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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

La “Psicologia delle masse” e il cinema

La “Psicologia delle masse” e il cinema
Pietro Rizzi

Dell’immaginario collettivo il cinema, per più di un secolo e tuttora, è stato ed è una delle strutture portanti. Per questo si è scelto di ricorrere alla visione cinematografica per affiancare la riflessione, nel Convegno per i cento anni dalla pubblicazione di “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”.

I tre film che verranno presentati sono legati a alcuni temi comuni, e il “filo rosso” che li unisce è il tema dell’incontro/scontro tra Identità e Alterità che percorre le società democratiche occidentali, europee in particolare.

Mai come in questi anni il “cittadino” delle libere democrazie si è sentito messo in questione, interpellato, dall’apparizione di comunità diverse da quelle considerate, a buon diritto, autoctone e politicamente dominanti.

Appaiono sempre più linee di frattura, momenti di frammentazione; si verificano nella storia eventi che riproducono quasi punto per punto i fenomeni di cui parla Freud in “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, a lui visibili durante la dissoluzione post-bellica dell’Impero asburgico, con la crisi delle grandi immagini superegoiche della società autoritaria. Di lì nasceva il panico, la sensazione che il mondo stesse diventando incoerente.

Qualcosa di molto simile sta verificandosi oggi, in un’epoca che per alcuni rappresentava la fine della Storia. Le tre grandi Idee-forza della Repubblica francese, Liberté, Egalité, Fraternité, fondamenti dello Stato di diritto, nel film “Les misérables”sembrano perdere consistenza per l’irruzione di un’alterità, etnica e sociale insieme, del tutto irriducibile. Dove ritrovare la loro articolazione?

Il film, che non per nulla allude alla classica opera di Victor Hugo, grido appassionato in difesa degli umili, evita una scontata presa di posizione e posa uno sguardo partecipe sui molti destini che si intrecciano nella banlieue, senza evitare le impasses che emergono evidenti in quel mondo e in generale nella società allargata.

E’ proprio in una visione come questa, lucida ma non fredda, che risiede il valore aggiunto di un’opera cinematografica come questa, che offre la possibilità di uno sguardo disincantato, ma presente, sulla realtà, così come lo era quello di Freud quando scriveva “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”. La risposta agli interrogativi stringenti e inappagati de “Les misérables” può venire forse dal terzo film della serie, “Miracolo a Le Havre”.

Kaurismaki, regista finlandese, è da sempre un cantore della condizione di marginalità nelle società opulente. Il film sembra una svolta rispetto alla sua precedente filmologia: la marginalità, a contatto con l’apparizione di un Altro, lo Straniero, un giovane immigrato in fuga, diventa la sorgente di risorse inattese, che coinvolgono il gruppo sociale presente intorno al protagonista e al suo progetto di salvezza per il fuggitivo. E Kaurismaki, con generosità un po’ anarchica, dà credito anche all’istituzione nella persona di un commissario “diverso”.

In “Miracolo a Le Havre” sembrano saldarsi le prospettive degli altri  due film: la violenza intra-gruppo de “L’Onda” e quella generazionale de “Les misérables” si collocano entrambe in un, forse immaginario, orizzonte pacificato, che è possibile se si evita la presa dell’impotenza collettiva, sociale e politica. Alcuni elementi specifici emergono peraltro da una lettura più attenta dei tre film. Il primo di tali elementi è la rappresentazione, in tutte le narrazioni, di una violenza non contenibile, almeno in prima istanza. Nel cinema del periodo classico, come nel cinema più recente, la rappresentazione della violenza non è mai mancata. Tuttavia, il cinema, anche il più pessimista, non manca quasi mai di suggerire una via di uscita, un orizzonte meno oscuro.

Nei tre film si coglie invece il dubbio, inespresso ma intuibile, che alla violenza collettiva, nata dalle disuguaglianze e da un cieco narcisismo sociale, non si possa davvero porre rimedio. L’onnipresenza di una violenza agita o minacciata va di pari passo con un altro fenomeno, noto da decenni, quello della “società senza padri”. Ma è sempre più, anche, una “società senza legge”, quasi che sia impossibile cogliere una istanza superegoica visibile, e vivibile, nel chiasso continuo delle immagini offerte dalla Società dei consumi, continuamente evocate, consumate, dimenticate.

