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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

TEATRO E PSICOANALISI. Incontrarsi in scena

TEATRO E PSICOANALISI. Incontrarsi in scena
di Marco De Coppi e Barbara Bonacina

Ma chi me l’ha fatto fare?” è una domanda che chiunque ami il proprio lavoro si è rivolto almeno una volta nella vita, davanti al dubbio di avere una sfida impossibile.

Questa domanda se la sono posta spesso anche lo psicoanalista romano Alessandro Bruni e gli attori Giovanna Scardoni, Stefano Scherini e Nicola Ciaffoni della compagnia teatrale Mitmacher, in passato già ospiti di un interessante dialogo tra teatro e psicoanalisi organizzato dal Centro Milanese di Psicoanalisi e il Piccolo Teatro di Milano, durante il Webinar internazionale “Around the world in a day: arte e psicoanalisi, un viaggio nel processo creativo” trasmesso in streaming lo scorso 20 marzo.

L’iniziativa, organizzata dall’International Psychoanalytical Studies Organization (IPSO), è stata ideata e curata da Monica Bomba e Thomas Marcacci per approfondire il tema della creatività nella psicoanalisi in differenti ambiti di espressione artistica.

Ne sono emersi interessanti spunti per un dibattito che si inserisce volutamente nella lunga tradizione che lega arte e scienza già dall’antica Grecia, ha avuto il suo culmine nell’esperienza della Vienna fin de siecle e arriva fino ai giorni nostri passando, per quanto riguarda il teatro e la psicoanalisi, dalla collaborazione fra Cesare Musatti e Giorgio Strehler a Milano e con l’opera di Fausto Petrella raccolta nel suo libro “La mente come teatro”.

Analogie e parallelismi tra teatro e psicoanalisi emergono evidenti lungo tutta la durata di un confronto che ruota intorno a due macro temi naturalmente legati fra loro. Quali sono gli aspetti in comune fra teatro e psicoanalisi – o meglio, fra il lavoro dell’artista e quello dello psicoanalista – e come entrambe le discipline vivono il rapporto con “l’Altro”, il paziente o il pubblico, dal momento che entrambe fondano la loro essenza su questo rapporto.

Quel “chi me l’ha fatto fare” che sia Bruni e sia il regista Scherini confessano di aver sussurrato più volte durante le loro carriere, ad esempio, risulta da subito essere figlio di un sentire comune allo psicoanalista e all’attore: quel timore, quell’incertezza, quel “buio” che ci separa dall’incontro con l’altro che non conosciamo.

Quella sana paura avvolgerà sempre un attore nell’oscurità che precede ogni suo ingresso in scena e così un comprensibile timore accompagnerà lo psicoanalista davanti a un paziente particolarmente difficile. È interessante notare come in entrambi i casi questa sensazione faccia parte di un rito comune ai due mestieri. Per entrambi il silenzio, il buio – metaforico o reale – che ci avvolge nel momento che precede l’incontro con il pubblico in sala o il paziente in studio, crea un’aspettativa che è al tempo stesso dell’attore/analista e del pubblico/paziente andando a costituire il terreno per un’esperienza emotiva condivisa.

Del resto, sottolinea Bruni, l’analista e l’attore condividono “l’uso benigno di uno stato psicotico” poiché a loro si richiede di diventare altro: l’attore quando deve interpretare un personaggio, lo psicoanalista quando riceve il transfert dal suo paziente. Entrambi indossano una maschera, ma mentre uno la veste da dentro, l’altro la guarda da fuori.

Ed è proprio questa loro capacità che svela quanto l’aspettativa di un incontro sia reciproca, a teatro come in uno studio: l’attore deve sentire il pubblico esattamente come l’analista deve entrare in sintonia con il suo paziente.

Se quindi all’attore e all’analista si richiede un lavoro simile per alcuni versi, allora non sorprende scoprire quanto entrambi necessitino di una preparazione che faccia perno su principi comuni e quanto il lavoro di uno vada in soccorso dell’altro. Se Giovanna Scardoni beneficia del lavoro di analisi fatto su di sé quando dà vita all’azione emotiva dei personaggi che porta in scena, Alessandro Bruni rivela quanto il teatro gli sia di continua ispirazione per le metafore che lo aiutano a tenersi in contatto con il suo paziente e Stefano Scherini sottolinea quanto lavoro psicoanalitico ci sia nell’attore che rinuncia a una parte del suo innato narcisismo per mettersi a servizio di un testo da interpretare.

