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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Psicoanalisi, cinema e letteratura: i luoghi dell’incontro

Psicoanalisi, cinema e  letteratura: i luoghi dell’incontro
di Mario Marinetti

 “Noi siamo della stoffa di cui sono fatti i sogni e la nostra piccola vita è cinta di sonno”. In queste poetiche parole pronunciate da uno dei personaggi de La tempesta c’è tutta la capacità evocativa di Shakespeare.

Ed un grande poeta del cinema, Ingmar Bergman, così si esprime attraverso le parole di un personaggio de Il posto delle fragole: “I sogni sono una specie di follia, e la follia è una specie di sogno, ma si dice che anche la vita sia una specie di sogno, non è vero?”. Ed ancora così egli scrive: “Io so che con l’ausilio del film noi possiamo penetrare nei mondi fino ad ora inesplorati, dentro realtà superiori al nostro abituale mondo”.

Per Charles Chaplin “La bellezza del cinema sta negli occhi di chi guarda”.

Forse è fin dagli albori della civiltà che l’uomo ha provato una forte attrazione per ogni espressione artistica. Scene di caccia e di vita quotidiana sono state tracciate sulle pareti delle caverne abitate dall’uomo primitivo ed immagino che ogni occasione sia stata buona per improvvisare ritmi musicali di vario genere, antichi precursori delle moderne jam session.

Freud riteneva che l’inconscio fosse stato già scoperto dai poeti: dal loro mondo egli attinse parecchio, a cominciare dalla sua scoperta più importante, a cui diede il nome di “complesso di Edipo”.

Freud era figlio del suo tempo, di un’epoca che aveva già visto, in campo letterario, la rappresentazione dell’inconscio nel tema del “doppio”, presente nelle opere di Hoffman prima, di Stevenson, Wilde e Conrad poi.

Per una strana combinazione del destino, il caso ha voluto che la psicoanalisi ed il cinema siano nati nello stesso anno, nel 1895,  e siano stati  entrambi di straordinaria importanza nella cultura moderna.

Nel corso della loro storia gli incontri ravvicinati sono stati frequenti e di vario tipo. Ma ciò che rende fatale la loro attrazione è qualcosa di insito nella loro essenza.

Se la psicoanalisi ha permeato di sé buona parte delle idee e dell’arte del Novecento, va ricordato come Arnold Hauser, nella sua Storia sociale dell’arte (1951), ponga tutta l’arte moderna all’insegna del cinema, per la particolare modalità di rappresentazione dello spazio e del tempo.

Hauser vede nella “simultaneità degli stati d’animo” una caratteristica peculiare dell’arte moderna, sia nelle arti figurative che in quelle letterarie.

Per Hauser, sia in molta letteratura del Novecento (Proust, Joyce, Woolf, Faulkner), sia nel cinema, tempo e spazio si confondono: lo spazio diventa dinamico, veloce, nasce davanti agli occhi e scorre fluido; il tempo diventa spaziale, ci si muove in esso cambiando direzione come nello spazio; passato, presente e futuro possono mescolarsi tra loro, quel che è prima può essere rappresentato dopo e viceversa ed il futuro può apparire come un presente molto concreto. Così, nella rappresentazione simultanea di azioni parallele le cose sono insieme vicine nel tempo e lontane nello spazio.

La particolare rappresentazione del tempo e dello spazio nel cinema è molto vicina a come queste due categorie vengono vissute nel mondo psichico, con una relatività dell’esperienza umana molto vicina a quella descritta da Freud.

La psicoanalisi ed il cinema  si sono focalizzati entrambi sui confini tra sogno e realtà, tra ragione ed emozione, tra lavoro ed immagine.

La capacità del cinema di dare forma a fantasie, ricordi e sensazioni è stata spesso associata al processo onirico, una sorta di sogno ad occhi aperti. Dopo la visione di un film che ci ha coinvolto, noi spesso usciamo dalla sala con un senso di spaesamento rispetto a ciò che abbiamo visto, come se ci risvegliassimo da un sogno.

Per il neurofisiologo Antonio Damasio il cinema è il mezzo espressivo che riproduce più fedelmente di altri il funzionamento della mente.

Spesso nella stanza di analisi i pazienti ci parlano di film e spesso è come se ci raccontassero dei sogni.

“Nelle immagini che il regista ci propone possiamo trovare l’esatta rappresentazione affettiva di qualcosa di nostro, unita all’occasione unica di poterlo condividere con qualcuno che è con noi al cinema, al limite con tutta la folla anonima presente insieme a noi” (Golinelli).

Il fascino che il cinema ha suscitato nel corso della sua storia su enormi masse di spettatori risiede probabilmente nella sua capacità di metterci in contatto con il nostro mondo affettivo più intimo; con aspetti inconsci, col conosciuto non pensato, familiare ed estraneo allo stesso tempo; con aspetti non elaborati, che aspettano di essere rappresentati, cioè sognati, pur rimanendo tutto ciò in una dimensione prevalentemente inconscia.

Ogni film è anche un nuovo sogno ed ha quindi una potenzialità perturbante, specie se è collegato ad esperienze traumatiche non elaborate.

Penso che il compito che spetta agli artisti ed agli psicoanalisti, in tutti i contesti in cui si trovano ad operare, sia quello di testimoniare l’esistenza e l’importanza del mondo affettivo, del pensiero e della capacità di rappresentazione: di testimoniare, in fondo, l’importanza della persona.

Conrad, che nei suoi libri ha spesso messo in scena il mondo inconscio, nella prefazione a Il negro del Narciso egli affida a queste parole il senso della dimensione etica della propria identità di artista: “Di fronte allo stesso spettacolo enigmatico (della vita) l’artista scende dentro di sé, e nella solitudine di questa regione di travagli e di lotte, se ne è degno e se ha fortuna, egli scopre i termini del proprio richiamo. …… Il compito che mi spetta e che cerco di assolvere è di riuscire, col potere della parola scritta, a farvi udire, a farvi sentire – di riuscire, soprattutto a farvi vedere. Questo, e non più di questo, ed è tutto”.

 

Prossime iniziative “Cinema e psicoanalisi”

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