CHI HA PAURA DELL’ODIO? Ovvero, quale verità per l’amore (Seconda puntata)
di Claudia Balottari
Riaffiora questa domanda, spinta dai riverberi dell’odio che si muove nel mondo, che appare insensato nelle tragiche cronache di violenza familiare, come quella di un figlio – o di un padre – che fa strage dei propri legami affettivi, tagliandoli via, come fosse un modo concreto di affermare unicità.
L’odio ha le sue ragioni?
Ha inizi precoci la danza tra amore e odio, e si muove con le forme primitive del bisogno di sopravvivenza fisica e mentale.

Amore e odio si intrecciano con il dolore già nel primo moto di richiamo osservabile nel neonato, che parla solo il linguaggio del corpo. È un grido di assoluta richiesta, incapace di attesa, che colora il volto di collera e di impotenza in un impasto che rivela miscuglio di possesso e oscuro terrore. Winnicott lo chiama Amore spietato, e lo associa all’odio che il genitore prova verso le pretese incondizionate del figlio, il cui impeto spesso confonde l’adulto con il bambino in tumulti disperati.
Come dice Meltzer, infondere speranza contro la disperazione è ingrediente della genitorialità. Amore e odio, come il bene e il male, il buono e il cattivo, sono opposti che devono incontrarsi, divenire paradossi da ascoltare, per conoscersi e sperare in parole che diano nomi, compromessi di convivenza, significati al negativo delle esperienze.
Nella parola stessa, odio può diventare Oh-Dio!, una invocazione, ed è sempre un’espressione di paura per la propria esistenza. Le madri inventano ninne nanne e racconti per allontanare da sé l’orco e l’uomo nero: depurazione del proprio odio mentre tengono in mente il disagio del bambino, consolano e mettono dighe al dilagare degli impulsi.
Un modello di comunicazione che trasforma l’impeto del corpo in linguaggio teso a creare complicità tra chi parla, ossia possibile intesa nella disputa: una complicità che (secondo Vygotskij) è la meta della parola umana, la via per costruire l’uomo adulto consapevole dell’ambivalenza in sé, come dice questo personaggio: “Io avevo odiato quell’uomo; l’espressione sulla sua faccia, priva del minimo rimorso, una faccia apatica. E mi ricordavo di aver provato il desiderio di colpirlo in faccia, cosa che, come ho detto, mi fa paura. La sensazione, intendo. Non ho mai picchiato un altro essere umano. Ma ho provato quelle sensazioni; sono sepolte al fondo di me.” (Lucy di fronte al mare, di E Strout).
Nelle vicissitudini della crescita la danza tra amore e odio si fa sempre più paurosa, perché il corpo diventa strumento di aggressione.
Se la comunicazione primaria – primitiva e selvaggia – non riceve trasformazione in gesti e parole che riconoscano e umanizzino soccorso e sicurezza del proprio esistere, il dolore negato lascerà esperienze cieche e sorde, vuoti bianchi e azioni private di rispetto per sé e per gli altri. Azioni a-morali, intrise di violenza, ma bianche di un candore senza rimorso che pretendono l’innocenza del cucciolo che morde la madre: la giustificazione senza condizioni.