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Il fatto scelto

Giornata della Memoria 2025

Domenica 26 mattina si è svolto, presso la Casa della Cultura di Milano, l’annuale seminario dedicato alla Giornata della Memoria organizzata dal Centro Milanese di Psicoanalisi, in ricordo della Liberazione del campo di Auschwitz. La mattinata ha visto come protagonisti Eva Weil (psicoanalista) e Stefano Levi Della Torre (saggista), che si sono interrogati sul tema dell’antisemitismo, di ieri e di oggi, dando vita ad un vivace dibattito anche con il numeroso pubblico in sala.

L’intero evento è stato trasmesso in diretta streaming sul canale della Casa della Cultura e rimarrà sempre disponibile alla visione su YouTube, cliccando al link:

https://www.youtube.com/watch?v=FKeAvhE4Tdk&t=15sù

Come di consueto Anna Ferruta ha avuto il compito di proporre delle riflessioni conclusive ai lavori della mattinata, su cui mi piacerebbe porre l’attenzione. Nel suo intento di tenere insieme i diversi vertici di osservazione della Giornata, Anna Ferruta sottolinea alcuni importanti concetti: il primo è che si è arrivati a livello condiviso a definire l’antisemitismo come un fenomeno politico, culturale, umano specifico, che non può essere diluito e confuso con le altre forme di emarginazione, razzismo e pregiudizio e che è un fenomeno la cui nascita si perde nella notte dei tempi, (fin dalla Persia) e che dura tutt’oggi, avendo subito ultimamente un inquietante incremento.

L’antisemitismo non sembra potersi unicamente giustificare con l’odio per il simile, seppur diverso (ma non troppo diverso) e per il vicino (rifacendoci al concetto di narcisismo delle piccole differenze di Freud) o l’odio per il deviante (Levi Della Torre), pur probabilmente avendo in sè in parte tutte queste motivazioni, ma sembra porci di fronte alla necessità di ulteriori approfondimenti. Questo odio che mai sembra placarsi, che cosa colpisce? E nella sua forma più estrema, chi vuole distruggere?

Vuole distruggere gli Ebrei, come un popolo di spettri, dei revenant, sopravviventi, dei resilienti che non muoiono mai nonostante tutte le distruzioni (come invece è successo alle grandi civiltà del passato, gli Egizi, i Greci, i Romani etc.. che hanno avuto periodi di grande splendore, ma le cui civiltà si sono poi concluse, lasciando poi il loro posto ad altre contaminazioni di popoli e culture).

Anna Ferruta avanza l’ipotesi che si debba approfondire la questione, dedicando attenzione ad un tema centrale riguardo il processo di civilizzazione sempre in corso di sviluppo e trasformazione.

C’è uno scoglio del processo di civilizzazione che l’antisemitismo ci continua a proporre e che non riusciamo a risolvere: ci sono ancora dei motivi per cui possa dirsi lecito per un gruppo, un collettivo, voler uccidere? E’ un tarlo che non sembra potersi superare in nessun modo, ne aveva già parlato Freud nel Disagio della civiltà e il periodo buio di violenza che stiamo attraversando sembra non saper dare risposte incoraggianti (il terrorismo, le guerre, l’ascesa di ideologie totalitarie…).

Anna Ferruta propone la necessità di approfondire il tema del legame tra individuale e collettivo e la potente ambivalenza che spinge il singolo ad appartenere ad un gruppo, pur trovandosi poi a sentirsene minacciato. Mentre a livello individuale si sono trovati nel processo di civiltà strumenti di comprensione e azione che permettono di affrontare la lotta tra distruzione e costruzione per le due altre grandi differenze, quella tra i sessi e tra le generazioni (Edipo docet: la violenza di un individuo contro un altro viene condannata), la terza grande differenza, quella tra individuo e collettività, resta un magma insoluto, quell’individuelcollectif (Eva Weil), un nodo che per ora non si riesce a sciogliere.

Il rischio è, come afferma Kaës, di difendere l’integrità del soggetto a scapito del gruppo di appartenenza, oppure difendere le ragioni del gruppo a scapito dell’individuo. I contratti narcisistici inconsci che salvaguardino l’individuelcollectif sono ancora un tutt’uno, aggrovigliati.

L’attuale momento storico più che mai ci espone al rischio di una regressione del processo di civilizzazione e pone tutti noi di fronte alla necessità etica di continuare a porci domande e a cercare di comprendere meglio il difficile rapporto tra Eros e Thanatos, la cui dialettica va sempre tenuta viva, per evitare che si fermi, rivolgendosi e cristallizzandosi in un depositario (Amati Sas) e aprendo così la via alla barbarie.

Con la consapevolezza che ci sia ancora tantissimo su cui riflettere e su cui lavorare, la mattinata si conclude con l’illuminante citazione di Isaia Berlin in The One and the Many: Noi siamo costretti a scegliere, una volta dato il pluralismo dei valori che caratterizza la natura dello spazio di ciò che per noi vale. Il pluralismo ci chiede di impegnarci responsabilmente nel perseguimento di equilibri provvisori tra valori differenti, nella definizione di priorità mai definitive, nella minimizzazione dell’intensità dei conflitti inevitabili, promuovendo e conservando un delicato equilibrio che è costantemente minacciato e che richiede costanti riparazioni. C’è tuttavia un dovere pubblico, quello di evitare punte estreme di sofferenza, di bandire tutte quelle circostanze in cui si generano situazioni disperate in cui lo spazio di scelta si contrae e restano a disposizione solo scelte intollerabili. I casi di scelta tragica sono casi limite che escludono la possibilità della transazione fra valori.”