skip to Main Content
Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Sogni, approdi e generazioni. Alla scoperta dell’opera teatrale: “Eneide, generazioni”

Sogni-approdi-e-generazioni-Alla-scoperta-opera-teatrale-Eneide-generazioni-cmp-centro-milanese-psicoanalisi-psicoanalista-2di Marco De Coppi1

Tre Parche su di un barchino che pescano. Il Passato, il Presente ed il Futuro che parlano mentre aspettano qualcosa, forse il “tempo che manca” su cui si interrogano un padre e un figlio nella scena d’apertura e in quella di chiusura di questa pièce teatrale che fin da subito ci lascia fantasticare (o sognare) a partire dal titolo: Eneide, generazioni.

Attraverso le tre Parche, gli autori ci introducono nella vicenda di Enea e nel tempo che scandisce il passaggio delle generazioni. La Parca del futuro che “taglia la vita” quando recide quello che la Parca del presente pesca: Agamennone, Clitemnestra e Oronte che sono la storia che precede Enea. Una “storiaccia”, come la definisce la Parca del passato.

Ma quanto questo “taglio” – ci chiediamo dal nostro vertice psicoanalitico – è necessario e quanto invece è letale per andare davvero avanti con la nostra identità, scoperta o costruita, attraverso le generazioni?

Enea– ci racconta il regista Stefano Scherini in una nota di presentazione al lavoro teatrale – dopo aver assistito alla distruzione della propria città, è costretto dal fato a compiere un viaggio per la ri-fondazione di una nuova Troia. Non è un caso che le coste del Lazio siano, oltre allo scenario che vedrà nascere Roma, anche la mitologica culla della stirpe troiana. Come a dire quindi che l’identità di un nuovo popolo non può prescindere dalla conoscenza delle proprie radici e da quella del proprio passato”.

Insomma, “tagliare” il passato non sembra essere l’opzione più propizia alla ri-fondazione di una nuova città e, in qualche modo di riflesso, alla fondazione identitaria di noi stessi.

Didone, Enea ed il viaggio straziante via dalle proprie radici

Ce lo ricorda anche Didone, la regina di Cartagine, nel discorso al suo popolo quando presenta gli esuli troiani sbarcati sulle loro coste.

Interpretata da Giovanna Scardoni, autrice della drammaturgia, Didone ha memoria vivida della desolante fuga dalla terra Fenicia, della rabbia per la perdita della patria e della straziante impresa per giungere a una nuova terra “troppo stanchi, con le labbra spaccate, arse dal vento e dalla sete… senza riuscire nemmeno più a sperare!”

E poi il monito rivolto a tutto il popolo:

“Ma che popolo è il nostro? Che popolo è quello che dimentica il proprio passato? Perché far loro guerra?”

Enea, dunque come Didone, è per definizione un profugo, uno straniero, che giunge in Italia – nel Lazio – insieme a un pugno di altri profughi dal fronte opposto del Mediterraneo e dopo aver compiuto un viaggio drammatico, il “viaggio del profugo di guerra”.

L’esito finale dell’Eneide lo conosciamo: una forma di fusione tra i nuovi venuti e i gruppi già stanziati nel Lazio, oggetto di un negoziato tra Giove e Giunone, che farà discendere un’entità nuova nutrita degli apporti etnici pre esistenti e di quelli insediati.

Un esito non certo pacifico e privo di drammaticità come viene ben tratteggiato in questa opera teatrale. Nello scontro feroce e decisivo con il rivale Turno, in un vortice di follia collettiva che – sulle note della “Folia” di Vivaldi ad accompagnare la scena teatrale – non risparmia nessuno, la guerra diventa la protagonista brutale che spinge l’uomo ad un’involuzione regressiva.

Il grido ancora di una donna, Lavinia, che ricorda a dei e mortali che “non c’è salvezza nella guerra!”

L’attualità dell’Eneide: i profughi

Ci chiediamo perché ancora oggi, dopo duemila anni dalla composizione di questo classico della letteratura, siamo così tanto interessati alle vicende dell’Eneide al punto di farne una nuova rappresentazione teatrale?

Sempre Stefano Scherini ce ne offre una lettura, politico-sociale e al tempo stesso psicologica: “La sovrapposizione con i profughi– dice il regista -che ai giorni nostri attraversano il Mediterraneo per sbarcare sulle nostre coste è inevitabile”.

