di un’emergenza sociale e umana, ma anche perché, parallelamente alla sofferenza estrema delle persone che rischiano la morte pur di fuggire dai loro paesi, ci costringe a fare i conti con funzionamenti ed emozioni primitive che si muovono dentro di noi, che si esprimono con indifferenza, diffidenza, paura, cinismo e violenza e che solo il Pensiero può permetterci di superare e trasformare in una calda accoglienza.

Queste due facce della medaglia sono messe in scena potentemente in “Winter Journey”, un’Opera con musica di Ludovico Einaudi, libretto di Colm Tóibín e regia di Roberto Andò, voluta e rappresentata per la prima assoluta, non a caso, a Palermo, al Teatro Massimo. Si tratta di un lavoro necessario e intenso, che ci confronta spietatamente con la sofferenza delle persone migranti e con l’impatto che genera sul nostro mondo esterno e interno. L’Opera offre la descrizione assoluta e drammatica della storia di un uomo che, per una vita degna e sicura assieme ai suoi cari, lascia il suo paese sconvolto dalla guerra e affronta il gelo del mare e dei cuori di chi incontrerà sull’altra sponda, sperando di non rimanerne vittima.

La scena si apre tra giganteschi flutti che catturano lo spettatore, ipnotizzandolo in una spirale di musica che fa sembrare di venirne inghiottiti: appare un naufrago che lotta con tutte le sue forze per non sparire tra le onde. La sua e nostra angoscia sembra interrompersi quando è preso da un altro, che gli tende una mano e lo sostiene: una rinascita, l’auspicio di tornare a vedere la luce in un mondo accogliente, lontano dalla guerra e dalla paura. Superata l’insidia del freddo mare, per l’uomo rimane da attraversare la durezza del mondo in cui approda e la sua speranza si infrange su barriere e confini, rifiuti e odio che rischiano continuamente di estinguerla. Intrecciate alla sua storia, le vite sole e disperate della sua donna e di suo figlio, rimasti in patria in un’attesa sospesa e forse incredula di potersi ritrovare un giorno. “Non ci sono sogni, qui dove mi hanno lasciato”, dice la donna straziata dal dolore: nonostante la modernità della tecnologia con cui si tengono in contatto e dei mezzi a disposizione oggi, essi non possono essere usati per colmare la loro distanza e il freddo nei loro cuori spaventati li depriva persino del filo di luce portato dai sogni.

Dopo il naufragio, rappresentato da potenti immagini filmate che si stagliano di fronte ai nostri occhi come nelle cronache quotidiane, si incrociano due piani del racconto, a due livelli di “realtà” diversi: se da una parte abbiamo, saldo sul palco, un farsesco politico sicuro ed esaltato, con la sua corte di cittadini che continuano la loro solita vita agiata, allontanando con indifferenza o aggressività i problemi posti dall’esistenza dell’indesiderato ospite, dall’altra vengono mostrate scene offuscate, dietro a un pannello di tela, teso come uno schermo. Lo spettatore si interroga su cosa abbia di fronte: si tratta di un film? O sono persone vere, che stanno cercando di raggiungerci mostrando la loro sofferenza di fronte a noi? Dove si svolge la scena? Quanto siamo in grado di tollerarne la vista? Sembra trattarsi di un altrove lontano. Ecco allora lo schermo: il velo che spesso frapponiamo di fronte al dolore che, impotenti, non riusciamo a sopportare e che, minando le nostre certezze, ci sta scomodo. E così, pur così vicina, questa realtà riesce a diventare tanto lontana, dagli occhi, isolata nei campi profughi e dal cuore, che non può sostenere un dolore così atroce.

Se ripeti una bugia abbastanza spesso, diventa verità”, recita un graffito sul muro della città europea immaginata da Andò. Quali sono le bugie? Quelle dei politici, dei mezzi d’informazione? Quelle che ci raccontiamo noi, nel bisogno di tenere lontano l’orrore e l’impotenza?

Nella messa in scena, paradossalmente, la Verità si staglia davanti agli occhi e mi confronta con il gelo dell’inverno che rimbomba nel mio cuore, sentendomi parte di un’orda senza sensibilità, senza memoria della sua storia di migrante e delle recenti atrocità, diverse ma uguali, perpetrate ai danni di altri popoli, senza pietà “per chi non ha altro che il suo fiato”.

Questo è il suono del grido dell’Europa. La memoria sepolta in fondo al suo cuore”.

Ma c’è un’altra Europa, ci ricorda Tóibín: quella dell’arte, della bellezza, dei libri, del pensiero. L’Europa degli ideali e dei sogni, che vorrebbe l’uguaglianza, l’accoglienza, i diritti uguali per tutti. È l’Europa di chi ancora sa sognare, quegli stessi sogni con cui Martin Luther King aveva aperto alla possibilità di una diversa visione del mondo e su cui Freud aveva fondato la sua rivoluzione. L’onirico appare in scena nella soave voce della donna, che dietro allo schermo canta un’aria africana e incanta, riscalda per un momento, trasportandoci in un altrove di possibilità, un altrove trascendente, uno spazio di amore, di speranza e di sogno, laddove tutto sembrerebbe perduto.

Anche la psicoanalisi vede nel sogno una chiave di volta per la trasformazione, per poter modificare ciò che si ripete nel nostro mal-funzionamento, che ci blocca e ci irrigidisce di fronte a situazioni interne che sembrano immodificabili. Forse, anche la nostra vecchia Europa, indifferente e fredda, ha bisogno di sognare per poter venire scossa e rianimata.

Spettacoli come “Winter Journey” rappresentano proprio “l’Europa dei bei pensieri”, dove l’ascolto, la riflessione e il confronto ci possono aiutare ad avvicinare queste tragedie senza senso in modo fecondo e creativo, favorendo dentro e fuori di noi i cambiamenti imprescindibili, se non vogliamo finire definitivamente sepolti da una mortifera coltre di neve.

L’Opera verrà rappresentata al Teatro San Carlo di Napoli, coproduttore con il Teatro Massimo, nel Marzo 2020. Spero di poterla vedere presto anche al Teatro alla Scala, in una Milano sempre calda, accogliente e riflessiva.

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