COSCIENZA (continua)
di Claudia Balottari
“E’ la coscienza che è discontinua, «epifanica», parziale e precaria, mentre è l’inconscio che è diffuso, pervasivo, ubiquitario e continuo”
(M. Manica, Spiweb)
La seconda cosa che notiamo: affinché si nasca “in coscienza” la relazione deve svilupparsi nella reciprocità
Pinocchio e il neonato possono vivere perché sono in una dimensione relazionale. Se guardiamo alla relazione, a qualsiasi tipo di relazione, possiamo osservare due modalità di sviluppo: una relazione di dominio, in cui uno esercita il potere sull’altro, e a volte un potere assoluto. Oppure, una relazione che si sviluppa con reciprocità: i soggetti si riconoscono (con gradi diversi) e si rispettano nelle diverse posizioni, mente e corpo.
E come dice, con altre parole, la coscienza-Grillo parlante al nostro Pinocchio: quelli che non rispettano l’altro – il genitore in questo caso – “non avranno mai bene in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente”. Perderanno la condizione di essere umano, ridotti invece ad animali inconsapevoli di sé. E la medesima cosa accade a chi tratta se stesso come mezzo di divertimento dimenticando ogni prospettiva di futuro.

Ciò che la coscienza dice è che la persona, sin dalla nascita, ha bisogno di buone relazioni con gli altri. E ce lo sussurra non soltanto dalla nascita, ma lungo tutta la nostra vita, visto che potremmo definire la coscienza come la risonanza che la relazione con gli altri ha dentro di noi: un pensiero riflessivo sull’effetto delle reciproche manifestazioni.
Un ingrediente per far entrare e sopravvivere la coscienza dentro di sé è il silenzio (come in una buona seduta di psicoterapia… o in buoni momenti di convivenza familiare)
Torniamo a Pinocchio: “Giunto dinanzi a casa – scrive Collodi – Pinocchio trovò l’uscio di strada socchiuso. Lo spinse, entrò dentro, e appena ebbe messo tanto di paletto, si gettò a sedere per terra, lasciando andare un gran sospirone di contentezza. Ma quella contentezza durò poco, perché sentì nella stanza qualcuno che fece: – Crì -crì -crì!”
Pinocchio entra in una casa silenziosa. Anche lui sta in silenzio. Ed è proprio il silenzio ciò che gli consente di sentire il piccolo Cri-cri-cri del Grillo. È proprio il silenzio che gli consente di sentire la voce della coscienza. Perché se la voce della coscienza è una risonanza dell’essere in relazione, la risonanza ha bisogno di silenzio per farsi ascoltare: la risonanza della nota che vibra nell’aria alla fine del concerto la si sente se non è sepolta dagli applausi.
Allora si potrebbe dire che è proprio il frammentato e continuo brusio del mondo in cui siamo immersi a impedire l’ascolto di una nostra voce interna: una voce che ha bisogno di silenzio per emergere e che trova sempre più difficoltà a farsi ascoltare, sommersa com’è dal dominio di stimoli che ci inseguono, da una connessione con il tutto guadagnata in molti casi al prezzo di una disconnessione con noi stessi.