Nella drammaturgia “uno di essi sogna o fantastica ad occhi aperti: nel limbo di un mare senza fine ed immutabile, immagina se stesso Enea, come lui in cerca di una identità e di una propria collocazione: gli incontri straordinari che gli capitano nel corso del suo peregrinare in cerca della terra promessa ci appaiono come tappe fondative di sé e della sua possibilità di futuro”.

Ma la vicenda di Enea, per come ben ce la rappresenta questa pièce teatrale, è una vicenda anche personale dove – sempre riprendendo le parole del regista – “l’essere umano è al centro, con tutte le sue contraddizioni, i suoi smarrimenti e le sue possibilità”.

L’Enea che si offre a noi è un uomo “confuso, smarrito, dilaniato tra il proprio desiderio e il proprio dovere/fato, lacerato dal dolore e dal peso per il proprio passato perduto e allo stesso tempo spietatamente determinato nell’andare avanti”.

Sono temi questi al centro anche della ricerca psicoanalitica attuale.

La ricerca della psicoanalisi: identità e memoria

Giuseppe Pellizzari, nel suo ultimo intervento alla Casa della Cultura per il ciclo di incontri “Frontiere della Psicoanalisi” del 20192, ci ha offerto una magistrale riflessione sui temi dell’identità e della memoria che ben si presta ad una lettura di senso del viaggio che compie ogni essere umano, come Enea metaforicamente, alla ricerca di se stesso.

Al pari degli ateniesi di un tempo che si ritenevano immuni a quel carattere di “mescolanza” attribuita a tutti gli altri greci come tratto degradante, è ancora oggi molto diffuso l’ideale di un’identità forte, di cui siamo padroni e che per questo dobbiamo difendere da ogni possibile contaminazione.

Quest’idea di un’identità forte evoca, per contrasto, una delle più importanti scoperte di Freud: “L’Io non è padrone in casa propria”3. Sogni, lapsus, atti mancati e sintomi nevrotici ci mostrano che ciò che costruiamo a livello conscio e razionale può drasticamente soccombere davanti al mondo interno che abita il nostro inconscio: desideri, pulsioni, conflitti e angosce fanno la loro comparsa spodestando ogni presunta pretesa di un’identità forte ed invincibile.

Ne deriva che questa difesa di una padronanza identitaria è un mito puramente immaginario e illusorio che si fonda su aspetti legati a fasi primitive dello sviluppo mentale, quando l’Io del neonato basa il proprio funzionamento in contrapposizione con la realtà. Tutto ciò che è percepito come piacevole/buono fa parte dell’Io, tutto ciò che non lo – o è cattivo – è non ne fa parte ed è proiettato fuori.

Nella vita adulta, facciamo tuttavia esperienza che l’Io infantile “scisso” rimasto in noi è una struttura ricorrente pronta a risvegliarsi ogni qualvolta la nostra identità è turbata o minacciata da eventi esterni o da tensioni interne.

Tornando alla questione della struttura identitaria e alle riflessioni di Pellizzari, seppur sia vero che essa è qualcosa che noi costruiamo culturalmente e a partire dalle nostre esperienze, è anche vero che l’identità precede la nostra costruzione; è qualcosa che si riceve. L’identità non è nostra a priori, ma ci viene data.

Questo per una semplice costatazione che noi facciamo: nessuno ha potuto decidere chi è e nemmeno dove, quando e da chi nascere. Abbiamo ricevuto questa identità per il fatto di essere nati in un certo momento, in un certo luogo e da certi genitori. Essere nati in Italia o in Francia, in Libia o in Siria, avere dei genitori accudenti o trascuranti è del tutto casuale e quindi in nessun modo meritorio o colpevolizzante per il soggetto. Dunque l’identità non è qualcosa che possiamo decidere o scegliere, ma qualcosa che tutt’al più troviamo.

Questo significa che siamo segnati da un’estraneità a noi stessi che nasce dall’origine e la nostra costruzione identitaria – che verrà dopo – inizia sempre da qualcosa che ci è stato dato, che abbiamo ricevuto.

Ma significa anche che noi abbiamo una storia, una memoria, che ci precede.

Ciò comporta che il contesto identitario in cui nasciamo possiede già i fondamenti della struttura edipica. Nascendo in una situazione che ci precede, entriamo in una situazione già potenzialmente conflittuale. Possiamo identificarci con questo contesto oppure contestarlo, per cercare una costruzione identitaria propria che – a partire dal nostro desiderio – si differenzi da quella di appartenenza.