Psicoanalisi e arte teatrale, necessitano della capacità di “esserci”: essere presenti, con i sensi attivati, la mente completamente aperta e ricettiva agli stimoli esterni e interni, in quello che l’attore Nicola Ciaffoni chiama “stato di grazia”.

Da questo vertice, l’importanza di ascoltare e conoscere il proprio corpo introduce alla riflessione su quanto sia fondamentale, per il teatro come per la psicoanalisi, il rapporto con il corpo dell’altro, analista/paziente oppure attore/spettatore, e su quanto le limitazioni dovute alla pandemia abbiano ribadito l’importanza del corpo in presenza e in relazione con gli altri corpi.

Un’esperienza di sensorialità che sia a teatro che nello studio dello psicoanalista permette di veicolare quella catarsi emotiva da cui prendono avvio entrambe le discipline. La comune capacità che il teatro e la psicoanalisi possiedono di svelare e di provocare reazioni aiuta a capire quante analogie, riti e pratiche esse condividano e perché il lavoro del medico e quello dell’artista vadano a braccetto sin dall’antichità. Non è un caso che nell’antica Grecia, ricorda Bruni, il teatro di Epidauro sorgesse nei pressi dell’Asklepieion, un antico centro clinico dove i pazienti, prima delle cure mediche, assistevano alla rappresentazione di una tragedia che aveva lo scopo di provocare in loro un disvelamento, una catarsi.

Relazione e interpretazione di senso – diremmo oggi – che, come l’incontro tra psicoanalisi e teatro alla ricerca di una contaminazione virtuosa tra saperi diversi, ci aiuta a progredire nella nostra conoscenza e, forse, ci permette di ritrovare quel perduto stato di stupore attraverso cui incontrare la verità di noi stessi e dell’altro.

 

APPROFONDIMENTI

* Marco De Coppi, psicoanalista membro associato della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association, è co-referente del gruppo di ricerca “Teatro e Psicoanalisi” presso il Centro Milanese di Psicoanalisi.

** Barbara Bonacina è candidata della Società Psicoanalitica Italiana – Prima Sezione Romana.

 

Alessandro Bruni, originariamente biologo, si è laureato con il premio Nobel Daniele Bovet con una tesi interdisciplinare sull’LSD e si è interessato all’attuale ricerca sull’uso terapeutico degli allucinogeni nella cura delle depressioni. Nel 1977 ha partecipato ai seminari italiani di Wilfred Bion. Attualmente è analista con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana e dell’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo di indirizzo bioniano. E’ inoltre uno studioso di filosofie e discipline orientali.

Fausto Petrella, La mente come teatro. Psicoanalisi, mito e rappresentazione, Edi Ermes, Milano 2011

L’Associazione Culturale Mitmacher ha sede in Verona ed è nata nel 2012. Realizza e diffonde spettacoli dal vivo, in particolare di teatro e teatro musicale, in Italia e all’estero. www.mitmacherteatro.com

Per il ciclo di conferenze “Psicoanalisi in scena – conversazioni tra teatro e psicoanalisi”, gli attori di Mitmacher insieme a Marco De Coppi e Ronny Jaffé hanno tenuto l’incontro dal titolo “Sogni, approdi e generazioni”, il  7 febbraio 2020 presso il Chiostro Nina Vinchi del Teatro Grassi di Milano. www.cmp-spiweb.it/sogni-approdi-e-generazioni-alla-scoperta-opera-teatrale-eneide-generazioni

Il panel dedicato al rapporto fra teatro e psicoanalisi, nell’ambito del Webinar internazionale IPSO “Around the world in a day: arte e psicoanalisi, un viaggio nel processo creativo”, è stato moderato da Barbara Bonacina e Marco De Coppi ed è frutto del gruppo di lavoro composto da Salvatore Giannone, Erminia Savino, Riccardo Paduano, Riccardo Deidda, Valentina Nanni, Mariaclotilde Colucci, Giovanna Cerotto Mazza, Anna Padula, Emiliana Forte e Julia-Flore Alibert.

www.ipso.world/around-the-world-in-a-day

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