In mancanza di un Super Io severo, e tuttavia trattabile fino a essere benevolo, lo spazio psichico viene occupato da un’altra figura superegoica, quella del Super Io arcaico, delinquenziale e perverso, che proviene fasi precoci dello sviluppo, se l’accudimento è stato disfunzionale o distorto.

La figura dello psicopatico che ne il prodotto (“L’Onda”), si fa largo non solo nell’immaginario, ma nella realtà sociale senza subire alcuna conseguenza rilevante del suo agire, anzi diviene un esempio. Un’altra possibile conseguenza della scomparsa, o meglio della distorsione perversa della figura paterna, è l’attenuarsi del sentimento di colpevolezza: o meglio, della sua trasformazione. Dalla colpa, quella che accomuna i fratelli nell’orda primitiva di “Totem e tabù”, si passa alla percezione di una vergogna inconscia, o percepita ai limiti della coscienza, che in quanto tale appare irredimibile. La vergogna delinquenziale “guarisce”, ma solo attraverso l’azione, una vendetta non certo riparatrice.

La scena iniziale de “Les misérables” con l’esplosione di gioia della massa dopo la vittoria francese ai mondiali di calcio, è sicuramente infiltrata dall’enorme sollievo di evitare il sentimento di vergogna in quella che è stata vissuta (e rafforzata mediaticamente) come una lotta per la sopravvivenza in una guerra senza quartiere. L’isteria collettiva promana dall’investimento oggettuale di una figura materna fantasticata collettivamente come in pericolo; è la Francia, che è la Madre… Patria. La possibile vergogna è dominata attraverso il gruppo: rispetto ai semplici “miserabili” di Victor Hugo, quelli odierni beneficiano di diverse mediazioni gruppali che forse li rafforzano psichicamente ma li rendono impermeabili alle richieste dell’Istituzione e della Società.

La “felicità” tanto spesso evocata, il benessere della pubblicità onnipresente sono costituiti come “oggetti parziali immortali” che occorre difendere fino all’estremo, a spese di altri meno fortunati e meno forti, come appare chiaramente nell’esperimento crudele de “L’Onda”, che somiglia da vicino a quelli tentati e verificati nella realtà da certi psicologi sociali statunitensi.

“Miracolo a Le Havre” offre invece una proposta alternativa rispetto al manifestarsi degli istinti primari, paura e aggressività. Nel film, il gruppo dei vicini di casa, gruppo di prossimità, riesce a elaborare i propri timori grazie al rapporto con il protagonista, un emarginato volontario, ex scrittore diventato lustrascarpe.

E’ evidente che, per Kaurismaki, la conoscenza e il riconoscimento dell’Altro passano attraverso un medesimo processo attivo nel proprio mondo interno: l’identità si modifica a contatto con quella altrui, purché vi sia una sorta di predisposizione interiore.

E’ forse questo, al di là del versante sociale, il vero “miracolo a Le Havre”?

E Le Havre, il porto, è stato scelto per caso o vuole dimostrare qualcosa di significativo in questa singolare vicenda?

Possiamo concludere ritornando al filo rosso che unisce i tre film. Se fossero uno solo, mostrerebbero, in tema di psicologia delle masse, l’estrema loro reale complessità. E’ necessaria una visione psicologica e sociale insieme, come quella che aveva mosso la curiosità di Freud nel 1921. Alla luce di quello straordinario saggio freudiano, i tre film sono un’occasione per scavare nell’immaginario alla ricerca di suggestioni, ipotesi interpretative, idee nuove, sempre più necessarie a fronte dei cambiamenti in atto nelle strutture psicosociali più consolidate del passato.

Nonostante i progressi degli ultimi decenni, la psicoanalisi in questo campo ha tuttora diversi enigmi da risolvere. E’ ad esempio quello dei passaggi dal livello sociale a quello individuale, nelle relazioni psichicamente determinanti, che Freud cerca di comprendere quando, in maniera piuttosto sorprendente, dichiara che ogni psicologia individuale è anche sociale, e viceversa; o quando afferma che ogni innamoramento è una psicologia sociale “a due”. Non riprenderà più queste ipotesi, destinate a restare allo stato di intuizioni; dopo di lui ci saranno molti tentativi di svilupparne il significato; tuttavia, è un’opera che ancora oggi non è stata conclusa.

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