L’opera teatrale Eneide, generazioni ben rappresenta questo conflitto identitario e generazionale che diventa trans-generazionale. Nell’interpretazione di Nicola Ciaffoni, troviamo i conflitti di un figlio alla ricerca di se stesso nelle parole di Enea quando contesta il padre Anchise perché lo spinge o gli impone di seguire il volere del Fato. Il desiderio di Enea è altro: restare con la moglie Creusa, prima, e con la regina Didone, poi, alla ricerca di uno “spazio per sé”. E lo troviamo anche nella ricerca di una differenziazione – “soggettivazione” diremmo in psicoanalisi – in Ascanio che, ribellandosi contro le modalità violente di conquista di Enea, oppone il proprio desiderio a quello del padre.

La mancanza della padronanza

Possiamo domandarci se il fatto di non essere padroni in casa propria sia un difetto, una mancanza4. In parte sì, perché questo ci fa soffrire. Si pensi, ad esempio, a quando dobbiamo prendere consapevolezza ed accettare alcuni aspetti di noi stessi che non sempre corrispondono a ciò che vorremmo, al nostro ideale. Come fanno gli adolescenti quando si confrontano con il proprio corpo oppure con i genitori che hanno, con il temperamento e le dotazioni di base di cui si trovano o non si trovano forniti. Questo molto spesso comporta un lutto narcisistico che riguarda la presa di consapevolezza dei nostri limiti. Oltre al fatto che la consapevolezza di un’identità comporta anche la consapevolezza delle caratteristiche di mortalità intrinseca al nostro esistere.

Però questa mancanza contiene anche una spinta vitale che può essere una virtù. La virtù di mettere in movimento il pensiero, verso una ricerca soggettiva ed esistenziale di chi siamo e del mondo che ci circonda e nel quale siamo immersi.

Dunque l’antico imperativo categorico “conosci te stesso”, inscritto nel tempio di Apollo a Delfi, fonda tutta la storia del processo identitario. Il pensiero del mondo e della realtà non può non passare dalla conoscenza di noi stessi: conoscere se stessi significa conoscere il mondo e, di ritorno, conoscere il mondo significa conoscere se stessi.

Su questo processo interminabile e inesauribile che accompagna tutta la vita, mai definito una volta per tutte, viviamo l’esperienza che vi è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. È l’infinito che si contrappone al finito del nostro esserci nel mondo.

Ma non dobbiamo dimenticare che non è possibile conoscere se stessi se non attraverso l’altro. E’ solo il riconoscimento dell’altro, a partire dallo sguardo della madre, che mette in moto il riconoscimento di sé e non ci fa rimanere imbrigliati nell’autoreferenzialità; nella posizione, cioè, in cui percepiamo il mondo solo dal nostro punto di vista e riteniamo la nostra realtà l’unica che esiste5. Questa è, tra l’altro, la drammatica condizione del delirio e dell’allucinazione proprie delle esperienze psicotiche che “tagliano” i fili con la realtà e con il mondo esterno e collassano entro le impermeabili barriere dell’Io.

Dunque, se noi non siamo padroni in casa nostra e se l’identità è un’enigma da scoprire e poi da ri-costruire significa che noi siamo sempre profughi a noi stessi.

Ma è proprio a partire dal riconoscimento di questo essere “profughi” che possiamo incontrare l’altro, permettendoci di stare in movimento e di interrogarci continuamente su chi siamo e sulla realtà che ci circonda. E, in questo senso, riusciamo forse a interrogare quella mancanza che drammaticamente ci accompagna, ci caratterizza e che Eneide, generazioni ci mette davanti a prologo ed epilogo di questa storia:

“Ma quanto manca?”

1 Intervento presentato nell’ambito del ciclo “Psicoanalisi in scena – conversazioni tra teatro e psicoanalisi”, Venerdì 7 febbraio 2020 ore 17.00 presso il Chiostro Nina Vinchi del Teatro Grassi di Milano.
2 G. Pellizzari, La memoria come identità. Frontiere della psicoanalisi: la memoria. Centro Milanese di Psicoanalisi in collaborazione con la Casa della Cultura, 4 giugno 2019
3 S. Freud, 1915-1917, Introduzione alla psicoanalisi. OSF Vol. 8, Bollati Boringhieri
4 G. Pellizzari, 2020, Opus Incertum. Mimesis.
5 F. Corrao, 1992, Modelli psicoanalitici. Mito, Passione, Memoria. Laterza

Leggi anche l’articolo: Un bel ritratto biografico di Freud, ebreo senza Dio.

Se hai bisogno di aiuto visita la pagina: Affrontare il coronavirus: il nostro supporto.

Back To Top